30 ottobre 2020

L’alba dello sfruttamento: il modo di produzione asiatico nell’Antica Mesopotamia

 

Intorno al 4000 a.C. l’umanità stava per compiere un passo decisivo della sua storia. Nel Sud della Mesopotamia, dove il Tigri e l’Eufrate si tuffano nel Golfo Persico, il terreno era diverso da quello molto arido dell’area più settentrionale: le frequenti zone umide, caratterizzate da stagni e paludi, rappresentarono fin da subito un ostacolo per l’attività agricola delle popolazioni locali. Già nel periodo Ubaid (4500-3500 a.C.), i villaggi furono costretti a introdurre, oltre alla cosiddetta “agricoltura a bacino”, che consisteva nel sommergere totalmente piccoli appezzamenti di terra, un nuovo, rivoluzionario sistema: l’agricoltura a solco. Esso era basato su una fitta rete di canali di irrigazione e di drenaggio utili a redistribuire e sfruttare meglio le risorse idriche presenti negli acquitrini della zona, in cui i campi lunghi, di forma allungata e rettangolare, venivano disposti perpendicolarmente al canale, secondo uno schema a lisca di pesce. Dal canale principale l’acqua veniva poi immessa in alcuni solchi scavati a fianco di questi terreni, consentendo un impiego delle risorse notevolmente più efficiente.

 

Oltre a questa nuova forma di agricoltura irrigua, poco tempo prima erano stati introdotti alcuni innovativi strumenti tecnici: l’aratro a trazione animale consentiva di accelerare il processo di aratura e di semina dei campi lunghi; il falcetto di terracotta, essendo meno costoso di quello di selce, divenne molto comune tra i villaggi della zona; la slitta-trebbiatrice, infine, consentì di velocizzare e migliorare il processo di trebbiatura. Queste innovazioni giocarono un ruolo fondamentale nella nascita del modo di produzione asiatico nella futura città di Uruk: in pochi decenni, infatti, la produzione agricola aumentò esponenzialmente. Secondo le stime dello storico Mario Liverani, il surplus agricolo – cioè la quantità di grano e cibo in eccesso rispetto a quella necessaria per la mera sopravvivenza di una famiglia o di una comunità – subì un incremento compreso tra il 500 e il 1000% a parità di manodopera impiegata. L’eccedenza così prodotta, che nel periodo Ubaid veniva raccolta nei magazzini-silos del villaggio, intorno al 3500 a.C. cominciò ad essere immagazzinata nel complesso del tempio-palazzo – composto dall’é + nome del dio, letteralmente la “casa del dio” e dall’è gal, la “grande casa” – il luogo che diventerà presto il simbolo del nuovo potere statale.

 

Con l’incremento del surplus e l’introduzione dell’agricoltura a solco, ebbe inizio il processo di accumulazione originaria dell’eccedenza, che, secondo Liverani e Gordon V. Childe, giocherà un ruolo fondamentale nella Prima rivoluzione urbana a Uruk (3500 a.C.). Quello dell’accumulazione originaria non fu però un processo pacifico e spontaneo: esso fu infatti accompagnato da una repentina centralizzazione dei poteri politici ed economici nelle mani di una minoranza, che, come vedremo, si trasformerà presto in una casta di sfruttatori. Come sottolinea Liverani, tale minoranza era composta soprattutto da sacerdoti, i soli in grado di giustificare, attraverso l’ideologia religiosa, il processo di accentramento statale dei poteri e delle risorse. La fatica e le sofferenze dei contadini, infatti, costretti dal nuovo apparato statale a coltivare gratuitamente e stagionalmente i campi lunghi e a costruire i canali di irrigazione, erano da loro accettate in quanto risultato di ordini impartiti da autorità divine. I sacerdoti, poi, erano gli unici membri della comunità a possedere le conoscenze necessarie per gestire il nuovo e complesso sistema di agricoltura: se la vecchia coltivazione a bacino poteva essere amministrata dalle singole famiglie del villaggio, quella a solco richiedeva invece una suddivisione geometrica dei terreni, un calcolo della produttività stagionale del campo e una previsione relativamente precisa della quantità di forza-lavoro necessaria alla coltivazione e alla raccolta. Queste erano tutte conoscenze che soltanto i sacerdoti potevano possedere. Come evidenzia Liverani, già nel periodo Ubaid la quantità di surplus prodotta era ingente, ma con la Prima rivoluzione urbana la centralizzazione del potere e le disuguaglianze socio-economiche divennero notevoli. Non dobbiamo pensare che i sacerdoti, prima di allora, facessero parte di una “élite di villaggio” che, attraverso la deduzione tributaria (cioè le tasse), acquisì gradualmente ricchezze e poteri. Al contrario, fu con l’accumulazione del surplus agricolo e la centralizzazione imposta dalla coltivazione a solco, che i sacerdoti concentrarono rapidamente nelle proprie mani tutto il potere politico a Uruk, trasformando la comunità nel profondo: sarebbe sorta da lì a poco la prima formazione sociale fondata sullo sfruttamento.

 

Proprio dal 3500 a.C. cominciarono a svilupparsi i primi antagonismi e le prime stratificazioni economiche della comunità. In cima alla piramide sociale i sacerdoti, che erano al contempo anche scribi e amministratori, gestivano l’apparato statale; nel gradino più in basso si trovavano i lavoratori specializzati: vasai, birrai, fornai e così via. Esistevano poi gruppi minoritari parzialmente indipendenti dal potere dei sacerdoti: i commercianti, che rivendevano i beni forniti dallo Stato intascando parte del denaro, e i pastori semi-nomadi, che non potevano essere direttamente controllati dall’élite sacerdotale, sebbene dovessero comunque seguirne le direttive. In fondo alla piramide sociale c’erano i lavoratori non specializzati – quei contadini che abitavano nei villaggi circostanti a Uruk e che rappresentavano l’80% della popolazione – e una minoranza di manodopera servile, impiegata soprattutto nel settore del tessile. La forza lavoro a Uruk era, quindi, composita: gli artigiani erano veri e propri dipendenti dello Stato pagati in orzo, tessuti e piccoli lotti di terra, sebbene il loro lavoro fosse coatto e a vita. I contadini, invece, fornivano lavoro gratuito e stagionale all’apparato statale: nel periodo dell’anno in cui era prevista la semina, i lavoratori dei villaggi erano costretti a coltivare i campi lunghi, remunerati soltanto con scarse razioni di cibo necessarie per la loro sopravvivenza. Tutti gli altri costi, tra cui quelli relativi al mantenimento della propria famiglia o agli eventuali infortuni, erano scaricati sulla comunità del villaggio di appartenenza del singolo contadino. Laddove era necessaria, quindi, un’ingente quantità di manodopera (come nella costruzione dei canali o, appunto, nella coltivazione dei campi), lo Stato richiedeva ai contadini dei villaggi circostanti delle prestazioni gratuite e obbligatorie, vagamente simili, dice Liverani, alle corvée medievali. Terminato il lavoro nei campi lunghi di proprietà del tempio-palazzo (cioè dello Stato), i contadini tornavano nelle comunità di provenienza a coltivare i piccoli appezzamenti di terreno di proprietà famigliare.

 

La maggior parte dei terreni e delle mandrie, che all’epoca costituivano i principali mezzi di produzione, erano di proprietà del tempio-palazzo: Liverani sottolinea che circa l’80% delle terre coltivate, per esempio, era di proprietà statale. Il restante 20% rimaneva nelle mani dei contadini dei villaggi, degli artigiani, che erano pagati anche attraverso lotti di terra di medie dimensioni, e di alcuni sacerdoti di alto rango, ai quali venivano spesso concessi grandi appezzamenti di terreno. Soltanto nel caso dei contadini, però, era possibile parlare in senso stretto di “proprietà privata”: le terre concesse agli artigiani e agli alti funzionari di Stato non potevano infatti essere vendute, e dovevano essere riconsegnate a quest’ultimo post mortem. La proprietà, sebbene questi terreni venissero concessi in uso temporaneo e personale ad artigiani e funzionari sacerdotali, rimaneva perciò statale. Anche per quanto riguardava il bestiame, forme autentiche di proprietà privata erano riconducibili soltanto alle piccole mandrie dei contadini del villaggio. La proprietà dei mezzi di produzione a Uruk era, quindi, principalmente pubblica: dal punto di vista giuridico le terre erano tutte di proprietà divina e perciò, indirettamente, del tempio-palazzo.

 

Sotto il profilo strettamente economico, la produzione a Uruk era indirizzata, come in ogni società precapitalistica, alla fabbricazione di valori d’uso (vestiti, orzo, cibo, ecc.) più che al profitto in senso stretto. I due settori cardine dell’economia basso-mesopotamica, poi, cioè la produzione agricola dell’orzo e quella tessile della lana, erano soggetti alla pianificazione dell’élite amministrativa: i sacerdoti calcolavano la quantità di materie prime necessarie per produrre una determinata quantità di beni, esigendo che tale output produttivo, anch’esso predeterminato, fosse pronto entro uno specifico momento dell’anno. Per fare ciò, l’élite aveva elaborato un complesso sistema di calcolo che comprendeva anche una misura per la produttività del lavoro individuale, le cosiddette “giornate-uomo”. La pianificazione si svolgeva anche su un altro livello: i sacerdoti calcolavano la quantità di manodopera necessaria per svolgere un determinato compito sociale (coltivare un campo lungo, per esempio), coordinando l’attività dei contadini del villaggio costretti a lavorare per il tempio-palazzo. Infine, l’élite sacerdotale progettava i lavori pubblici come i canali di irrigazione, la preparazione di nuovi campi lunghi o il miglioramento della struttura del tempio. In generale, la pianificazione economica risultava un pilastro fondamentale del modo di produzione vigente a Uruk.

 

Che cos’era, nel concreto, l’élite sacerdotale, questa minoranza che controllava la società di Uruk in quasi ogni suo aspetto, attraverso l’apparato dello Stato? Essa era, secondo il lessico marxista, una burocrazia. Pur non avendo, infatti, la proprietà dei mezzi di produzione, attraverso il potere amministrativo-decisionale imponeva le proprie scelte politiche alla società intera; per mezzo di quello amministrativo-economico gestiva e pianificava la produzione di beni; grazie al potere gestionale, poi, sorvegliava la manodopera elargendo premi e punizioni e, infine, si avvaleva dell’ideologia religiosa per giustificare e legittimare il proprio dominio. Tale élite sacerdotale rappresentava la prima “casta dominante” della storia: non aveva la proprietà privata dei mezzi di produzione, di cui non poteva disporre. Essa deteneva, però, il controllo sulla loro gestione: calcolava le perdite, ne pianificava l’impiego e così via.

 

La domanda che, a questo punto, è d’obbligo porsi è se a Uruk esistesse una qualche forma di sfruttamento, quest’ultimo inteso come quel processo attraverso cui una minoranza della società si appropria indebitamente del surplus prodotto dalla maggioranza. La risposta è positiva: la casta sacerdotale cominciò ad approfittare del proprio ruolo e dei propri poteri per dare il via a un’autentica e legittima espropriazione nei confronti del resto della società. Per capire in che modo ciò avvenisse, il processo produttivo di Uruk va suddiviso schematicamente in tre momenti principali: quello della produzione del surplus, quello della sua centralizzazione e, infine, quello della sua redistribuzione. Essendo il ruolo dello Stato fondamentale in tutti questi tre momenti, la burocrazia sacerdotale approfittava del proprio potere amministrativo-economico per accaparrarsi un’ingente quantità di risorse: essa poteva decidere, infatti, quanta ricchezza redistribuire e a quale categoria sociale. In altre parole, remunerando se stessa, la burocrazia tratteneva nelle proprie mani la maggior parte del surplus agricolo: lo stesso Liverani evidenzia come i 2/3 di esso restassero nelle mani dell’amministrazione sacerdotale e che solo la restante terza parte era reinvestita a favore della collettività. Se si va, poi, ad analizzare i criteri attraverso i quali si calcolava la remunerazione in orzo per ogni singolo individuo, quello del rango sociale era uno dei più importanti. In altre parole, l’élite sacerdotale si appropriava del surplus non direttamente nel momento di produzione, attraverso la proprietà privata dei mezzi di produzione (come accadde molto più avanti, per esempio, nel feudalesimo), ma nel momento di redistribuzione. L’esercizio del potere politico era, quindi, la chiave dello sfruttamento a Uruk.

 

Per concludere, a Uruk ebbe origine, probabilmente, la prima società della storia fondata sullo sfruttamento. Tale appropriazione indebita del surplus agricolo si realizzava, all’interno del modo di produzione asiatico preso in considerazione, nel momento della redistribuzione: in questo processo era quindi centrale il ruolo politico della burocrazia sacerdotale e dello Stato, rappresentato dal tempio-palazzo, nucleo del potere amministrativo ed economico della prima società basso-mesopotamica.

 

 

Per saperne di più:

Liverani, M. Uruk, la prima città, Bari, Laterza, 1998.

Liverani, M. Antico Oriente. Storia società economia, Bari, Laterza, 2011.

Childe, G. What happened in History, Middlesex, Penguin Books, 1942.

Sofri, G. Il modo di produzione asiatico. Storia di una controversia marxista, Torino, Einaudi, 1969.

Barho, R. Die Alternative. Zur Kritik des real existierenden Sozialismus, Frankfurt, Eüropaische Verlagsanstalt Köln, 1977.

 

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