10 Novembre 2022

La politica della Paura

La “Paura” nei discorsi d’insediamento alla presidenza statunitense

L’ Inaugural Address , discorso di insediamento del Presidente degli Stati Uniti d’America, è un genere specifico del discorso politico alla composizione del quale, come da prassi per ogni intervento presidenziale, partecipa una corposa squadra di esperti di saperi diversi. Da analisti politici a linguisti, statistici, economisti ma anche psicoanalisti e antropologi. I discorsi inaugurali si rivelano momenti profondamente simbolici per la politica statunitense, non solo per il giuramento necessario ai fini dell’insediamento; per il neoeletto presidente il discorso rappresenta la prima occasione ufficiale per presentare la propria visione politica ed esporre i principali obiettivi della nuova amministrazione, in veste non più di candidato alla presidenza, ma di figura istituzionale posta all’apice dell’intero sistema politico americano.

Per la completa realizzazione della propria agenda politica ogni presidente necessita, nonostante una notevole autonomia, del supporto costante dell’intera scena politica nazionale. Le elezioni mid-term per la Camera Dei Rappresentanti e per il Senato , nonché per la gran moltitudine di organi statali, possono compromettere la perfetta riuscita di diversi punti dell’agenda presidenziale. La presidenza è una carica che offre un grado di visibilità impareggiabile, ed il discorso inaugurale è il primo momento attraverso il quale sfruttare tale potere comunicativo

La paura può rivelarsi, in politica, uno strumento eccezionalmente efficace nell’influenzare gli esiti elettorali, modificando sensibilmente la direzione del supporto pubblico. Il sociologo Frank Furedi, riconducendo gli effetti della paura sulle scelte elettorali ad un preciso quadro teorico di riferimento, ha coniato il concetto di cultura della paura (o di clima della paura), principio secondo cui capitalizzare su specifici pregiudizi emotivi può rappresentare la strada più efficace per guidare le preferenze politiche dei singoli. In corrispondenza di  alcuni delicati momenti della storia statunitense, alcuni discorsi inaugurali hanno cercato di indirizzare il pensiero dell’opinione pubblica verso precise agende politiche, ricorrendo ad una specifica paura , con l’intenzione di toccare le corde più sensibili dei propri elettori.

Nel 1933 l’economia americana visse la sua più grande fase di depressione, la disoccupazione toccò punte del 20%, migliaia di piccole banche, non riuscendo ad ottenere il rimborso dei prestiti concessi, fallirono. Lo stato in cui versava il paese produsse una campagna per le elezioni presidenziali estremamente polarizzata. Il candidato democratico Franklin D. Roosevelt fu il primo democratico a tornare alla Casa Bianca dopo 16 anni di guida repubblicana. Durante l’ inaugural address Roosevelt dichiarò:

 

« Sono convinto che, se c'è qualcosa da temere, è la paura stessa , il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in un’avanzata. […] »

 

Di fronte ad un elettorato in seria difficoltà economica inondato da sempre più buie notizie da ogni fronte produttivo, l’energico invito a non temere , a non tremare di fronte alle sfide economiche più dure della storia del capitalismo statunitense, ricopriva la duplice funzione di presentarsi come speranza di rinascita e di legittimare la nuova agenda politica del presidente: un piano di grandi investimenti e nuovi audaci interventi legislativi, passato alla storia con il nome di New Deal , che prometteva di rivitalizzare l’economia americana tramite il vastissimo impiego di risorse pubbliche.

Durante il proprio discorso inaugurale Roosevelt anticipò il necessario accentramento di potere per la realizzazione di un piano dalle proporzioni mai viste prima, ideato, progettato e finanziato a livello federale.

 

« Chiederò al Congresso […] Un potere grande come quello che mi verrebbe dato se venissimo invasi da un esercito straniero

 

Il presidente cercò di costruire sul diffuso sentimento di ansia e incertezza il supporto necessario alla realizzazione della propria agenda politica, presentata come soluzione alle paure del popolo americano. Una strategia politica che sarebbe stata imitata non molto più tardi dal suo vice e futuro presidente Harry S. Truman.

Lo studio della storia della politica estera americana è inevitabilmente legato all’analisi delle dottrine presidenziali. Da James Monroe (presidente dal 1817 al 1825) in poi, diversi presidenti, e di fatto ogni presidente dal 1945 in poi, ha presentato una propria “dottrina” politica, da Eisenhower a Carter, da Reagan a George W. Bush. Tra tutte, la visione che più riuscì a caratterizzare in modo quasi esclusivo e incontrastato lo scenario politico del proprio tempo fu la Dottrina Truman , introdotta dal democratico Harry S. Truman innanzi al Congresso il 12 marzo 1947, durante il suo primo mandato. 

Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero supportato ogni «popolo libero» contro qualsiasi tentativo di asservimento, sia nei confronti di  minoranze interne che di potenze straniere. In tale ottica di responsabilità globale il presidente chiese al Congresso l’autorizzazione di un cospicuo supporto economico-militare a Grecia e Turchia, minacciate da pressioni socialiste. Il presidente, comprendendo la probabile riluttanza del popolo americano al finanziamento di tali impegni, definì il tema degli aiuti militari in tempo di pace «il più grande lavoro di vendita mai affrontato da un presidente». Durante un incontro privato, il senatore Arthur Vandenberg (R-Mich.), presidente del Comitato per le Relazioni Estere del Senato, disse a Truman che per ottenere pieno sostegno pubblico era necessario «spaventare a morte il popolo americano». 

La prima amministrazione post-bellica decise quindi di fondare la legittimazione del proprio operato sulla paura di un futuro globale non a guida americana. Innanzi al Congresso il presidente Truman presentò un mondo diviso nella lotta tra due diverse visioni del mondo: uno centrata sulla democrazia liberale, caratterizzato da istituzioni libere; un altro, quello sovietico, fondato su terrore e soppressione delle libertà personali. Come acconto per proteggere il libero stile di vita americano, Truman chiese 400 milioni di dollari (quattro miliardi al 2021) da devolvere in aiuti a Grecia e Turchia. Né un’opinione pubblica che aveva già sofferto un lungo impegno militare oltreoceano né un Congresso a maggioranza repubblicana intenzionato a tagliare la spesa federale si opposero al piano presidenziale. Le parole di Truman risultarono convincenti, consegnando alla presidenza un largo supporto bipartisan e una compatta opinione pubblica, di cui ogni amministrazione vorrebbe godere. 

Due anni più tardi, forte di tale successo, il presidente scrisse, coadiuvato da una vasta schiera di collaboratori, il discorso inaugurale del suo secondo mandato. 

All’alba del 1949 il mondo che Truman descrisse ai propri cittadini il giorno del proprio insediamento viveva nell’incertezza e nella paura , all’ombra di un’angosciante minaccia dittatoriale ed oppressiva. Risultava vitale opporsi energicamente alle forze antidemocratiche.

 

« I popoli della terra affrontano il futuro con grave incertezza, tra grandi speranze e grandi paure . In questo momento di dubbio, essi guardano agli Stati Uniti, come mai prima, per la buona volontà, la forza e come sapiente guida. »

 

Toccava agli Stati Uniti assumersi l’incarico di guidare, ideologicamente e praticamente, il mondo occidentale. Il pericolo che gli Stati Uniti si trovavano di fronte aveva dimensione transnazionale, affermò il presidente cercando di giustificare la propria politica estera:

 

« La gente in tutto il mondo sta arrivando a capire che cos’è il benessere materiale, la dignità umana e il diritto di credere in Dio. […] le azioni derivanti dalla filosofia comunista sono una minaccia allo sforzo delle nazioni libere nel recupero di una pace duratura nel mondo. »

 

I nuovi impegni militari ed economici, si pensi al dispendioso Piano Marshall, pesavano sul bilancio federale; per giustificare le proprie politiche l’ex vicepresidente dell’amministrazione Roosevelt ricordò ai propri cittadini che la stabilità e la pace  a livello internazionale dipendevano da una strenua, globale e costosa opposizione all’espansione dell’ideologia sovietica, fondamento della dottrina del containment .

Le tensioni tra le due superpotenze mondiali, Unione Sovietica e Stati Uniti, causarono momenti di altissima tensione per quasi l’intera seconda metà del Novecento. In un clima di sempre maggiore ostilità e di continua corsa all’espansione militare, la retorica sui rischi della guerra fredda caratterizzò anche il discorso inaugurale del 20 gennaio 1961 di John F. Kennedy. Attraverso un’opera di oratoria meticolosamente costruita, il neoeletto presidente, concentrò le proprie attenzioni verso la politica estera. Sostenendo la necessità per gli Stati Uniti di procedere verso la crescita del proprio apparato militare, disse:

 

« Non osiamo tentarli [I sovietici] con la debolezza. Perché solo quando le nostre armi saranno sufficienti al di là di ogni dubbio, potremo essere certi che non saranno mai utilizzate

 

Tuttavia, il discorso non ignorava i pericoli e i problemi posti da una situazione di incertezza continua e armamento costante:

 

«Ma nemmeno due grandi e potenti gruppi di nazioni possono trarre conforto dal nostro attuale corso - entrambe le parti sovraccaricate dal costo delle armi moderne, entrambe giustamente allarmate dalla costante diffusione dell’atomo letale, ma entrambe in corsa per alterare quell’incerto equilibrio del terrore che ferma la mano dell’umanità nella guerra finale.»

 

Dopo aver descritto la linea di politica estera da mantenere durante il proprio mandato, il presidente lanciò un enfatico messaggio diretto tanto al proprio elettorato quanto al governo sovietico. Kennedy invitò le parti a negoziare, tenendo bene a mente, tuttavia, che nessuno avrebbe accettato di trattare da una posizione di debolezza:

 

«Non negoziamo mai per paura . Ma non temiamo mai di negoziare.»

 

Il presidente dipinse l’immagine di un Paese che non intendeva lasciarsi spaventare ma disposto a ricercare accordi pacifici nel tentativo di evitare un olocausto nucleare. La presidenza intendeva riconoscersi non nella resa alla minaccia comunista, né nel rifiuto di ogni dialogo, ma nella ricerca di una strada per la coesistenza pacifica. Anticipando i temi internazionali degli anni Sessanta, uno dei decenni più tesi dell’intera guerra fredda, il presidente Kennedy comprese la paura del popolo americano di un imminente disastro nucleare ed invitò alla ricerca costante del dialogo, rimanendo tuttavia protetti dietro una gran mole di armamenti militari. 

Richiamando il tentativo del presidente Roosevelt di presentarsi come speranza di rinascita, il presidente Obama, eletto nell’anno della grande crisi finanziaria, il 2008, decise di rispondere alle immense sfide economiche cercando di allontanare la paura dai cittadini americani, presentandosi come speranza di cambiamento:

«Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura »

Ancora una volta a contrapporsi all’immobilità indotta dalla paura era un deciso invito all’azione convinta e risolutiva per riprendere il controllo del paese.

«A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare a lavorare per ricostruire l’America.»

L’assunto base delle teorie ricollegabili alla cultura della paura è che la strada più efficace per influenzare le attitudini elettorali degli individui sia capitalizzare sui timori principali degli stessi. Ad unire i discorsi citati è un comune sforzo presidenziale per la costruzione di un maggiore supporto, pubblico o congressuale. Il vastissimo piano di interventi economici della presidenza Roosevelt, le ingenti spese economiche dell’amministrazione Truman, le nuove posture internazionali volute da Kennedy, le alte ambizioni degli anni di Obama, risultano accomunati da una necessità: convincere l’elettorato della correttezza di ognuna di queste influenti agende politiche. Roosevelt e Obama, presentandosi come soluzione ai timori economici dei cittadini statunitensi, Truman, con la promessa di evitare un incerto futuro a guida sovietica, Kennedy, cercando una via d’uscita dal pericolo dell’olocausto nucleare; ogni intervento ha centrato la propria retorica su una specifica paura, nella convinzione profonda che fosse la strada adeguata per la costruzione di un sempre maggiore consenso politico.

Per saperne di più:

Per i discorsi inaugurali si raccomanda il sito del Avalon Project parte della Lillian Goldman Law Library della Yale Law School: https://avalon.law.yale.edu/subject_menus/inaug.asp

Frank Furedi, The Politics of Fear. Beyond Left and Right, Continuum International Publishing Group, 2005.

Politics, Stereotypes and Terrorism: The Politics of Fear in Liberal Democracies. The International Journal of Interdisciplinary Social Sciences 2012 vol. 6 Iss. 5 pp.71—78.

Yan Tan; A Study of the Inaugural Address of John F. Kennedy from the Perspective of Appraisal Theory; Chongqing Normal University, China, 2022.

Ventrone, Lupo; L' età contemporanea; Mondadori Education, 2018.


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