22 agosto 2018

La dottrina platonica della conoscenza tra percezione e realtà

Soltanto una volta riaperti gli occhi al mattino, la luce del giorno ci rivela l’inganno dei sogni. Fino allo scampanellio della sveglia, il mondo onirico, con i suoi fantasmi e i suoi miraggi, ci appare credibile né più né meno che l’ordinaria quotidianità. Ma allora al risveglio come facciamo a garantire con tanta certezza di non essere più addormentati? Che non ci sia, insomma, un livello a sua volta più profondo? L’importanza dei sogni, prima ancora di essere psicoanalitica o neurologica, sta proprio qui: sognare, come poche altre esperienze, ci spinge a non accettare ingenuamente la realtà percepita e a interrogarci circa il suo statuto ontologico. Una simile diffidenza, che alberga da sempre nel genere umano, nel corso della storia ha ispirato in vario modo credi religiosi e sistemi filosofici, gli uni e gli altri alla strenua ricerca di un fondamento stabile per questa fragile esistenza cosmica, pronta a ripiegarsi nel nulla da un momento all’altro. Tra le tante concezioni che hanno segnato a riguardo il pensiero occidentale, quella di Platone  occupa una posizione di rilievo per l’irreversibilità della sua influenza e la radicalità delle sue risposte. Mosso dal desiderio di prendere il largo dal precario scetticismo cui era ancorata la filosofia del tempo, Platone tracciò nuove rotte filosofiche per riguadagnare la sicurezza di una conoscenza ferma, che tenesse insieme contemporaneamente il versante sensibile e quello intelligibile. Affinché sia possibile approdare alle sue stesse conclusioni sul rapporto tra percezione e realtà, è indispensabile segnalare alcune coordinate di riferimento, per così dire la latitudine e la longitudine del platonismo, senza le quali è facile perdere l’orientamento. Nessun aiuto tecnologico lungo il nostro viaggio, soltanto la vecchia compagnia di carta e penna.

 

Innanzitutto, occorre seguire i meridiani metafisici per identificare il polo di convergenza: la “Dottrina delle Idee ”. La “Dottrina delle Idee” è il Nord verso cui ciascuna opera di Platone è allineata, nonché l’eredità più importante del filosofo. L’assioma fondamentale di questa teoria postula l’esistenza di forme eterne, dette appunto “Idee”, soggiacenti la molteplicità sensoriale. In altre parole, c’è un’unica Idea per ciascuna specie di albero sulla terra, di ogni forma e qualità; ulivi, sequoie, abeti, tutti raggruppati sotto una singola idea immutabile e incorporea, l’Idea di Albero. Lo stesso vale per case, gatti, fiumi e così di seguito per ogni aspetto del reale. Non che Platone avesse costruito un intero sistema filosofico con lo scopo di contemplare la bontà dell’Idea di Minestra o – che so io – di riposare serenamente meditando sull’Idea di Letto; i suoi obiettivi erano ben altri: le Idee del Bene, del Vero, del Bello, del Giusto, erano Idee di tal genere a richiamare il suo interesse. Al mondo sensibile veniva così affiancato un cielo metafisico, e agli enti materiali dell’uno le essenze trascendenti dell’altro. Dietro alla quotidianità e alle sue mille apparenze Platone aveva trovato l’intima ragion d’essere della realtà, la sua causa più segreta.

Proprio come la mattina succede impietosa ai sogni, così le Idee si impongono inattese ai lettori di Platone. Ad essere onesti, nelle pagine de La Repubblica l’autore ci descrive una scena ben più spiacevole di un comodo risveglio mattutino. Non senza un certo sadismo, Platone immagina un gruppo di prigionieri reclusi dalla nascita in una caverna tristemente nota per i suoi supplizi. Immobilizzati da catene e gioghi, i poveri disgraziati passano le giornate a guardare le ombre dell’esterno allungarsi sulla roccia davanti a sé. Non avendo mai messo piede fuori di lì, per gli inquilini della caverna quella sequenza di sagome scure è comprensibilmente l’unico mondo possibile. E come biasimarli? Trascorsa una vita in quelle condizioni, chiunque accetterebbe ciecamente la stessa menzogna. Facile, quindi, indovinare i termini del confronto platonico: come i detenuti della caverna, gli esseri umani sono imprigionati dai sensi alle apparenze materiali. Che la realtà sia un sogno oppure un’ombra, dopotutto il messaggio è lo stesso e non c’è verso di attenuare il trauma. Scrive Platone: «Il luogo sopra celeste nessuno dei poeti di quaggiù lo cantò mai né mai lo canterà in modo degno […]. L’essere che realmente è, incolore e privo di figura e non visibile, che può essere contemplato solo dal pilota dell’anima ossia dall’intelletto, occupa tale luogo». Il rischio di una siffatta divisione era quello di raddoppiare assieme a tutto il resto anche i relativi grattacapi, ma la posta in gioco era troppo alta per essere ignorata. Platone doveva arrischiarsi oltre le stranezze della sua teoria per poter scoprire cosa ci fosse ad attenderlo dall’altra parte.

 

A questo punto è chiaro quale sia il Nord metafisico della mappa, ma, per quanto necessario, da solo non basta; abbiamo bisogno di un’altra coordinata per poter avvistare terra all’orizzonte. Se, come detto, la longitudine nel platonismo è individuata dalla “Dottrina delle Idee”, viceversa un’altra teoria, altrettanto decisiva, ne determina la latitudine: la “Dottrina dell'anamnesi ”. Per spiegare questa nuova tesi, nel Menone Platone ci riporta un altro racconto, certo meno spietato del mito della caverna, ma in cui ancora una volta si concede il piacere di tormentare una vittima letteraria: questa volta a farne le spese è uno schiavo, che, fermato per strada, viene interrogato a sorpresa in matematica. Senza aver mai aperto un libro di geometria, lo schiavo, guidato semplicemente dalle domande dell’interlocutore, riesce alla fine a risolvere il problema analizzato. Qui, però, bisogna approfondire: potremmo svelare il segreto bramato da ogni studente. Data una simile situazione come può cavarsela qualcuno del tutto impreparato in materia? Per Platone può esserci una sola spiegazione: lo schiavo sa da sempre la soluzione, ma sulle prime è incapace di ricordarla. In questo senso, secondo Platone, la conoscenza è anámnesis , cioè un ricordare ciò che già si trova nell’interiorità della nostra anima. E poiché l’anima, ci avverte Platone, è immortale, non vi è nulla che non abbia imparato, avendo visto tutte le cose dell’aldilà e dell’aldiquà nel corso delle sue innumerevoli esistenze. Così Platone nel Menone : «[…] nulla vieta che chi si ricordi di una cosa – ciò che gli uomini denominano apprendimento – costui scopra anche tutte le altre, purché sia forte e non si scoraggi nel ricercare: infatti, il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare».

 

Finalmente, disegnata la mappa del platonismo, possiamo spingerci un po’ oltre e guadagnare la terra ferma promessaci da Platone, quella teoria della conoscenza in grado di armonizzare insieme il versante sensibile e quello intelligibile, realtà e percezione. Alla luce di quanto detto risulta intuitivo che la vera conoscenza non può essere tratta dai sensi, da cui in ogni caso, per il filosofo, noi prendiamo le mosse. Contrariamente a quanto ritenuto da molti, Platone appunto per questo non svilisce le sensazioni, che invece, nell’economia del suo sistema, hanno l’insostituibile compito di suscitare l’anamnesi. Prendiamo come modello esemplare la conoscenza dell’uguale: per quanto io mi impegni ad essere preciso, non riuscirò mai a disegnare due triangoli perfettamente congruenti; vuoi per una sbavatura millimetrica, vuoi per un diverso tratteggio di matita, quei due triangoli, a prima vista identici, non coincideranno mai tra loro. Trappole filosofiche, penserete voi, eppure ad un’analisi più attenta dovrete convenire con Platone: l’uguaglianza nelle cose è meno perfetta dell’Idea di Uguale, ma per poter cogliere l’imperfezione degli oggetti bisogna prima aver visto e conosciuto l’Idea di Uguale, in sé assolutamente eccellente. Perciò la conoscenza dell’uguale – o, più esattamente, la conoscenza in generale – può essere di due tipi: un grado inconsapevole, limitato all’immediatezza dell’opinione sensibile, e un grado consapevole, acquisito attraverso l’approfondimento delle Idee, le cause prime della realtà. Passare da un grado all’altro significa conseguire la conoscenza del sistema di cause dietro ad ogni esperienza vissuta. Questo lento e progressivo percorso alla volta di una conoscenza consapevole è la vera scienza per Platone, il viaggio intellettivo percorso dall’umanità.  

 

Interpretare, dunque, le opere platoniche secondo una sbrigativa contrapposizione dicotomica tra l’opinione dei sensi e la scienza dell’intelletto è quanto meno fuorviante, visto e tenuto conto del fatto che entrambe sono in una condizione di reciproca dipendenza. Non esisterebbe nessuna realtà se non ci fossero le Idee a conservarla e, all’opposto, non conosceremo mai davvero le Idee se non ci fosse una realtà a stimolare i sensi. Se questo mondo si rivela insufficiente dal punto di vista ontologico, è pur vero che senza il suo sostegno l’intero platonismo crollerebbe rovinosamente a terra, venendo a mancare uno dei suoi capisaldi. Naturalmente si possono muovere contro Platone centinaia di critiche, e la storia della filosofia non ha risparmiato colpi al suo campione; ma il punto è un altro. Al di là delle sue teorie, vere o false che siano, Platone ancora oggi ci insegna a non dare per scontata la realtà sensibile, forse illusoria come i sogni pronti a dileguarsi non appena riaperti gli occhi al mattino.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire l’argomento si segnala la lettura dell’articolo di M. Migliori, Platone e la dimensione umana del vero , in L’inquietante verità nel pensiero antico , a cura di A. Fermani e M. Migliori, «Humanitas», N.S. Anno LXXI, n.1, Morcelliana, Brescia 2016.  Tra le opere di Platone si consigliano La Repubblica e il Menone.

 

 

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