24 maggio 2021

Scuotere l’ordine abituale: la relazione con l’estraneo in Heidegger e Waldenfels

«L’accessibilità dell’originariamente inaccessibile», così Husserl nelle Meditazioni Cartesiane definisce l’esperienza della relazione con l’estraneo.  Per parlarne, dobbiamo necessariamente fare riferimento a espressioni paradossali come “accessibilità nell’inaccessibile” e “incomprensibilità nel comprensibile”. Perché? Se da una parte l’estraneo è ovviamente accessibile, perché a esso ci possiamo relazionare, dall’altra rimane inaccessibile nello spazio della sua assenza, dove non lo possiamo trovare perché manca. Proprio per questo motivo è in un certo senso presente, perché sappiamo che non è lì dove avrebbe dovuto essere.

 

Il tema della sottrazione,  contenuto nell’esperienza degli altri, lo ritroviamo anche nel pensiero di Heidegger  che, nel capitolo IV di Essere e Tempo, analizza la seconda delle tre fasi dell’essere-nel-mondo. Fino a questo momento, nel testo si era detto che l’essere umano (il Dasein, l'Esserci) «non “c’è” né è mai dato innanzi tutto senza mondo», mentre ora aggiunge che «allo stesso modo, in fondo, non è mai dato innanzitutto un io isolato, senza gli altri ». Per determinare l’Esserci a partire dall’essere-nel-mondo, dobbiamo partire dall’analisi degli altri Esserci:  «“Gli altri”, in questo caso, non significa coloro che restano dopo che io mi sono tolto. Gli altri sono piuttosto quelli dai quali per lo più non ci si distingue e fra i quali, quindi, si è anche». 

 

Parliamo, dunque, di una relazione originaria e costitutiva che influenza la vita dell’Esserci e che, rispetto alla questione dell’ intersoggettività , si traduce in “essere-assieme” e “con-essere” ( Mitsein ): «il con-essere determina esistenzialmente l’Esserci anche qualora, di fatto, l’altro non sia né presente né percepito. Anche l’esser-solo dell’Esserci è un modo di con-essere nel mondo». Solo così, dopo aver presupposto un con-essere, l’altro può mancare e possiamo riconoscere l’esperienza della solitudine dell’«esser-solo» come «un modo difettivo del con-essere». Proprio grazie a questa relazione di con-essere possiamo parlare di empatia:  una conoscenza autentica richiede che “si faccia conoscenza” l’uno dell’altro. 

 

Un ultimo aspetto da analizzare riguarda la questione della “cura”: Heidegger tratta il " prendersi cura" ( Besorgen ) indicandolo come un carattere dell’Esserci nel suo rapportarsi alle cose. Tuttavia, la cura che si applica agli altri Esserci è necessariamente diversa: «L’altro Esserci non è incontrato nel quadro del prendersi cura ma dell’ aver cura  ( Fürsorge )». Due sono le forme possibili dell’aver cura. La prima è il modo di aver cura in cui ci si sostituisce completamente all’altro, dominandolo e riducendolo ad una posizione subordinata. La seconda è, invece, la possibilità opposta, quella in cui l’aver cura non diventa un sostituirsi, ma un anticipare e presupporre l’altro come altro da sé per aiutarlo «a divenire trasparente nella propria cura e libero per essa».

 

Pur offrendo un’interessante analisi del rapporto con gli altri, la posizione Heideggeriana in Essere e Tempo ci lascia privi di risposte soddisfacenti circa la questione dell’ estraneità.  Ecco che, allora, è opportuno interrogare il pensiero di un altro esponente della fenomenologia responsiva, Bernhard Waldenfels,  che sottolinea come le relazioni dipendano dalla figura dell’estraneo e alle sue risposte.

 

In Fenomenologia  dell’estraneo,  il problema della relazione con l’ estraneo inizia nella lingua tedesca già dalla sua nominazione. Infatti: «Non c’è niente di più consueto della parola fremd , estraneo, e delle sue variazioni e derivazioni (...) Eppure, non appena proviamo a rendere la parola fremd in altre lingue, ci imbattiamo in una molteplicità di sfumature semantiche che lascia riconoscere tre diverse tonalità di significato e corrispettivi contrasti di significato.» Riusciamo a definire l’estraneo come externum,  ciò che è fuori dal nostro spazio vitale, come a lienum, ciò che non è nostro, non appartiene alla nostra cultura e come insolitum,  ciò che scuote l’ordine abituale e la compattezza di quanto ci appare scontato ed ovvio. 

 

«Il “dentro”, ossia la sfera del proprio, in opposizione al “fuori”, ossia alla sfera dell’estraneo, può essere determinato solo occasionalmente, cioè dal luogo che volta per volta occupa colui che parla o che agisce». Difficilmente definibile in maniera univoca, questa “ distanza ” è sempre intesa come una differenza, un’esclusione individuata a partire dall’io e dell'inclusività di ciò che è proprio: mancheremo l’estraneo fino a quando lo considereremo come un “qualcosa” o un “qualcuno” di ordine direttamente accessibile o definibile. Ma, se si manifesta solo laddove ci destabilizza, come possiamo accedervi attraverso il linguaggio senza tradirlo? Una soluzione potrebbe essere individuata nel gesto del pensiero che trasforma il parlare dell’ estraneo nel parlare dall’ estraneo, attraverso le sue risposte. 

 

Il rispondere non dev’essere inteso come una semplice reazione ad uno stimolo, ma come il tramite per trasformare «ciò da cui siamo colpiti» (la richiesta di relazione dell’estraneo) in «ciò a cui rispondiamo». Tale rispondere va oltre il semplice contenuto della risposta nel discorso: «Noi possiamo rispondere in diversi modi, che interessano tutto il repertorio corporeo: posso rispondere infatti con sguardi, cenni, azioni.». Ogni volta che accogliamo la richiesta con cui l’altro ci si annuncia, senza ricondurlo a un ordine che ci sembra familiare e senza privarlo del suo insolitum,  l’esperienza di sé diventa autentica in quanto «Noi siamo nel profondo ciò che siamo quando rispondiamo all’estraneo. Altrimenti non saremmo altro che copie di noi stessi».

 

Sfruttando l’analisi condotta da Waldenfels possiamo riprendere e chiarire in Essere e Tempo la radicale estraneità dell’Esserci a se stesso quando si confronta con l’esperienza della morte.

 

Heidegger afferma chiaramente che l’esperienza che facciamo della morte altrui è diversa dall’esperienza esistenziale della nostra morte: «Anche l’Esserci degli altri, una volta che con la morte abbia raggiunto la totalità, è un non-Esserci-più nel senso di non-essere-più-nel-mondo». Con la morte dell’altro possiamo esperire «il decadere di un ente dal modo di essere dell’Esserci (o della vita) al non-Esserci più.». Ma quanto più partecipiamo alla morte degli altri, tanto più si fa chiaro che l’esperienza della morte eccede quanto può esperire chi resta: «Nei patimenti per la perdita del defunto non si accede alla perdita dell’essere quale è “patita” da chi muore. Noi non sperimentiamo mai in senso genuino il morire degli altri; in realtà non facciamo altro che “assistervi”». Gli altri ci lasciano e, per quanto possiamo sentirli vicini, la loro morte non può che esserci profondamente estranea: in rapporto al morire, la sostituzione è impossibile. «Nessuno può assumersi il morire di un altro. Ognuno può, sì, “morire per un altro”. Ma ciò significa sempre: sacrificarsi per un altro in una determinata cosa. Ma questo morire-per… non può mai significare che all’altro sia così sottratta la propria morte.». Così, davanti a ciò che più ci è estraneo, la morte degli altri, nasciamo come soggetti, prendiamo coscienza di noi stessi e assistiamo allo spettacolo di un morente.

 

A questo punto, possiamo dire che entrambi gli autori condividono l’idea di estraneità come ciò da cui proviene un appello cui l’uomo non può in alcun modo sottrarsi.  Se da una parte la posizione di Heidegger non è esplicita e deve essere estrapolata dal testo, dall'altra la tesi di Waldenfels è chiara: non siamo mai presso noi stessi perché siamo sempre soggetti alla relazione con un’estraneità intrapersonale e intraculturale. Se l’uomo fosse padrone di sé, infatti, potrebbe tenersi a distanza dal perturbante e rifugiarsi presso il suo intimo. Tuttavia, l’uomo si estrania da sé nella misura in cui si relaziona e risponde all’estraneo, considerandolo esclusivamente come un pathos che sopraggiunge. Nonostante implichi un continuo scontrarsi con ciò che non è familiare, la relazione con l’estraneo è un carattere fondamentale dell’essenza umana e consente la scoperta di una nuova dimensione di senso.  Partendo da ciò che scompagina il carattere abituale dell’essere è necessario perseverare nella fenomenologia di quell’ insolitum che, al contrario dell’ alienum e dell’ externum,  comprende l’estraneità che ci appartiene.

 

Per saperne di più:

Per approfondire si consiglia la lettura dei testi  Guida a Heidegger. Ermeneutica, fenomenologia, esistenzialismo, ontologia, teologia, estetica, etica, tecnica, nichilismo di Franco Volpi, Straniero di Umberto Curi e Fenomenologia dell’estraneo.   Estraneo, straniero, straordinario: Saggi di fenomenologia responsiva di Bernhard Waldenfels.

 

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