28 maggio 2021

Voce e identità: tra Eco e Madame

Nella mitologia greca, Eco è una delle Oreadi, le ninfe delle montagne. Ovidio, nel terzo libro delle Metamorfosi, racconta che Giove, notando la propensione della fanciulla al pettegolezzo, la convinse a distrarre sua moglie Giunone, per potersi intrattenere più a lungo nei propri amori furtivi. Giunone, accortasi dell’inganno, la punì togliendole la parola e condannandola a ripetere solo gli ultimi suoni che sentiva. Eco è anche profondamente legata al mito di Narciso, e infatti Ovidio narra le storie di queste due figure nel medesimo passo. La storia di Narciso, figlio di Liriope, è segnata fin dall’infanzia dalla sentenza profetica di Tiresia: «Se non conoscerà se stesso, vivrà a lungo» (Ovidio, Metamorfosi, III, v. 348). Narciso cresce giovane e bello ma totalmente indifferente ai suoi moltissimi spasimanti, di cui rifiuta, sprezzante, l’amore. Tra i vari innamorati di Narciso c’è anche Eco, che di nascosto lo segue ovunque: la ninfa vorrebbe parlargli per dichiarargli il proprio amore, ma è destinata a duplicare i suoni degli altri senza poter parlare per prima. Per questo motivo l’incontro tra i due si risolve in una catena di equivoci e fraintendimenti: 

 

“Qui riuniamoci!” esclama [Narciso], ed Eco che a nessun invito mai risponderebbe più volentieri: “Uniamoci!” ripete. E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro per gettargli, come sogna, le braccia al collo. (Ovidio, Metamorfosi, III, vv. 386-389)

 

Ma Narciso fugge spaventato urlando a Eco una dolorosa sentenza: 

 

“Togli queste mani, non abbracciarmi!” grida. “Possa piuttosto morire che darmi a te!” Lei non rispose altro che: “Darmi a te”. (Ovidio, Metamorfosi, III, vv. 391-392)

 

Per questa umiliazione Eco si ritira in luoghi nascosti, e così, in solitudine, finirà la sua vita. La sorte di Narciso, invece, è di specchiarsi in una fonte d’acqua e, innamoratosi del proprio riflesso, di morire annegato tentando di afferrarlo. Si tratta di un duplice inganno: il giovane, infatti, non distingue l’immagine da un corpo reale, e nemmeno riesce a riconoscersi nel riflesso – così la sua vita finisce nel momento in cui conosce se stesso. 

 

La figura di Eco è particolarmente affascinante per tentare di tracciare quel rapporto che lega l’immagine sonora a quella visiva. Nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, opera del VII secolo, si legge la parola greca icon, eco, è in latino imago, e cioè immagine, così chiamata perché rispondendo alla voce l’eco restituisce l’immagine del discorso, come se l’immagine sonora di colui che parla migrasse e diventasse reale in colui che ascolta. Il mito di Eco sembra, infatti, parlare della sonorità come di un luogo accogliente e generoso dell’altro, cioè di ciò che è diverso da se stessi, e infatti è proprio grazie alla voce che può esserci l’alterità. Ma quando non si ha una voce propria e non si può che ripetere le ultime parole pronunciate da altri, il proprio io si dissolve. Eco viene così ad essere il simbolo della pura alterità poiché non ha una propria voce ma replica soltanto i suoni altrui. Narciso, al contrario, rappresenta la pura identità che non concepisce altro al di fuori di se stesso. Il rapporto che si instaura tra i due è totalmente squilibrato e privo di un confronto, e porta infatti all’autodistruzione di entrambi i personaggi. 

 

Ovidio instaura una relazione profonda tra la sonorità, cioè la voce, e l’identità. Tale relazione è la medesima che è possibile rintracciare nel testo della canzone VOCE presentata da Madame, giovane cantautrice vicentina, al Festival di Sanremo 2021, nel quale ha ottenuto il Premio Miglior testo “Sergio Bardotti” e il Premio Lunezia. VOCE è costruita come una classica canzone d’amore, ma il testo, come affermato dall’autrice stessa, è in realtà una dedica alla propria voce, ossia alla sua identità. La canzone è incentrata sulla ricerca di questa voce che si è persa: «Dove sei finita, amore? / Come non ci sei più?», che l’autrice ha cercato in altre persone – «Nelle corde di gente che non conosco» – ma che alla fine è sempre stata in lei stessa: «Ma, in fondo, bastava guardarmi dentro più che attorno / Sei sempre stata in me e non me ne rendevo conto». È interessante riscontrare il fatto che Madame si rivolge alla propria voce come a un amante, così come l’amore è presente nel mito di Narciso ed Eco; se nel racconto ovidiano, però, l’elemento amoroso è una delle cause dell’annientamento dei due protagonisti – uno per l’eccessivo amore di se stesso, l’altra per il motivo opposto – in Madame esso è fonte di salvezza. Un elemento comune ad entrambi i testi, invece, è sicuramente l’immagine del bosco: il luogo in cui Eco scompare e si lascia morire – «da allora sta celata nei boschi, mai più è apparsa sui monti» (Ovidio, Metamorfosi, III, v. 393) – e il luogo interiore dove Madame cerca la sua voce – «In un bosco di me» – con quella specificazione, «di me», ad indicare l’intimità della sua indagine. 

 

Madame instaura una profonda relazione tra la propria voce e la propria identità, fino a renderle sovrapponibili. Significativo è in quest’ottica anche l’outfit indossato dalla cantautrice la prima sera del Festival: un completo fatto di paillettes tanto luccicanti da sembrare specchi. E poiché lo specchio riflette l’immagine che lo guarda, così, Madame si è fatta specchio delle immagini, delle voci altrui: una resa visiva di quello che è l’eco.

 

Nel mito ovidiano Eco è condannata a non avere una voce e dunque un’identità e per questo si autodistrugge; al contrario Madame, che pure era vicina a questo rischio, riesce invece a recuperare la propria voce e dunque a ritrovarsi. Nella quarta e nella quinta serata, la cantante vicentina, si veste prima da madre e poi da sposa della sua voce, a dimostrazione che sullo specchio iniziale è comparsa un’immagine ben precisa: se stessa. 

 

Il mito di Eco e la canzone di Madame, in epoche e contesti totalmente diversi, parlano della medesima istanza: della ricerca che ogni essere umano compie nella vita della propria identità, in entrambi i casi posta in relazione all’elemento sonoro della vocalità. E se nel testo di VOCE Madame canta «E sarà la voce ad essere l’unica cosa più viva di me / Voglio che viva cent’anni da me» come desiderio finale, nel mito di Eco la voce, o meglio la sonorità, è l’unica cosa che resta dell’infelice ninfa – «Non restano che voce e ossa: la voce esiste ancora; le ossa, dicono, si mutarono in pietre [...] ma dovunque puoi sentirla: è il suono, che vive in lei» (Ovidio, Metamorfosi, III, vv. 398-401). Madame ed Eco ci raccontano di quella ricerca identitaria che Pavese, nell’Inconsolabile, contenuto nei Dialoghi con Leucò, cristallizza con frasi tanto semplici quanto profonde: “Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo” – parole che risultano tanto più affascinanti se si pensa che a pronunciarle, nella rivisitazione del mito classico che Pavese fa, è Orfeo, il poeta che, con il proprio canto e dunque con la propria voce, è riuscito ad impietosire i crudeli Signori dell’Ade.

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura dei versi 339-510 del terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio, L’eco, lo specchio e la reciprocità amorosa. Una lettura del tema di Narciso, di E. Pellizer, in “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, 17, 2, 1984, pp. 21-35, e l’ascolto dell’album Madame di Madame, uscito il 19 marzo 2021.  

 

 

La foto è di Sabrina Conforti, che autorizza l'uso della stessa per l'articolo su liberatoria.

 


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