2 giugno 2021

Le relazioni nascoste. Le radici profonde degli anni di piombo (prima parte)

Oggi, dopo due decenni di attenzione mediatica nei confronti dell’Islam radicale, viene quasi naturale associare il fenomeno terroristico a quella matrice. Eppure, per citare Francesco Benigno, il terrorismo è un fiore cresciuto nel giardino occidentale. Per quanto oggi possa apparire singolare, infatti, durante i quasi due decenni che andarono dal finire degli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta del Novecento la minaccia terroristica più forte nei confronti dell’Europa veniva da cellule tutte interne al continente.

 

Non solo: l’Europa era il fronte terroristico mondiale più “attivo”, e l’Italia lo stato europeo col più alto numero di attentati. Per questa ragione quei due decenni sono stati definiti “la notte della Repubblica”. Fra il 1969 ed il 1982 infatti, si contarono 351 morti per atti di violenza politica. Si tratta di più di due omicidi politici al mese. Quella stagione passò alla Storia anche con il nome di Anni di Piombo.

 

Tre sono stati i punti che hanno reso il caso italiano un triste unicum nel panorama europeo. Il primo riguarda la radicalità del fenomeno: il numero di morti in Italia superò infatti quello delle altre “medie” nazionali. Il secondo aspetto riguarda la sua durata. Pur essendo stato un terrorismo di base, per così dire, ideologica (fatta eccezione per il terrorismo altoatesino), la sua costanza nel corso degli anni è riuscita a competere con i terrorismi di matrice etnico-nazionalista, solitamente più longevi, come i casi di ETA (nel Paese Basco) e dell’IRA (in Irlanda del Nord). Il terzo aspetto è una sintesi dei primi due, quindi il perché di una radicalità tale nel contesto di un paese sviluppato.

 

Per rispondere a questi interrogativi è necessario dare una cornice al tema. Innanzitutto, dobbiamo collocare quegli anni nel quadro generale della Guerra Fredda: com’è noto, questo nome indica quel conflitto semi-dichiarato che vide contrapporsi da una parte i paesi del patto Nato, e dall’altra quelli del patto di Varsavia. Volendo banalizzare, da una parte della barricata gli Stati Uniti, alla testa del Mondo Libero, e dall’altra l’Unione Sovietica a capo dei paesi socialisti. Come spesso accade tuttavia, all’immagine di questo mondo binario va sostituita la visione di un contesto più complesso.

 

Basti pensare al consesso dei paesi non allineati (i paesi che oggi chiameremmo in via di sviluppo e che stavano allora uscendo dal colonialismo), che con le conferenze di Bandung e Belgrado, rispettivamente nel 1955 e nel 1961, definirono per se stessi una nuova politica non asservita necessariamente a uno dei due blocchi. Ancora, ci sarebbe da ricordare la tensione che si venne a creare nel corso degli anni Sessanta fra l’URSS e la Cina comunista.

 

In questo contesto si collocava il nostro paese. In quegli anni l’Italia si trovava sotto l’ombrello della Nato, ma in una zona di confine: sulla stessa longitudine della Germania, paese diviso in due fra il blocco orientale e quello occidentale, e al confine con  l’Austria, nazione rimasta neutrale, e con la Iugoslavia, paese comunista sotto la guida del maresciallo Tito ma non allineato a Mosca. Inoltre, a poche centinaia di chilometri dalle coste meridionali della Penisola, in nord-Africa prendevano piede movimenti anti-colonialisti. In questo contesto, la presenza del Partito Comunista più grande d’Europa destava non pochi pensieri in ambienti Nato.

 

In questo complesso scenario esplose il Sessantotto. Questo avvenimento è stato definito come il primo vero fenomeno mondiale, indice di una globalizzazione ormai matura. Nel corso del biennio 1967-1969 infatti la contestazione tanto giovanile quanto di altri settori della società, esplose quasi ovunque nel mondo, dando l’impressione a un militante dell’epoca che “il mondo si stesse muovendo”, ovviamente verso il socialismo.

 

In Italia numerose università, da Trento a Napoli, vennero occupate, e gli studenti si recarono per solidarietà di fronte ai cancelli delle fabbriche, come nel caso dello stabilimento Mirafiori della FIAT, fuori Torino. Le richieste di questo movimento erano le più disparate, ma si può tentare di sintetizzarle. La base comune su cui il movimento, o comunque la maggioranza di esso, innestò le sue rivendicazioni fu l’ideologia marxista, anche se non sempre in maniera coerente o consapevole (o come si diceva in quegli anni, “ortodossa”). Su questa radice costruì poi una richiesta di democratizzazione dei bisogni ma anche dei piaceri della società dei consumi (quasi un marxismo libidinale, o del piacere) al ritmo dello slogan: “Non vogliamo solo il pane! Vogliamo anche le rose!”. A ciò si accompagnava una critica alla società vista come repressiva, e che frustrava i legittimi desideri degli individui.

 

Su questo movimento, il 12 dicembre 1969, si abbatté la prima grande strage degli Anni di Piombo: Piazza Fontana. Una bomba, piazzata all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, esplose causando decine di morti e feriti. Con questa data si fanno iniziare, per così dire, “ufficialmente” tanto il terrorismo rosso quanto il terrorismo nero. Quest’ultimo infatti si connota in quegli anni per la sua  tendenza “bombarola”, e con la strage di Piazza Fontana iniziò quel ciclo che porterà varie formazioni neofasciste ad essere manovali del terrore al comando dei servizi segreti italiani e statunitensi. Oltre a essere la data d’inizio delle trame nere, il 12 dicembre del 1969 è stato considerato anche all’origine del terrorismo rosso.

 

Molti nella strage di Piazza Fontana videro infatti il giorno della “perdita dell’innocenza” dell’estrema sinistra. Secondo questa visione, con l’esplosione di quella bomba, l’estrema sinistra trovò conferma dei timori di una repressione da parte dello Stato e dell’estrema destra che, in un periodo segnato da tensioni internazionali, non potevano tollerare spostamenti dell’equilibrio politico a sinistra, verso il Partito Comunista peraltro in quegli anni in continua crescita.

 

Questa è, ovviamente, solo una delle ragioni che spiegano il perché della radicalizzazione. Leggendo i documenti prodotti dalle organizzazioni armate, le stampa della Nuova Sinistra di quegli anni (anche detta extraparlamentare) e le fonti giudiziarie, soprattutto gli interrogatori resi alla Commissione Moro (la Commissione Parlamentare che ha indagato sul rapimento di Aldo Moro e sul terrorismo rosso), vengono in superficie diverse giustificazioni che i militanti hanno addotto per spiegare la loro radicalizzazione. La prima lega la scelta delle armi a una questione di necessità, di difesa, mentre la seconda la pone più in termini di “opportunità” rivoluzionaria. La terza invece, riveste la pratica della violenza di una dignità epistemologica, la quale porta poi a definire la quarta ragione, che vede nella lotta armata uno scontro necessario contro un sistema dai tratti totalitari. La quinta ed ultima caratteristica è infine legata, in questi documenti, all’impegno degli individui nel campo dell’antifascismo militante.

 

Per quanto riguarda la prima ragione, molti militanti hanno affermato di aver avuto serio timore che in quegli anni potesse verificarsi in Italia un colpo di stato. Questa angoscia trovava allora appiglio in diversi dati di fatto. In primo luogo, l’intera fascia mediterranea d’Europa si trovava sotto regimi di stampo fascista: il Portogallo di Salazar, la Spagna franchista, la Grecia dei colonnelli e la Turchia. Nel 1967, inoltre, due interviste giornalistiche avevano portato alla luce il cosiddetto “Piano Solo”, un golpe che sarebbe stato pianificato dal generale dei carabinieri De Lorenzo, poi non messo in atto all’ultimo momento.

 

Questo era stato il primo di una serie di golpe “abortiti”, come i seguenti casi del 1970 e 1974, i cosiddetti golpe Borghese e bianco. Il primo prese il nome da Junio Valerio Borghese, ex-comandante della Decima Mas, corpo d’élite della Repubblica di Salò, mentre il secondo lo deve ad Edgardo Sogno, partigiano bianco (quindi di sentimenti cattolici), medaglia d’oro della Resistenza e deciso anticomunista. Tali operazioni rientravano sotto la più grande strategia Nato detta “Demagnetize”, il cui scopo era, appunto, quello di “demagnetizzare” la forza dei Partiti comunisti in paesi alleati. “Provocando” i comunisti con queste “minacce” (ossia i golpe), si sperava di indurli a una reazione violenta, in modo da screditarli agli occhi dell’opinione pubblica prima di attaccarli frontalmente.

 

Un esempio di quanto questo timore di un colpo di stato fosse diffuso è senza dubbio l’attività della casa editrice Feltrinelli, il cui proprietario, Giangiacomo, era noto per le sue tendenze rivoluzionarie. In una prefazione al suo volume “Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre”, del 1970, scriveva:

 

“Oggi come allora la coalizione delle destre dispone di tutti i mezzi per attuare una repressione, sia legalmente che con un colpo di stato, contro le classi e le forze politiche che contestano il suo potere assoluto nel paese”

 

Mauro Borromeo, militante politicizzatosi a fine anni Sessanta e poi finito nella lotta armata, così spiegò alla Commissione il perché della sua scelta:

 

Dopo la strage di Piazza Fontana, che nel mio intimo non ebbi dubbi nel ritenere “la strage di stato”, incominciai a nutrire per la situazione politica che si era venuta creando seri timori per la sopravvivenza della democrazia in Italia.

 

Questa giustificazione non è però una caratteristica unica della generazione che aveva vissuto il Sessantotto. Roberto Sandalo, politicizzatosi nella seconda metà degli anni Settanta e facente parte del servizio d’ordine di Lotta Continua (l’organizzazione della sinistra extraparlamentare più diffusa in quegli anni), racconta di come la dirigenza gli avesse ordinato di trovare un alloggio “sicuro” e “non rintracciabile” in caso di golpe. Anche nel primo documento pubblico dei Gap (Gruppi Azione Partigiana), scritto nel Dicembre del 1970, si legge di come i recenti avvenimenti fossero una “aperta dichiarazione di guerra dei fascisti, strumenti diretti, ora più che mai, del padronato e dell’imperialismo”.

 

Ad ogni modo, nonostante questi timori abbiano senza dubbio giocato un ruolo nella radicalizzazione dell’estrema sinistra, ritenere Piazza Fontana come l’evento scatenante del terrorismo rosso sarebbe errato. Da diversi anni infatti, numerosi studi hanno smentito tale visione giustificazionista. Partiamo da due fatti di cronaca dell’epoca.

 

Il primo è la morte dell’agente Antonio Annarumma, avvenuta il 19 novembre 1969, un mese prima di Piazza Fontana, nel corso di scontri di Piazza con l’estrema sinistra a Milano. La sinistra “ufficiale” si dissociò dalle azioni di piazza, condannando “le posizioni avventuriste di Lotta continua”, l’organizzazione extra-parlamentare dietro la manifestazione. Di contro il quotidiano di LC rispose in maniera raggelante:

 

 «In uno scontro tra proletari e polizia la ragione non sta dalla parte di chi ha il "morto"; la ragione sta sempre dalla parte degli operai»

 

Inoltre, nell’estate del 1969, si tennero due convegni, quello di Chiavari, vicino Genova, e quello di Monterinaldi, fra Fiesole e Firenze.  Oltre ad essere alla base della nascita rispettivamente delle Brigate Rosse e di Potere Operaio, in questi convegni si discusse il passaggio operativo alla lotta armata.

 

Oltre a questi eventi, vi è una comune radice ideologica che appartiene a tutta l’area gravitante attorno al PCI e che aveva fra le proprie cifre distintive l’idea di rivoluzione. Dopotutto, per Marx la violenza era la “levatrice della Storia” e Rossana Rossanda, tra i fondatori del Manifesto, parlò a proposito dei terroristi rossi come usciti fuori dall’ “album di famiglia” del Pci, sottolineando come molti degli appartenenti alle formazioni di estrema sinistra provenissero da ambienti sociali, e familiari, vicini al Partito Comunista. 

 

Non a caso, il Pci veniva definito da molti suoi avversari come il partito della doppiezza. Se la sua ideologia di riferimento rimaneva infatti il marxismo-leninismo, che aveva nel suo “pantheon” l’idea di rivoluzione, la linea adottata dalla dirigenza dopo il 1945 era stata quella della “democrazia progressiva” togliattiana, che invece nella pratica la escludeva. Questa ambiguità causava al partito non pochi problemi, tanto che tra il 1966 ed il 1971 perse più di cinquantamila iscritti. Sarebbe tuttavia un errore credere che questo rapporto ambiguo nei confronti della violenza fosse proprio solo della sinistra “ufficiale”. Anche Lotta Continua venne dilaniata al suo interno da tendenze “rivoluzionarie” e “legaliste”.

 

Secondo Sidney Tarrow questa perdita di credibilità rivoluzionaria prima del Pci, e poi di organizzazioni extraparlamentari che si erano “istituzionalizzate”, creò un “vuoto” a sinistra che permise ad alcune organizzazioni di tornare alle radici ideologiche del marxismo-leninismo, e quindi, di recuperare la legittimità dell’uso della violenza. 

 

[Leggi la seconda parte]

[Leggi la terza parte]

 

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