3 giugno 2021

Le relazioni nascoste. Le radici profonde degli anni di piombo (seconda parte)

[Leggi la prima parte]

 

La seconda giustificazione che i militanti hanno usato per spiegare la legittimità della violenza rivoluzionaria mette quest’ultima in relazione con una situazione politica favorevole. Da tempo si era diffusa la convinzione che alcune predizioni più “deterministe” del marxismo non si sarebbero verificate e che la Rivoluzione sarebbe avvenuta solo se si fossero create ad arte le condizioni adatte. Queste idee tornarono ad aleggiare sul mondo intellettuale degli anni Sessanta, specie nella rivista dei Quaderni Rossi. A ciò si accompagnò la netta sensazione che il mondo “si stesse muovendo” verso il socialismo. Subito dopo il ’45 infatti, in tutta l’Europa dell’Est erano andati al potere partiti comunisti, nel 1949 la Cina era diventata “rossa” mentre nel ’50 iniziava la guerra di Corea. I movimenti guerriglieri comunisti continuarono a diffondersi in tutto il mondo fino ad approdare, nel 1956, sulle spiagge di Cuba.

 

Anche in Italia, con la sommossa di Genova del ’60 e la rivolta di Piazza Statuto a Torino  nel ’62, le masse sembravano “svegliarsi”. L’occasione sembrava propizia per spingerle verso la rivoluzione. Toni Negri, intellettuale di punta dell’epoca e leader di Potere Operaio, interrogato dalla Commissione Moro parlò della

 

“'inarrestabile tendenza delle avanguardie di massa del proletariato, verso la lotta armata rivoluzionaria”

 

Questo movimento rivoluzionario, che sembrava appunto “di massa”, convinse molti della possibilità concreta di poter “spingere” le lotte verso una Rivoluzione vera e propria, come ha poi affermato Massimo Cianfanelli di fronte alla Commissione:

 

Nel 1968, (…) in Italia erano iniziate le lotte di massa (…),Si tendeva al raggiungimento di un potere reale del proletariato nella società (…) C’era la possibilità di organizzare questi settori di massa.

 

E d’altra parte, la Storia degli ultimi anni non aveva mostrato le vittorie che la pratica violenta poteva portare? Basti pensare al Vietnam che “vince perché spara”, secondo uno slogan dell’epoca. Anche Patrizio Peci, della “generazione” del ’77, parlando della sua scelta disse:

 

Noi lo abbiamo fatto, abbiamo sbagliato per certi versi, però non è solo colpa nostra, ci siamo, ma è anche la società che ci ha spinto”.

 

Dopotutto il mondo era in movimento, l’occasione era propizia, ma non si poteva rimanere seduti ad aspettare che la Rivoluzione si avverasse da sola. Per questa ragione si doveva passare all’attacco, memori delle lezioni di Sorel e degli ammonimenti di Fortini, che dalle pagine dei Quaderni Rossi ricordava

 

questa crisi non significa il crollo automatico del modo di produzione stesso”.

 

 La Storia, in definitiva, andava “presa per mano” ed accompagnata verso la Rivoluzione.

 

Come già detto, la terza giustificazione che molti militanti dell’estrema sinistra hanno addotto per spiegare il perché della scelta delle armi ammanta la violenza di una dignità “epistemologica”, ossia di rivelazione di una verità. Questa ragione vedeva la società permeata da una “violenza sistemica”. Cosa si intende? Secondo questa visione la nostra società, divisa in classi sociali, con differenze di reddito e soprattutto di possibilità di avanzamento sociale, rimaneva tale in quanto permeata da una violenza nascosta ed inscritta nel sistema.

 

Tale violenza, ad esempio, faceva sì che alcuni lavori fossero poco remunerativi e che servissero a malapena a garantire la sussistenza biologica di chi li svolgeva. Ancora, dispiegava all’interno del tessuto sociale una serie di strumenti e metodi per far sì che queste differenze di classe persistessero. Ciò era riscontrabile ad esempio nella difesa a oltranza della proprietà privata, anche quando ciò andava contro l’interesse della maggioranza e si sostanziava nelle centinaia e anonime morti bianche che ogni anno avvenivano nelle fabbriche e nei cantieri a causa della pericolosità delle mansioni e alla mancanza di sicurezza, testimonianza ulteriore del fatto che la vita umana di alcuni valeva meno del profitto di altri.

 

Data questa analisi, l’uso della violenza da parte del “proletariato”, si dotava di una dignità epistemologica in quanto consentiva di “leggere” l’intera struttura della società come regolata da tali rapporti che avevano come scopo quello di mantenere lo sfruttamento e il privilegio dei pochi sui molti. In secondo luogo, la sua pratica concreta consentiva di iniettare nel tessuto sociale una dose di violenza che aveva il potere di radicalizzare qualsiasi scontro, escludendo la possibilità della mediazione e, quindi, obbligando chiunque a compiere scelte di campo nette, senza compromessi. Provocando poi i “padroni” e lo Stato, li costringeva a gettare la maschera, a difendere con la forza i propri interessi diretti, facendo cadere la maschera delle contrattazioni “civili”, come quelle sindacali e della “democrazia borghese”.

 

Nel testo della sua Audizione alla Commissione infatti, Morucci ci parla della violenza rivoluzionaria come di un qualcosa di “rivelatore”; coloro che praticavano la lotta armata infatti:

 

“volevano (…) che uscisse fuori questo tipo di realtà in tutta la sua violenza celata, nascosta"

 

Ed anche Enrico Fenzi, docente di letteratura italiana all’Università di Genova, membro e per alcuni ideologo delle Brigate Rosse, in un’intervista disse:

 

"Noi vediamo più a fondo di altri; gli altri si fermano alla carne, non scendono allo scheletro. Noi capiamo che tutto è violenza, che i rapporti sociali sono tutta una finzione"

 

Questa analisi, oltre a dare alla violenza una dignità ermeneutica, conoscitiva, la legittima sul piano morale in quanto da un senso a tutta una serie di sofferenze del singolo. Nel suo lungo interrogatorio, Massimo Cianfanelli affermò:

 

Quando si sceglie la lotta armata si pensa che il sacrificio di vite umane possa servire a salvarne molte altre. Si fa un tipo di analisi per cui si dice che la società capitalista produce anche morte”.

 

Inscrivendo le ingiustizie della società ad un sistema concepito in questi termini, l’uso della lotta armata nella contrattazione politica viene quasi “umanizzato”. Due frasi rimaste famose vengono alla mente, quelle di Renato Curcio, leader delle Br fino al 1974, e di Sergio Segio, militante di Prima Linea. Al processo al nucleo storico delle Br, Curcio affermò che “L’omicidio di Aldo Moro è  il più alto atto d’umanità in una società divisa in classi” mentre Segio fece sua la massima maoista secondo cui c’erano morti “leggere come piume” ed altre pesanti “come montagne”.

 

In questo senso, alcuni passaggi di un documento prodotto dalla brigata XXII Ottobre, la formazione genovese di estrema sinistra che per prima, nel 1970, compì un’operazione di lotta armata rapendo l’imprenditore Gadolla, potrebbe essere definito un piccolo “manifesto” di questa “violenza epistemologica”. Il comunicato venne recitato dai militanti durante il processo che li vide implicati nel rapimento, ed iniziava con queste parole:

 

Rivolgo… tutte queste accuse contro quella banda di criminali che le ha provocate. Per banda criminale intendo i gruppi di potere monopolistico, non solo dell’economia nazionale, ma anche internazionale; voi stessi altro non siete che validi strumenti di questa banda mostruosa”.

 

Nella loro lotta contro questa “banda mostruosa” (ossia i “padroni”), i veri comunisti erano legittimati ad usare la violenza, in quanto non era che

 

un riflesso condizionato ed è una nullità al confronto con la ferocia borghese che abbiamo subito supinamente per anni e sistematicamente per secoli”.

 

Alla luce di questa visione:

 

i veri comunisti si arrogano diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da una parte e privilegiati e oppressori dall’altra”.

 

E concludeva:

 

Nessuno, e nemmeno voi giudici, si indigna per gli omicidi bianchi di tutti i giorni, con quegli omicidi avete la mano leggera

 

Questa capacità epistemologica della pratica violenta, portando alla comprensione profonda delle “realtà sociali”, ci introduce ad un altro aspetto: la concettualizzazione della lotta come una guerra ad un nuovo sistema totalitario. 

 

[Leggi la terza parte]

 

Immagine da Pixabay - Libera per usi commerciali

 


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