4 giugno 2021

Le relazioni nascoste. Le radici profonde degli anni di piombo (terza parte)

[Leggi la prima parte]

[Leggi la seconda parte]

 

Arriviamo così alla quarta legittimazione della violenza rivoluzionaria. Nella cultura contestataria degli anni Sessanta si diffuse appunto l’idea secondo la quale il sistema contro cui si lottava fosse una sorta di nuovo totalitarismo. Questo tuttavia, a differenza dei due precedenti, ossia il fascismo e lo stalinismo, non aveva al centro del suo sistema di valori l’ideologia della razza, della nazione o di una classe, ma il profitto economico.

 

Si trattava in definitiva di un totalitarismo economicista. Le analisi teoriche dei Quaderni Rossi, come il Port Huron Statement, manifesto della New Left americana, avevano sottolineato l’invasione della logica di mercato in tutti gli ambiti della società, università compresa. Così scriveva ad esempio Renato Panzieri, intellettuale “in vista” della sinistra extraparlamentare, nel primo numero dei Quaderni Rossi:

 

Col crescere del volume dei mezzi di produzione cresce la necessità di un controllo assoluto da parte del capitalista (…) Dunque strettamente connesso allo sviluppo dell’uso capitalistico delle macchine è lo sviluppo della programmazione capitalistica. (…) Lo sviluppo capitalistico della tecnologia comporta, attraverso le diverse fasi della razionalizzazione, di forme sempre più raffinate di integrazione, un aumento crescente del controllo capitalistico

 

La prospettiva era dunque quella di un mondo sotto il dominio totalitario del capitale; totalitario tanto per la pretesa di dominio assoluto sulla società, quanto per la globalità della sua estensione. Questa sua ultima caratteristica era particolarmente visibile con l’affermazione delle grandi realtà multinazionali e a nulla serviva la presenza, ad est, dell’Unione Sovietica. Per larga parte della Nuova Sinistra infatti, l’URSS, in seguito alla burocratizzazione della Rivoluzione e alla creazione di una intellighenzia politica che aveva di nuovo accentrato su di sé il potere, aveva tradito gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre, ed  incarnava solo una diversa pretesa di dominio  totalitario definito “social-imperialismo”. 

 

Questa angoscia nei confronti di un sistema-moloch fu al centro anche delle riflessioni della Arendt, che vide nella rivolta studentesca una reazione alla costruzione di rapporti di potere sempre più complessi e anonimi. Nella società moderna e globale non c’era più un tiranno da additare, ma solo sistemi burocratici sempre più vasti ed anonimi. Sotto questa luce assume un aspetto interessante la prospettiva della “violenza epistemologica”. Lo “svelare” il piano del capitale, obbligare il nemico a palesare se stesso si poneva in contrasto con questa tendenza della modernità a costruire apparati sempre più integrati a livello mondiale eppure sempre più anonimi. Era la volontà di dare a tutti i costi un volto umano a forze anonime che minacciavano di stritolare l’uomo in un mondo freddo di cifre, produzione e consumo. Per dirla con le parole di Wolfgang Sofsky, la violenza può essere vista come un bisogno estremo di socialità.

 

La volontà di trovare un filo da seguire per arrivare al cuore di questo nemico totale portò le varie formazioni armate a cercare ovunque prove di questa loro visione. In un documento del settembre del 1971, le Brigate Rosse indicavano i mezzi che il capitale stava utilizzando al fine di portare a termine il suo piano di controllo totale. L’unico modo rimasto allo Stato e ai “padroni” per fermare la potente iniziativa di massa era quello infatti di

 

ristabilire il controllo della situazione mediante un’organizzazione sempre più dispotica del potere. Il dispotismo crescente del capitale sul lavoro, la militarizzazione progressiva dello Stato e dello scontro di classe, l’intensificarsi della repressione..

 

Questa “militarizzazione progressiva” portava a far perdere la distinzione tradizionale fra guerra e pace, in quanto il proletariato era costretto a vivere in un costante stato di repressione. “L’organizzazione sempre più dispotica del potere”, d’altra parte, creava la necessità al nemico di reclutare fra le proprie fila tutti i membri di apparati che potevano svolgere una funzione repressiva. Non solo le forze armate, che nella visione leninista rappresentavano l’elemento tradizionale della repressione, ma anche giornalisti, proprietari di media e, infine, membri della magistratura che difendevano la “legalità borghese”. Se infatti, argomentava Prima Linea, lo Stato è la somma di tutti questi strumenti di controllo al servizio del capitale, allora:

 

ogni cosa è parte dello Stato, tutta la vita sociale si fa Stato”

 

Ed essendo tutto parte dello Stato, e non essendoci più distinzione fra guerra e pace, fra militare e civile ed essendo la lotta, appunto, totale, tutti gli omicidi che potessero servire a colpire questa macchina repressiva erano legittimi, anche se si trattava di colpire un magistrato di sinistra che tra i primi aveva combattuto contro l’inquinamento delle indagini sulle stragi, anche se si trattava di uccidere Emilio Alessandrini. All’indomani del suo omicidio, Prima Linea scrisse:

 

il controllo sociale, la schedatura generalizzata delle masse, risultano lo scopo principale di tutte le riforme in discussione. La logica della guerra (…) diventa la logica generale in cui regolare i rapporti sociali (…) In questa logica, alcuni magistrati accettano definitivamente di assumersi responsabilità dirette di costituire e dirigere una struttura di guerra. Interi strati di funzionari civili diventano di fatto dei militari;

 

 

In questa logica di lotta senza quartiere contro un sistema totalitario era plausibile una teorizzazione che prevedesse una estensione della figura del nemico. D’altra parte, una simile “liquidità”, per parafrasare Baumann, non era nuova alla Storia del Novecento, un secolo che aveva già visto una teorizzazione della guerra e del nemico “totali”. L’ultimo stadio di questa teorizzazione, dopo aver inglobato nelle logiche della “repressione” tutti gli apparati dello Stato moderno, eseguiva la stessa operazione concettuale nei confronti dello sviluppo tecnologico, visto sempre più concentrato nelle mani di poche aziende, anch’esse facenti parte di quello “schieramento capitalista” che voleva assoggettare alle sue logiche l’intera società. In un paragrafo della loro Direzione Strategica del ’78 intitolato “I corpi antiguerriglia”, le Br parlavano dei recenti sviluppi dell’informatica in questi termini:

 

Non dobbiamo sottovalutare l’applicazione dell’informatica alla repressione della lotta di classe perché essa porta con sé, insieme all’efficienza dei calcolatori, l’ideologia che ci sta dentro ed il personale tecnico-militare che li fa funzionare. Il sistema informativo della polizia Usa si chiama Ibm. E così l’Ibm pubblicizzava questa sua realizzazione: “…Le conoscenze che abbiamo acquisito sull’uso delle informazioni, e che ci permettono di seguire i battiti di cuore sulla luna sono adesso messe a profitto dalla polizia per far rispettare le leggi”

 

L’ultima giustificazione all’uso della violenza rivoluzionaria in Italia nella stagione degli anni di piombo è legata a un sentimento di forte antifascismo militante, caratteristico di molti settori sociali vicini al Pci, che produssero concretamente i militanti che poi si radicalizzarono.

 

È indubbio come nell’immaginario che ha partorito gli anni di piombo “rossi” l’antifascismo abbia giocato un ruolo tutt’altro che secondario. Per rendersene conto, basterebbe sfogliare non solo i documenti prodotti dalle formazioni armate o le memorie di ex-militanti, ma anche i giornali della sinistra extra-parlamentare di ampia diffusione in quegli anni. Basti pensare ai virulenti titoli di Lotta continua, piuttosto che di Potere Operaio, dei primissimi anni Settanta come “I fascisti non devono parlare” o “Uccidere i fascisti non è reato”; titoli ed affermazioni di questo tenore si ritrovano praticamente in quasi ogni numero di qualsivoglia giornale o rivista di quell’area. 

 

Vedere tale atteggiamento di nuovo come una reazione a un attacco dell’estrema destra o della “repressione” da parte dello Stato sarebbe però, di nuovo, parziale. In primo luogo, c’è da considerare “l’effetto Genova”: i fatti di Genova del ’60, durante i quali i manifestanti manifestarono contro il governo Tambroni che aveva accettato nella sua maggioranza i voti dell’MSI, furono connotati da una forte componente antifascista nella mobilitazione, e rappresentarono per molti esponenti della sinistra extraparlamentare il segnale che le masse si erano messe in movimento. Sempre a Genova, medaglia d’oro della Resistenza, ha luogo prima azione di lotta armata di estrema sinistra, il rapimento di Gadolla ad opera della XXII Ottobre. Terzo punto: a Chiavari, a soli quarantaquattro chilometri da Genova, nel 1969 si tenne l’importante convegno che teorizzò il passaggio concreto alla lotta armata clandestina. D’altra parte, l’acronimo Gap, una delle primissime formazioni armate, sta per Gruppi d’Azione Partigiana e nella loro prima intervista affermarono:

 

Quanto al nome, Gap l’abbiamo scelto per ricordare e commemorare i combattenti e i caduti della prima guerra di Liberazione … per portare avanti e definitivamente vincere la loro gloriosa ed eroica, ma incompiuta guerra rivoluzionaria”.

 

Riferimenti alla scelta di radicalizzazione in chiave antifascista sono presenti in diverse memorie di ex-brigatisti, come in quella di Mario Moretti, che afferma “dalle mie parti la gente si sentiva in primis antifascista”, o in quella di Valerio Morucci. Altri riferimenti si trovano nei documenti prodotti dalle formazioni armate, già analizzate in precedenza, nei quali i fascisti vengono identificati come il primo bersaglio in quanto

 

sono oggi la punta avanzata dello schieramento politico militare del padronato e dell’imperialismo. … Essi sono il braccio armato del padronato, i mercenari del padronato condizionati costantemente da una mancanza di una strategia politico militare autonoma

 

I riferimenti, come appena detto, sono numerosi, anche nelle testimonianze rese alla Commissione, nelle quali diversi militanti affermarono di esser confluiti nella lotta armata sull’onda dell’antifascismo militante.

 

Legare il fenomeno della lotta armata “rossa” ad una memoria antifascista e resistenziale può offrire una spiegazione ad uno degli aspetti più “sconcertanti” degli Anni di Piombo italiani: la loro durata e radicalità senza pari fra i paesi industrializzati. Secondo Charles Tilly, alcune culture politiche avrebbero delle componenti “dormienti” che in un determinato momento possono essere riattivate se “l’ambiente circostante” le spinge a farlo. A questo proposito, Eduardo Gonzalez Calleja, dopo aver condotto approfonditi studi su numerosi casi di guerre intestine, ha sottolineato, sulla base di ampi dati statistici come:

 

Le guerre civili generano infatti una «trappola del conflitto»: l'odio e altre tensioni accumulate nel corso della guerra rendono, cioè, più probabile l'attivazione in futuro di altri scontri

 

Partendo da queste considerazioni sugli effetti di media e lunga durata sullo scenario politico di paesi colpiti da guerre civili, si potrebbe vedere nella radicalità degli anni di piombo italiani lo strascico di una guerra civile, quella che caratterizzò il biennio 1943-’45 e che vide vincitrice lo schieramento della Resistenza Antifascista, che l’anima profonda del Paese non aveva del tutto superato.

 

L’analisi di queste legittimazioni aiuta a comprendere più in profondità alcune fra le pagine della storia d’Italia che più hanno lasciato un solco all’interno della nostra memoria collettiva. In primis, restituisce la complessità delle ragioni che spinsero molti a intraprendere la lotta armata e aiuta a problematizzare il legame che il terrorismo rosso ha condiviso con l’antifascismo militante. Inoltre, ci aiuta a dare una risposta in termini storici e culturali al fenomeno della violenza politica negli Anni di Piombo, la quale per molto tempo è stata bollata come “misteriosa” o legata a vere o presunte “trame occulte”. Ci consente, quindi, di fare concretamente la Storia di quegli anni e di strapparla alle pagine della memorialistica, della cronaca o, peggio, della dietrologia.

 

 

Per saperne di più:

Per un approfondimento che descriva l’ambiente culturale di quegli anni, alternativo e non, si consiglia l’opera di Angelo Ventrone “Vogliamo tutto”. Per un’opera centrata invece nello specifico sul Sessantotto si rimanda all’opera d i Flores e De Bernardi “Il Sessantotto”. Completa e ben documentata è poi il saggio di Guido Panvini “Ordine nero, guerriglia rossa” mentre per un’opera generale e di ampio respiro si consiglia il recente libro di Francesco Benigno “Terrore e terrorismo”.

 

Immagine da Pixabay - Libera per usi commerciali

 


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