18 maggio 2021

Principia Ethica

Fallacia naturalistica e divisione fatti-valori nel pensiero di G.E. Moore

 

Nella prefazione ai suoi Principia Ethica, George Edward Moore propone due questioni cui i filosofi morali cercano di trovare una soluzione: (i) quale sia la natura del bene e (ii) quale sia la natura di una condotta umana che possa dirsi buona. Tuttavia, il pensatore non mostra un grande interesse per la condotta umana in sé, considerandola solo una tra le molteplici cose buone possibili, la cui determinazione dipende dall’idea che si ha di bene. Il nodo centrale della riflessione morale è dunque il concetto di bene. Si legga, in proposito:

         

Ciò che “buono” significa è in effetti, a parte il suo contrario “cattivo”, il solo oggetto semplice di pensiero che appartenga peculiarmente all’etica. La sua definizione, di conseguenza, è il punto essenziale nella definizione dell’etica; e inoltre un errore su questo punto porta con sé un numero di giudizi etici errati di gran lunga più grande che qualsiasi altro errore in materia (MOORE, 1964, pp. 48-49).        

 

Sul significato che si attribuisce alla nozione di bene, quindi, si fonda tutto l’impianto etico di un filosofo: commettere un errore di questo genere determinerebbe la costruzione di una teoria etica infondata e non dotata di scientificità. Secondo il filosofo inglese il bene, essendo una nozione semplice, è indefinibile:

 

Se mi si chiede: “che cosa è il bene?”, la mia risposta è che il bene è bene e null’altro. O mi si domanda: “come si deve definire il bene?”, la mia risposta è che esso non si può definire, e questo è tutto quanto ho da dire sull’argomento. […] Ciò che sostengo è che “buono” è una nozione semplice, proprio come è una nozione semplice “giallo” (MOORE, 1964, p. 50).

 

Non sarebbe possibile spiegare cosa significa il bene a chi già non ne abbia conoscenza, così come non è possibile spiegare la nozione di giallo: sebbene si possa descrivere un colore in riferimento ad alcune sue qualità fisiche (come la corrispondenza a un certo numero di vibrazioni luminose), è impossibile spiegarlo e definirlo in quanto percezione. Anche il bene, allo stesso modo, può essere descritto facendo riferimento agli oggetti ai quali viene attribuito, ma non è possibile definirlo per sé stesso.    Questo accade perché il bene è una nozione semplice e le nozioni semplici non sono soggette a definizione; quest’ultima, per sua essenza, riguarda le entità complesse, cioè dotate di molteplici parti o di qualità enumerabili e descrivibili.

Moore considera il bene come l’oggetto di una intuizione, di conseguenza anche i giudizi etici potranno essere valutati solo attraverso il ricorso all’intuizione: soltanto controllando se effettivamente a un oggetto o a un’azione corrisponde la qualità etica predicata, è possibile stabilire se l’oggetto – o l’azione – possa dirsi buono.

 

Su queste premesse poggiano le argomentazioni di Moore nei confronti delle teorie etiche diverse dalla propria, alle quali è riservato ampio spazio all’interno dell’opera e che costituiscono – secondo un generale accordo – la parte più viva e feconda dell’opera. A detta di Moore, i filosofi morali a lui precedenti avrebbero commesso un errore, la cosiddetta fallacia naturalistica. Nella sua critica alle altre teorie etiche, Moore non farà altro che evidenziare la non osservanza dei suoi principi teorici fondamentali. Si è visto che, sul piano teorico, il bene è un’idea semplice, quindi indefinibile: la delegittimazione delle posizioni etiche alternative, in sostanza, si fonderà su questo principio fondamentale. L’errore più evidente, tra quelli commessi dai pensatori precedenti, infatti, consiste nel tentativo di definizione dell’idea semplice di bene; nel definire – quindi – ciò che non può essere definito.

Le etiche naturalistiche vorrebbero identificare la bontà con una proprietà naturale negando così l’autonomia della morale e riducendola a qualcosa di altro rispetto a ciò che essa è. Si legga:

 

Riservo così il termine naturalismo a un particolare metodo di affrontare l’etica, un metodo che, inteso in senso rigoroso, è incompatibile con la possibilità di qualsiasi etica. Tale metodo consiste nel sostituire a “buono” qualche proprietà di un oggetto naturale o di un insieme di oggetti naturali; e nel mettere così al posto dell’etica qualcuna cosa delle scienze naturali (MOORE, 1964, pp. 95). 

 

Laddove uno dei principi della morale asserisce che le cose buone possiedono una certa proprietà, le etiche naturalistiche sostengono che questa proprietà è una proprietà naturale. Per chiarire meglio, si legga:

Giacché io non nego che la bontà sia una proprietà di certi oggetti naturali, alcuni di essi, penso, sono buoni; e tuttavia ho detto che “buono” non è esso stesso una proprietà naturale (MOORE, 1964 p. 96).         

 

Non viene messo in dubbio che la bontà sia una proprietà, e nemmeno che essa sia una proprietà attribuibile a certi oggetti naturali: ciò che viene asserito chiaramente è la non identificabilità della bontà con una determinata proprietà naturale. Sono naturalistiche le etiche che sostengono l’esistenza della bontà come proprietà naturale che esiste nel tempo. Le diverse teorie etiche, quindi, pur distinguendosi a seconda della proprietà naturale identificata con il bene, sono tutte accomunate da un errore di fondo che prende il nome di fallacia naturalistica. 

 

Durante i decenni successivi alla loro pubblicazione, i Principia Ethica hanno aperto un acceso dibattito e una delle conseguenze affermate con maggior forza è stata la tesi dell’irriducibilità del valore al fatto e della non deducibilità del valore rispetto al fatto. La questione, nota anche come Legge di Hume, è stata introdotta da David Hume nel suo Trattato sulla natura umana. Secondo il filosofo inglese, infatti, è necessario mantenere una distinzione tra ciò che è (proposizioni descrittive) e ciò che deve essere (proposizioni prescrittive). Date queste premesse, la pretesa di derivare un precetto da una descrizione rappresenterebbe un grave errore: la Legge di Hume vieta quindi il passaggio logico da proposizioni riferite a fatti a proposizioni che esprimono valori. Una delle conseguenze della legge di Hume è la necessità di garantire l’autonomia dell’etica rispetto agli altri campi del sapere.

 

Carcaterra, nell’opera Il problema della fallacia naturalistica. La derivazione del dover essere dall’essere, analizza la questione della distinzione tra fatti e valori in relazione all’opera di Moore, mettendola a confronto con la formulazione humeana. Pur essendo chiara, in entrambi gli autori, l’autonomia dell’etica rispetto alle altre scienze, vi sono delle fondamentali differenze.

Se è vero che a volte Moore «sembra individuare la fallacia naturalistica nel tentativo di definire l’ought in termini di is», è altrettanto vero che, più frequentemente e in modo più marcato, Moore «fa consistere la fallacia naturalistica nell’errore di identificare il bene con un’altra e diversa qualità, oppure nella pretesa di definire il bene […], o infine nell’equivoco di scambiare per definizione del bene quella che invece è una proposizione sintetica valutativa» (CARCATERRA, 1969, p. 23). 

 

Laddove entrambi ribadiscono l’autonomia della morale, la posizione di Hume è molto netta: egli ritiene impossibile lo svolgimento di una qualsiasi attività razionale o conoscitiva intorno ai principi etici cosicché l’etica risulti «avvolta da una pellicola che la rende impermeabile ad ogni logica del vero e del falso […], un oggetto razionalmente inconoscibile» (SINISCALCHI 2004, p. 22) da cui, di conseguenza, è impossibile derivare un qualsiasi giudizio di valore da uno di verità.

Moore, invece, afferma l’esistenza di principi conoscibili immediatamente attraverso l’intuizione e di verità etiche auto-evidenti. L’intuizione, all’interno di questo processo, gioca un ruolo determinante: essa permette la conoscenza del bene, concetto indefinibile, ma esistente. Questa operazione mentale permette di «varcare la soglia che separa le regioni dell’essere dai territori del dover essere, senza commettere alcuna fallacia naturalistica» (SINISCALCHI 2004, p. 23). È questo un motivo di profonda differenza tra l’opera di Moore e quella di Hume.         

 

Da un’analisi della teorizzazione della fallacia naturalistica nei Principia Ethica, emerge una particolare insistenza sulla questione della definibilità dei termini etici, che sfiora più il campo della semantica che quello dell’inferenza logica. Moore sembra riferirsi con maggior insistenza a un errore messo in atto nel momento della definizione del concetto di bene, piuttosto che dalla deduzione del dover essere dall’essere. In questo senso alcuni autori concordano sulla risoluzione della fallacia naturalistica mooreana in una fallacia definizionale; Frankena, su questa linea, propone l’espressione “definist fallacy” come alternativa preferibile alla nozione di fallacia naturalistica.

 

 

Per saperne di più:

Caracaterra, G., Il problema della fallacia naturalistica. La derivazione del dover essere dall’essere, A. Giuffré, Milano 1969.

Moore, G.E., Principia Ethica, trad.it. Vattimo G, Bompiani, Milano 1964.

Siniscalchi, G., Esistenza e dovere in G.E. Moore, Editrice Adriatica, Bari 2004.

Viggiano, A., Galletti, M., George Edward Moore e il dibattito sul naturalismo, in Bongiovanni, G., (a cura di), Oggettività e morale. La riflessione etica del Novecento, Bruno Mondadori, Milano 2007.

 

 

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