19 febbraio 2019

Il Ribellismo del Sessantotto narrato da Giorgio Gaber

Tra Polli di allevamento, coscienza storica e fede laica: la testimonianza artistica dell’inventore del teatro-canzone

 

Il ’68 per Gaber, uno dei volti del cantautorato italiano, è anzitutto anno di svolta artistica, perché proprio in quest’anno si affaccia al teatro, ma in un senso nuovo: è l’anno dell’invenzione del teatro-canzone. Qui l’estro artistico e letterario di Gaber troverà nuova vitalità con l’interazione quasi diretta col pubblico. Fin da subito la canzone di Gaber si caratterizza per la vena ironica, il ricorso a situazioni paradossali e la critica del tempo presente: è un intellettuale inattuale, ridotto da alcuni critici coevi al qualunquismo. «Il contemporaneo - d’altronde, come dice il filosofo italiano G. Agamben, non è altro che - l’inattuale». In quanto interprete del proprio tempo, il genio artistico è calato in uno specifico momento storico, ma non è completamente determinato dalla passiva immersione nel sistema, perché tenta una presa di posizione, una riflessione. Risponde in un certo senso alla sua sensibilità manifestando uno scarto con il presente, perché è capace di scorgerne le ombre. È l’anacronismo che permette a Gaber di avvicinarsi, in termini di comprensione e interpretazione, al suo presente storico, come se nella dimensione artistica l’anticipazione, la diagnosi del contemporaneo sia una “considerazione inattuale”, termini con cui F. Nietzsche intitola la raccolta di saggi.

 

«Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone/ osservo la mia mano che si muove, la sua decisione/ da fuori vedo chiaro, quel gesto non è vero/ e sento che in quel movimento io non c’ero» (Cerco un gesto, un gesto naturale).

 

Fin da Far finta di essere sani (1973) la libertà si configura come l’espressione di un gesto naturale, di un’autenticità ricercata nel privato come nel pubblico. A questo brano fa eco il ritornello libertà è partecipazione (da Dialogo tra un impegnato e un non so), che focalizza l’attenzione sullo scollamento tra parvenza e realtà, tra astrazione e interesse, tra rivoluzione reale e rivoluzione ideale. Ciò che Gaber contesta ai moti rivoluzionari del ’68 è la mancata fedeltà, la tradita radicalità del gesto rivoluzionario, l’incapacità da parte della sua generazione di non “far finta di essere sani”. L’attacco di Gaber-Luporini è diretto chiaramente al governo allora in carica, ma ancora di più a quell’idea di governo come delega di responsabilità, tendenza che ha attraversato tanto il blocco comunista, quanto l’Occidente liberale.

 

Gaber non si è allineato alla posizione di un partito, tanto che in diverse dichiarazioni manifestò il progressivo e consapevole boicottaggio del voto, ma è più in generale un’azione protesa alla riscoperta dell’individuo, della sua possibilità di essere integro. Dall’intervista con Vincenzo Mollica del 2002 emerge il senso della critica gaberiana alla società; in particolare alla domanda sul perché il suo interesse non possa dirsi partitico, Gaber risponde che «l’unica possibilità di cambiare le cose è occuparsi dell’individuo, cosa che ai politici non interessa». La radicalità della presa di posizione è pessimistica, nella misura in cui la politica è solo gioco di potere, ma non per questo la prospettiva è disperata. In concomitanza con la pubblicazione dell’ultimo album, dall’indicativo titolo La mia generazione ha perso, si registra una prevalenza del senso di amarezza e disincanto totale; tuttavia, proprio dalla constatazione dell’errore collettivo e personale, scaturisce un nuovo slancio di fiducia per le risorse dell’individuo. Dice Gaber «Oggi più che a una evoluzione positiva dell’individuo, mi sembra di aver assistito a un suo mutamento direi quasi antropologico. E vedo un uomo sempre più sopraffatto e totalmente in balia del mercato. E mi chiedo a cosa siano serviti i nostri slanci, le nostre utopie e i nostri ideali, le nostre ribellioni, le nostre trasgressioni. […] Siamo scesi in piazza per contestare, anche con la violenza, le dittature politiche del mondo, ma abbiamo perso di fronte all’unica dittatura che ha realmente trionfato: quella del mercato. Almeno i nostri padri la Resistenza l’avevano fatta davvero. Noi non siamo stati capaci di resistere alla finta seduzione del consumo, anzi ne siamo stati complici per quanto inconsapevoli».

 

Nei lavori Chiedo scusa se parlo di Maria e Canzone dell’appartenenza l’analisi disincantata della società cede il passo a una speranza viva. Il primo brano, che è una esibizione a teatro, manifesta la connessione, apparentemente paradossale, tra il simbolo della sfera massimamente privata, cioè la relazione con una donna, con quanto di più pubblico, come le problematiche politiche, evocate da parole come “Cambogia”, “Vietnam”, “rivoluzione”. L’inettitudine del protagonista in entrambe le sfere della vita scaturisce proprio dal distacco tra il privato e il pubblico: «se sapessi parlare di Maria/ se sapessi davvero capire la sua esistenza/ avrei capito esattamente la realtà/ la paura, la tensione, la violenza/ avrei capito il capitale, la borghesia/ ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria/ la libertà, Maria, la rivoluzione, Maria il Vietnam, la Cambogia/ Maria la realtà». La malattia del tempo presente sembra essere allora ricondotta all’inautenticità del vivere “di persona”, alla tendenza ad assumere ruoli e maschere piuttosto che a rispondere agli eventi con una presa di posizione ragionata. L’appartenenza cui Gaber fa cenno in La canzone dell’appartenenza si configura come la risposta a questo dilemma. L’appartenenza, viene detto, è avere gli altri dentro sé; la speranza della fede, rigorosamente laica, come afferma spesso, è la possibilità, anzi la certezza, di poter cambiare la vita, a partire da un “noi”, che si riverbera per esempio nel rapporto tra Un uomo e una donna, titolo di un’altra canzone. L’elemento della fede laica si contestualizza in un mondo di infedeli. «Ma come fate ancora a vivere e morire/ Senza qualcosa da inseguire/ Ma come fate a vivere tra la gente/ Con l’anima neutrale e indifferente// è vero si perde un po’ il pudore a riparlare di morale/ Però mi fa un po’ schifo a saltellare dal fanatismo più feroce/ All’abbandono più totale/ e praticare nei salotti la tecnica più furbastra/ di fare a gara di chi è più a destra» (1981).

 

Destra e sinistra sono osservate a partire dalle mode cui sono associate, tanto da scadere nel ridicolo: «Fare il bagno nella vasca è di destra/ far la doccia invece è di sinistra/ un pacchetto di Marlboro è di destra/di contrabbando è di sinistra// Ma cos’è la destra cos'è la sinistra/ Una bella minestrina è di destra/ il minestrone è sempre di sinistra/ quasi tutte le canzoni son di destra/ se annoiano son di sinistra» (da Destra-Sinistra). Le parole definiscono il mondo, creando la possibilità di una comune intelligibilità della realtà, finché però esse stesse, non adeguandosi al mutamento del reale, non diventano sterili e vuote. La vuotezza che Gaber ha in mente è la vuotezza dell’ideologia, della politica degli stereotipi e dei pregiudizi, la politica dei «cari polli di allevamento, nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni, innamorati di colori accesi e delle grandi autostrade solitarie dove si possono inventare le Americhe più straordinarie» (da Polli di allevamento). Le strade, le piazze gremite sono associate a una razza in estinzione, e ad una generazione che di fatto è pervenuta alla propria sconfitta. La razza in estinzione è il lavoro che più di tutti manifesta questo duplice rimpianto: da un lato l’attivismo politico e sociale si è rivelato cieco, dall’altro però si è pur sempre trattato di un tentativo di conferimento di senso al proprio fare: «La mia generazione ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto/ che stavano cercando magari con un po’ di presunzione/ di cambiare il mondo, possiamo raccontarlo ai figli/ senza alcun rimorso ma la mia generazione ha perso».

 

Non resta che chiedersi allora se la provocazione che lancia Gaber rimane attuale anche oggi. Il teatro-canzone del Signor G indubbiamente restituisce uno spaccato di società ormai passata, ma non solo: il conformismo che desta il suo fastidio, la dittatura della tendenza e del pensiero unico sono rimasti attuali come allora. è Gaber stesso che prospetta una risposta: «Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri meschini egoismi e cercare un nuovo slancio collettivo magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dai disagi quotidiani, dalle insofferenze comuni, dal nostro rifiuto! Perché un uomo solo che grida il suo no, è un pazzo. Milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.» (da Mi fa male il mondo).

 

 

Per saperne di più:

Per avere il prospetto completo dell’opera di Gaber, e in particolare del sodalizio artistico con Luporini, si invita alla consultazione del sito della Fondazione Giorgio Gaber (http://www.giorgiogaber.it/); per una contestualizzazione generale relativa al cantautorato italiano si rimanda a Paolo Jachia, La canzone d’autore italiana 1958-1997, Feltrinelli (1998). Per approfondire la parabola biografica e artistica si rimanda all’antologia ragionata intitolata La libertà non è star sopra un albero, a cura di Valentina Pattavina, Einaudi (2002) e ai DVD dedicati ai decenni di attività artistica di Gaber, dai titoli Gli anni settanta, ottanta, novanta, distribuiti con Rai Trade e Fondazione Giorgio Gaber. In conclusione si rimanda all’analisi critica offerta da Paolo Jachia nel volume Giorgio Gaber 1958-2003, Editori riuniti (2003), della Collana Momenti Rock. 

 

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