23 gennaio 2019

La rivoluzione delle voci: la grande paura del 1789

«È una rivolta?» «No sire, è una rivoluzione.»

 

Le parole con cui il duca di Liancourt svegliò nel cuore della notte del 14 luglio 1789 Luigi XVI per annunciargli la presa della Bastiglia, divenuta poi il simbolo della Rivoluzione francese, sancirono, in quei concitati mesi dell’estate del 1789, la sconfitta del maldestro tentativo della corte di Versailles di frenare la svolta liberal-costituzionale della politica francese. L’apertura il 5 maggio 1789 degli antichi Stati Generali, l’assemblea dei tre ordini della società francese risalente a Filippo IV il Bello, convocata l’ultima volta nel 1614, rappresentava per l’aristocrazia francese l’occasione per riprendersi la direzione dello Stato a partire dalla gestione delle finanze. Tuttavia, ben presto il progetto della nobiltà di controllare l’assemblea per riaffermare l’antica preminenza politica, gradualmente erosa dalla Corona, si scontrò contro le richieste da parte del Terzo Stato il quale si proclamò, nel celebre giuramento della pallacorda, il 20 giugno del 1789, l’Assemblea Nazionale pronta a «non separarsi mai, finché la Costituzione del regno non sarà stabilita e poggiata su solide fondamenta». Come nota Furet, alla fine di giugno si trovavano faccia a faccia due sovranità: l’antica, quella del re, e la nuova, quella del popolo.

 

Nel frattempo i settori più conservatori della Corte stavano organizzando la controffensiva. Tra la fine di giugno e i primi di luglio il re concentrò a Parigi vari reggimenti, per lo più costituiti da mercenari svizzeri o tedeschi, adducendo il pretesto di mantenere l’ordine della città sempre più sovraffollata da disoccupati, poveri e vagabondi provenienti dalle campagne. Nella capitale, dove i prezzi dei cereali e del pane crescevano in maniera esponenziale, si era diffuso il malcontento, la fame e soprattutto la paura: si temeva da un momento all’altro la “cospirazione aristocratica”, il saccheggio della città, lo scioglimento dell’Assemblea.

 

L’11 luglio Necker, il popolare ministro delle finanze, quello più aperto al dialogo con l’Assemblea, venne licenziato. La notizia giunse a Parigi nella notte del 12 luglio e fu letta come prova dell’imminente cospirazione aristocratica. La mobilitazione fu generale: la città si credeva circondata dai soldati e sul punto di essere assediata. Tra il 12 e il 14 luglio si organizzò un comitato permanente per la difesa della città che decise l’immediata istituzione di una milizia borghese. Per renderla operativa erano necessari armi e munizioni; il 14 luglio i parigini si volsero verso la fortezza della Bastiglia, occupata da soli sette prigionieri e da una modesta guarnigione. Si cercò inizialmente la mediazione, ma alla penetrazione di parte della folla nei cortili esterni della prigione il governatore de Launay reagì ordinando di sparare sui manifestanti. La risposta della folla fu l’assalto: la Bastiglia fu presa, de Launay massacrato e la sua testa issata su una picca. Parigi era insorta, ma cosa succedeva nel resto del regno?

 

Le campagne francesi della primavera del 1789 erano attraversate da forte tensioni e da una inquietudine generale, in cui la crisi economica determinata da carestia e disoccupazione si assommava alla crisi politica. L’annuncio degli Stati generali aveva esaltato il popolo al di là di ogni immaginazione: il re dava finalmente loro la parola, la possibilità di esprimere le proprie lamentele nei cahiers de doléance. L’entusiasmo assunse una dimensione palingenetica: si credeva che una nuova Francia stesse per nascere, libera dai gravami della signoria feudale. Il re stava per liberare i contadini dagli opprimenti carichi detti “feudalità”: allora perché continuare a sopportarli? Tra marzo e aprile del 1789 scoppiarono in varie regioni del Paese sollevazioni popolari contro l’esazione delle imposte e ciò concorse ad acuire l’incertezza che cresceva coll’avvicinarsi del raccolto di luglio. Quanto stava accadendo a Versailles e a Parigi fece straripare un torrente già in piena.

 

Ancor prima dell’arrivo delle notizie della presa della Bastiglia, molti villaggi e città si erano già mobilitati con propri organi rappresentativi e con proprie milizie . Inoltre, a metà luglio, in varie regioni della Francia erano scoppiate nuove rivolte contadine, simili a quelle di primavera, ma con un carattere marcatamente antifeudale. I principali bersagli furono i castelli che furono saccheggiati e, spesso, bruciati. Perché proprio i castelli? A rispondere a una simile domanda sono le parole dello storico francese Georges Lefbvre:

«Al modo stesso che il popolo del faubourg Saint-Antoine fremeva di paura e di collera all’ombra della Bastiglia, il contadino vedeva all’orizzonte il castello che, dalle più remote età, aveva ispirato ai suoi antenati ancora più paura che odio. Qualche volta la fisionomia se n’era addolcita; i cannoni erano ammutoliti da un pezzo, le armi erano arrugginite; non si vi vedevano più soldati ma solo lacchè. Tuttavia, era sempre là; e che cosa si sapeva di ciò che vi accadeva? Il terrore e la morte non potevano forse più uscirne? Dal minimo indizio si traeva la conclusione di preparativi, di raduni per schiacciare il terzo stato».

La diffusione della notizia che a Parigi, per misure di sicurezza, molti mendicanti, per lo più disoccupati e disperati provenienti dalle campagne, erano stati allontanati dalla capitale, fu la scintilla che fece scoppiare l’incendio. La paura del brigante, il terrore per la cospirazione aristocratica, l’ansia per il raccolto imminente esplosero in una serie di ondate di panico collettivo che, nell’arco di un tempo molto ristretto, tra il 20 luglio e il 6 agosto del 1789, attraversarono tutto il Paese. Di villaggio in villaggio si diffuse l’allarme: si annunciava che ondate di briganti e vagabondi, istigati dagli aristocratici, erano sul punto di devastare le campagne. Il loro obiettivo? Far morire di fame il popolo francese. Cosa fare, allora? Mobilitarsi il più in fretta possibile contro il nemico incombente e diffondere l’allarme alle comunità vicine.

 

Gli storici hanno dato a questo fenomeno il nome di Grande paura. Essa ebbe origine non nella capitale, ma in cinque-sei epicentri sparsi in tutto il regno dai quali il panico si trasmetteva di comunità in comunità secondo un circolo di autosuggestione-mobilitazione-propagazione del terrore. A favorire ciò, in una realtà agraria caratterizzata da un generale analfabetismo e dalla lentezza delle comunicazioni postali, fu il passaparola, che rappresentò il principale mezzo di contagio del terrore: esso «favoriva naturalmente le moltiplicazioni delle notizie false, la deformazione e il gonfiamento dei fatti, la germinazione delle leggende» (Lefebvre).

 

Nelle campagne francesi, che furono tutte un risuonare di campane a martello, riemersero i ricordi, le narrazioni, le leggende dell’immaginario popolare: nelle coste si parlava dell’arrivo degli inglesi, nel Sud-Est dei piemontesi, nel Sud-Ovest degli spagnoli. Ad accomunare tutti questi allarmi era, comunque, la convinzione condivisa che gli aristocratici, con l’aiuto dei briganti e di truppe straniere, stessero per devastare i campi e distruggere i villaggi per far morire di fame il popolo francese. Allora ci si rivolse, di nuovo, contro i castelli: nel Delfinato, ad esempio, si segnalarono ottanta castelli attaccati, nove dei quali dati alle fiamme.

 

La Grande paura fu un movimento irruento ed eccezionale, forse il più significativo momento di panico della società contadina tradizionale, ma poco sanguinario: in tutta la Francia si contarono solo cinque morti. Essa non si limitò solo a incidere durevolmente sull’immaginario collettivo francese, ma ebbe anche un rilievo politico determinante. Essa costituì, sempre secondo Lefebvre, la «prima manifestazione generale dello spirito guerriero della rivoluzione», segnando l’ingresso ufficiale delle masse rurali nella rivoluzione e rappresentò un colpo decisivo al regime della feudalità. Infatti, allarmata da quanto stava accadendo nelle campagne, l’Assemblea nazionale, nella notte del 4 agosto del 1789, decise di affrontare la spinosa questione della feudalità che toccava gli interessi non solo del clero e dell’aristocrazia ma anche di buona parte della borghesia urbana, proprietaria di terreni fondiari, che al tempo occupava i seggi del Terzo Stato. Nonostante alcune proposte di procedere con la repressione armata, si decise di giungere a un compromesso: si stabilì la soppressione immediata delle servitù feudali personali e la cancellazione, dietro indennizzo, dei redditi feudali. Si liberavano così gli individui, ma restava gravata la terra.

 

Tuttavia la seduta del 4 agosto ebbe un forte valore simbolico: l’entusiasmo con cui i deputati delle province e delle città, di clero e nobiltà, solennemente rinunciarono ai loro antichi privilegi entrò presto nell’immaginario mitico della Rivoluzione francese. Come afferma Lefebvre, «questa grandiosa abiura del passato durò tutta la notte: all’alba una novella Francia era nata sotto l’ardente impulso dei miserabili».

 

La Grande paura, nei fatti, non fu altro che una «gigantesca notizia falsa» (per usare ancora un’espressione di Lefebvre), ma questa notizia falsa apparve a tre quarti del regno di Francia verosimile e riuscì a modificare il corso degli eventi. La percezione si fece politica: motore dell’azione non fu tanto la reale esistenza nelle campagne di banditi prezzolati dagli aristocratici, quanto la convinzione da parte della popolazione che essi esistessero e fossero sul punto di devastare interi città e campagne. La forza della parola permise a fenomeni di panico geograficamente delimitati di assumere rapidamente una dimensione nazionale, ingenerando una reazione a catena che toccò la quasi totalità del territorio francese, arrivando fino al cuore della vita politica del Paese: l’Assemblea nazionale. Allora, soprattutto in anni come questi in cui termini come “complotto” e “fake news” abbondano sulla bocca di molti, le vicende della Grande paura colpiscono in modo particolare e fanno riflettere sul ruolo e sugli effetti che le voci, la ricezione e la loro diffusione possono avere in politica.

 

 

Per saperne di più:

Per quanto riguarda la Grande paura, si consiglia il classico di Georges Lefebvre, La grande paura del 1789, Einaudi, Torino, 1953.

Per farsi un’idea sulla Rivoluzione francese e sul relativo dibattito storiografico, si rinvia ai seguenti testi:

- Albert Mathiez, Georges Lefebvre, La rivoluzione francese, Einaudi, Torino, 1964;

- François Furet, Denis Richet, La rivoluzione francese, Laterza, Roma, 1998;

- Michel Vovelle, La rivoluzione francese, Edizioni Angelo Guerini e associati, Milano, 2003.

 

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