13 luglio 2021

Francis Fukuyama e l'identità nell'era globale

(prima parte)

A partire dagli anni Settanta e Ottanta del Novecento il mondo ha raggiunto un livello di integrazione senza precedenti. Tre fattori possono essere individuati come i grandi motori dell’attuale interconnessione. Innanzitutto lo strepitoso sviluppo dei mezzi di trasporto e delle comunicazioni nell’era digitale, una trasformazione che, secondo l’intellettuale Zygmunt Bauman, avrebbe comportato una vera e propria rivoluzione spaziale. In secondo luogo va aggiunta l’espansione del capitalismo contemporaneo, con carattere sempre più finanziario, che ha comportato la deterritorializzazione (o delocalizzazione) di molte imprese in quello che appare ormai un mercato unico mondiale. Infine, la crescente e oggettiva interdipendenza tra gli Stati, visibile al momento di affrontare problemi sempre più “globali” quali l’emergenza climatica, le migrazioni o, da ultimo, l’impatto della pandemia di Covid – 19.

 

La globalizzazione ha comportato un aumento delle disuguaglianze, materiali e simboliche, e una crisi dello Stato; quest’ultimo si ritrova stretto tra spinte verso l’alto e organismi sovranazionali da un lato, e verso il basso e la frammentazione, con la rincorsa alle “piccole patrie”, dall’altro. Entrambi i fattori hanno contribuito alla crisi della democrazia, che sempre più spesso appare menzionata nel dibattito accademico e mediatico.

 

L’insieme di questi elementi ha portato all’elaborazione di tre grandi modelli interpretativi: un pianeta unificato, il ritorno all’epoca dei nazionalismi, lo scontro delle civiltà. Alla prima interpretazione appartiene un articolo comparso  sulla rivista «National Interest» nel 1989 e destinato ad aprire un lungo dibattito.

 

«An unabashed victory of economic and political liberalism» (una palese vittoria del liberalismo economico e politico) così scriveva l’autore nippoamericano Francis Fukuyama nel 1989 analizzando il contesto internazionale. Nel novembre di quello stesso anno seguirono l’abbattimento del muro di Berlino e il venir meno, spesso con rivoluzioni dal basso, della divisione in due blocchi dell’Europa e della stessa guerra fredda. L’autore non si limitava solamente ad analizzare la fine di un sistema di relazioni internazionali ma ipotizzava una prossima fine della Storia stessa. La concezione di riferimento era una processione dialettica della Storia, con un richiamo diretto all’hegelismo. Il trionfo di  Napoleone sulla monarchia prussiana avrebbe sancito la vittoria degli ideali della rivoluzione francese e, secondo il filosofo Alexandre Kojève, gli avvenimenti successivi avrebbero  esteso la fine della Storia al resto del mondo. Così per Fukuyama nel 1989 si era giunti vicini alla possibilità della fine della stessa.

 

Pur osservando il permanere di religione e nazionalismo come potenziali competitors del liberalismo, secondo lo studioso si sarebbe dovuto assistere ad una occidentalizzazione del mondo, con il prevalere del consumismo e degli interessi economicisti; sarebbe quindi seguita una crescente omologazione delle società umane, un’universalizzazione a livello planetario. Ulteriori conflitti su scala locale sarebbero ancora stati possibili in contesti meno sviluppati. Gli avvenimenti dei due anni successivi, in particolar modo la dissoluzione dell’URSS il 25 dicembre del 1991, fecero apparire la sua tesi quasi profetica.

 

La deflagrazione dell’ex Iugoslavia e ancor più gli attentati terroristici dell’11 settembre, con la conseguente dichiarazione della “guerra al terrore” da parte dell’allora presidente americano Bush, fecero però aumentare le critiche scaturite dalla pubblicazione del suo saggio, ovvero di non aver capito nulla delle dinamiche storiche.

 

L’omologazione sembra essere avvenuta solamente all’interno delle classi elevate, delle élites transnazionali. Le classi medie e popolari si sono sentite minacciate da modelli che consideravano estranei alla loro cultura. Per Gilles Keppel il fallimento delle élite post coloniali nel modernizzare i propri paesi ha generato la reazione identitaria che ha portato alla cosiddetta rinascita islamica. In Medio Oriente la crisi del socialismo e del nazionalismo arabo ha coinciso con l’emergere dell’islamismo e con la crescita, all’interno del mondo arabo, dell’importanza politica e strategica delle monarchie conservatrici della Penisola araba.

 

Nel 1996 usciva Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale del politologo Samuel P. Huntington, quasi una risposta agli scritti di Fukuyama. Huntington  sosteneva che, esauritasi la spinta aggregatrice dovuta alle ideologie, gli Stati si stessero riavvicinando secondo principi di affinità culturale, secondo il modello delle civiltà. Nuovi conflitti, anche su vasta scala, sarebbero nuovamente stati possibili lungo le “linee di faglia” tra le differenti civiltà. Oggi religione e nazionalismo  continuano a essere fattori rilevanti al centro del dibattito pubblico.

 

A trent’anni di distanza, dopo la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e della Brexit, Fukuyama è tornato ad interrogarsi sulla società contemporanea con il volume Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi. La nuova analisi si focalizza sulla perdita di significato dell’esistenza, dei valori che ne costituiscono il senso, dopo la fine delle ideologie. Questo smarrimento viene indicato come causa del declino della democrazia avvenuto nell’ultimo decennio in favore degli autoritarismi.

 

Fin dalle prime pagine si ricollega al libro del 1992, in cui si domandava cosa ne sarebbe rimasto dell’attaccamento ai valori stessi da parte degli uomini. L’essere umano aveva perso un appiglio, un’identità, da cui derivava la capacità di dare un senso alla propria vita: restava un mondo dominato dal relativismo che avrebbe pervaso la società senza dare un senso all’esistenza. Alla base delle crisi odierne delle liberal democrazie, vi starebbe l’incapacità di risolvere il problema insito nel thymòs, la parte dell’anima che ambisce al riconoscimento. Già oggetto di discussione da parte di Platone nel quarto libro della Repubblica e di Hobbes, per Fukuyama vi possono essere due possibili manifestazioni: l’isotimia, l’esigenza di essere rispettati su una base paritaria con gli altri individui e la megalotimia, l’ambizione ad essere riconosciuti come superiori. Quest’ultima secondo Fukuyama sarebbe alla base delle politiche dell’identità e dell’ascesa dei nuovi populismi. Essa emerge nel contesto nietzschiano dell’«ultimo uomo», ovvero privo di ideali superiori e proiettato nell’esistenza consumistica; e si accompagna all’eccezionalità e a leader “eroici”, che possono essere Lincoln o Churchill ma anche Hitler o Mao.  I Padri fondatori degli Stati Uniti a fine Settecento avrebbero pensato di canalizzare la megalotimia nel sistema costituzionale. Se nel 1992 teorizzava che chi cercava di arricchirsi nel sistema di mercato potesse comunque contribuire al benessere generale, ora l’autore la accomuna a quei leader che hanno sfruttato i risentimenti della gente comune. Isotimia e megalotimia quindi convergono, non spinti da un’esigenza di pari riconoscimento ma di superiorità del gruppo di riferimento.

 

Nel passato sono state elaborate diverse concezioni della dignità umana: inizialmente per pochi individui (i guerrieri), con l’illuminismo e le rivoluzioni atlantiche (americana e francese), lo sviluppo della democrazia e del liberalismo, la dignità è stata estesa a tutti in quanto persone. Fukuyama osserva come il discorso della dignità sia sempre avvenuto in un contesto di contrapposizione con un non – io, con qualcun altro, con un mondo esterno. Sorge spontaneo ripensare alla contrapposizione amico – nemico di Carl Schmitt. Il senso della dignità implica la ricerca del riconoscimento da parte degli altri. Hegel vedeva nella lotta per il riconoscimento la maggior forza trainante della storia umana. In questo confronto sono ricondotte anche le rimostranze economiche.  Ma da dove derivano le premesse della politica del riconoscimento?

 

(Seconda parte)

 

Immagine da Wikimedia - Libera per usi commerciali

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0