14 luglio 2021

Francis Fukuyama e l'identità nell'era globale

(seconda parte)

(Prima parte)

 

La scoperta dell’io interiore è il tratto distintivo della modernità, elemento centrale della riforma protestante, pur restando limitato alla sfera religiosa. La forma laica dell’identità moderna emerge a fine settecento con Rousseau e la naturale bontà dell’io interiore. La modernità rappresenta anche la frattura del consenso morale in Europa: il culmine è rappresentato dal pensiero di Friedrich Niestzsche, il quale festeggia la “morte di Dio”. Il vuoto morale consente valori alternativi da parte dell’io, supremamente autonomo (Zarathustra).

 

Con Johann Gottfried Herder avviene lo spostamento dell’asse dall’individuo alla libertà collettiva nazionale. Con questo passaggio l’unicità appartiene ai costumi e alle tradizioni di ogni singolo popolo. L’Ottocento si caratterizzerà per la competizione tra universalismo dei diritti e riconoscimento dei diritti di un popolo. Agli inizi del secolo successivo emerge il nuovo universalismo socialista. Quest’ultimo, sotto forma di universalismo marxista, durante la seconda guerra mondiale sarà schierato sullo stesso fronte dell’universalismo liberale contro il nazionalismo, salvo poi ritrovarsi contrapposto al liberalismo nell’era bipolare.    

 

Giungiamo così alle società liberali del XX secolo: è scomparso l’orizzonte religioso condiviso, al singolo vengono lasciate tutte le opzioni. Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo osservava la genesi di quello stesso modello economico nella religione, poi però religione e capitalismo si scindono l’uno dall’altro, fino al punto in cui non rimane che la gabbia d’acciaio. Abbiamo il pieno sviluppo del liberalismo in cui vige l’individualismo esasperato.

 

L’identità nazionale appare un requisito per lo sviluppo dell’economia di mercato. Diventa quindi necessario procedere alla “costruzione dell’identità nazionale. Un altro fattore alla base del nazionalismo viene indicato nell’industrializzazione, che ha portato al tramonto della piccola comunità di villaggio e il passaggio dalla Gemeinschaft alla Gesellschaft, la società che accentua il senso di anomia e di frammentazione, di assenza di punti di riferimento per l’individuo.

 

Al fine di rimediare alla perdita del senso di comunità, per sostituire la comunità stessa, nasce l’ideologia nazionalista. Nella sostituzione con una comunità fittizia l’individuo debole e insicuro può aderire a una razza e una nazione ritenute superiori; ecco perché in Germania, che conosce una rapida e vorticosa industrializzazione, nasce a fine ottocento un movimento conservatore, avente come obiettivo la difesa della “comunità” nazionale tedesca contro le influenze negative esterne. In sintesi: il nazionalismo come risposta al problema dell’identità.

 

Per Fukuyama resta fondamentale un’identità nazionale, che necessita a sua volta di fiducia nel sistema politico, di leggi e istituzioni ma anche di una cultura e di valori condivisi. Un’identità nazionale costruita su valori liberali e democratici, oltreché su esperienze comuni, avrebbe come vantaggi: 1) il prevalere dell’interesse generale rispetto a quelli regionali e etnici; 2) favorire lo sviluppo economico dando accesso a mercati più ampi; 3) favorire il “capitale sociale” con un ampio raggio di fiducia, così come la solidarietà economica; 4) grandi entità politiche sarebbero in grado di offrire maggiore protezione e influenzare l’ambiente internazionale.

 

L’identità fondata su basi culturali si porrebbe come alternativa a quelle su basi razziali o biologiche. Alle argomentazioni dei cosmopoliti liberali, secondo cui le nazioni non sarebbero funzionali alle dimensioni globali del mondo odierno e che l’uguaglianza universale delle democrazie liberali contraddirebbe le divisioni nazionali, Fukuyama risponde dicendo che lo stesso ordine internazionale non sarebbe concepibile senza le nazioni, non vi sarebbe altro metodo per rendere responsabili gli organismi internazionali.  Da sempre l’identità nazionale combina consenso e coercizione. Oggi le democrazie liberali, dinanzi a sfide quali l’immigrazione, devono combinare inclusione e assimilazione. In questo quadro l’autore auspica identità sempre più ampie e capaci di integrazione, partendo dal presupposto che tutti hanno identità multiple.

 

Nel XX secolo centrali erano state le questioni economiche, a partire dal marxismo: la sinistra focalizzata sui diritti dei lavoratori, sui sindacati e la socialdemocrazia mentre destra sulla riduzione del ruolo Stato in favore del settore privato. La politica del XXI secolo è incentrata sulle identità: la sinistra su gruppi marginalizzati come neri, immigrati come neri, immigrati, gay mentre destra la destra si focalizza su identità nazionale, razza, etnia, religione, anche se la questione economica non è venuta meno, con le ripercussioni politiche della stagnazione della classe media americana. Ha però assunto centralità la politica del «risentimento», dall’idea che vi sia una dignità che viene schiacciata. L’errore che Fukuyama imputa alla sinistra europea sarebbe stato quello di appoggiare il multiculturalismo senza l’integrazione degli immigrati. La sinistra statunitense, sbriciolata in una serie di gruppi identitari, ha perso il contatto con il gruppo maggiore, la classe lavoratrice bianca, errore di cui si è avvantaggiato Donald Trump. La destra però  sembra essere rimasta  ancorata a una concezione di identità basata su etnia o religione.

 

Nel campo dell’accoglienza gli americani avrebbero una storica “superiorità” rispetto agli europei. Due le ragioni: posseggono un’identità dottrinale maggiormente sviluppata e sono fieri dei loro cittadini naturalizzati. Auspica pertanto il rilancio dell’identità americana emersa dopo la guerra civile contro quella etno - religiosa della destra estrema. Attacca poi la sinistra, accusata di fare un discorso distruttivo quando insinua che razzismo e discriminazione facciano parte del DNA del paese. Evidente in questo caso il riferimento a un’altra opera di Samuel Huntington, La Nuova America. Le sfide della società multiculturale, secondo cui l’America si fonda su una cultura anglo – protestante, non riducibile a etnia e religione ma al modo stesso d’essere americani. In tale ottica, l’immigrazione ispanica e il melting pot rappresenterebbero un pericolo alla coesione nazionale. Fukuyama però  non ne condivide le preoccupazioni sugli eccessi odierni di multiculturalismo. La diversità ha portato benefici agli Stati Uniti, anche se di per sé non è sufficiente: non si deve perdere di vista l’adesione a un’identità dottrinale basata su costituzionalismo, stato di diritto e uguaglianza. Tra il respingimento della destra e l’accoglienza della sinistra la soluzione proposta è l’assimilazione degli immigrati. Per ottenerla diventa fondamentale un sistema scolastico unificato, con un programma standardizzato. Oltre all’ insegnamento dell’educazione civica, occorre richiedere un servizio nazionale a tutti i cittadini, come segno di impegno e sacrificio e come strumento di integrazione tra i diversi gruppi culturali. Per Fukuyama questi suggerimenti possano servire ad arginare il populismo.

 

Il servizio nazionale appare quale forma moderna della religione civile, derivazione  dal repubblicanesimo classico. Oltre a ciò è necessario tornare a riconoscere le sofferenze economiche, operazione conciliabile con un sistema liberaldemocratico, per neutralizzare quelle identitarie, inconciliabili. Questo per non restare intrappolati tra i due estremi,  ipercentralizzazione rappresentata dal modello cinese e frammentazione infinita. In sintesi, Fukuyama guarda alla possibilità di usare l’identità per integrare e non per dividere. 

 

A oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, The End of History? continua ad essere un riferimento imprescindibile nella teoria politica. Dinanzi ad un acuirsi delle tensioni internazionali, la teoria della fine della Storia appare spesso un bersaglio facile contro cui scagliarsi, anche con un filo di sottile ironia. Tuttavia ad alcuni dei detrattori di Fukuyama sfuggirono due aspetti fondamentali: il punto interrogativo presente nel saggio originario e la questione dell’ultimo uomo nel volume del 1992. L’autore voleva porre un problema, non celebrare acriticamente la vittoria della liberaldemocrazia. Nell’età contemporanea, con la fine delle ideologie e l’affermazione dei principi liberali, si domandava che sarebbe rimasto dell’attaccamento ai valori stessi da parte degli uomini, in parte forse influenzato dai neoconservatori americani. L’essere umano aveva perso un appiglio, un’identità, da cui derivava la capacità di dare un senso alla propria vita. Restava un mondo dominato dal relativismo che avrebbe pervaso la società senza dare un senso all’esistenza. Il fraintendimento, in cui è ancor più facile cadere soffermandosi solamente al titolo, accomuna Fukuyama proprio al suo rivale più volte citato, Samuel Huntington. Anche Lo scontro delle civilta? del 1993 terminava non un’affermazione, ma come una questione dinanzi alle sfide del futuro. Il rischio principale di fare profezie è di incappare in critiche. Però proprio il fatto che ancora se ne discuta, mette in luce la profondità delle analisi e delle argomentazioni.

Il suggerimento di utilizzare l’identità come modello di aggregazione appare come una via percorribile, ma di realizzazione difficile e incerta. Sul fronte economico non appaiono alternative percorribili all’economia di mercato. La Cina, pur con toni maggiormente dirigisti e centralistici, è tra i principali sostenitori del libero commercio.

 

Identità lascia intravedere come, tutto sommato, non ci si trovi dinanzi ad uno stravolgimento del saggio originario, ma piuttosto vengono suggeriti dei correttivi da mettere in campo per superare le avversità incontrate lungo il cammino. Dopotutto Fukuyama lo scrive sin dalla prima pagina: «Questo libro non sarebbe mai stato scritto se, nel novembre del 2016, Donald Trump non fosse stato eletto presidente».

 

 

Per saperne di più:

F. Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, UTET, Torino 2019.

F. Fukuyama, The End of History?, in «National Interest», 16 (Summer 1989): 3-18.

S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 1996.

 

 

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