25 aprile 2018

Contestare il sistema, riformare il sistema, abbattere il sistema: la complessità e le diverse anime degli anni Sessanta

Gli anni Sessanta ebbero un effetto di “liberazione” da vincoli personali e comunitari divenuto assai presto proverbiale . La loro fama, innervata attorno alla cima del famigerato Sessantotto, non è immeritata. ma richiede opera di precisazione, studio, distinguo. Passioni divergenti e conflitti mal sopiti contribuirono sin da subito e sino a oggi a sottolineare l’importanza di quel periodo e al contempo a ostacolarne una comprensione più rigorosa.

 

Per più ragioni si è in dubbio se si possa parlare di fenomeno o fenomeni. Da una parte, non si può ignorare che la critica, le richieste di riforma, e i tentativi di abbattimento di sistemi sociali, economici e politici impegnarono moltissimi paesi - Stati Uniti, Giappone, Messico e Sudamerica, la maggioranza dei paesi d’Europa - innestandosi sulla storia particolare di ciascuno anche con scansioni cronologiche notevolmente differenti. Va però rilevato che gli attori di questi fenomeni si riconobbero quali membri di un unico movimento in sviluppo, con taluni elementi politici e culturali comuni o somiglianti e tentativi di dialogo internazionale.

 

A complicare la situazione, l’altra dimensione spaziale che emerse al fianco di quella nazionale e internazionale fu quella locale, la quale osservò l’articolazione sul territorio di numerose elaborazioni autonome in diversi rapporti tra loro. L’Italia ne fu esempio principe: alla fine del decennio non vi era città o zona rurale che non avesse visto nascere nel proprio contesto gruppi riconducibili alle analisi, alle speranze di cambiamento presenti tanto nei paesi del blocco occidentale quanto in quello sovietico. In generale l’intenzione era di intaccare, riformandolo o abbattendolo affatto, un complesso di realtà che fu percepito come sistema . Esso impediva, distorceva o falsificava delle legittime aspirazioni popolari all’equità, alla giustizia, alla democrazia. Negli Stati Uniti si osservò la nascita dei due distinti filoni afroamericano e universitario, uno avverso a un sistema culturale sempre più intrecciato alle esigenze politiche e economiche dei vertici del paese, l’altro al sistema di segregazione razziale che datava agli ultimi decenni dell’Ottocento. Nell’Europa orientale le rivendicazioni giovanili e operaie convergevano verso quello stato di diritto, promesso all’indomani della liberazione dal nazismo, negato dal sistema politico vigente, e che peraltro era proprio quel sistema democratico liberale sentito come ormai insufficiente e decadente nell’altra metà del continente. In Europa occidentale si protestava contro un sistema socio-politico la cui struttura materiale menomava gli ideali professati nella lotta antifascista, distribuendo le risorse in misura parziale e ingiusta e favorendo la creazione di meccanismi di potere sociale di una parte della popolazione sull’altra.

 

In realtà fenomeni contestatari, con impatto e estensione più puntuali, erano già in diffusione nella seconda metà del decennio precedente in più paesi. Il movimento afroamericano, talune richieste studentesche e delle classi lavoratrici nell’Italia del sottosviluppo, proposte di rottura con la cultura e lo sviluppo del Dopoguerra nacquero prima dei grandi cortei e scontri di piazza, delle occupazioni. Le radici delle proteste affondano nel Dopoguerra. Alla sconfitta dei fascismi non contribuì la sola forza militare, ma la costruzione da parte dei vincitori di un’identità comune, fondata su di un insieme di valori politici definiti in opposizione ai regimi sconfitti. Questi valori si realizzarono concretamente a livello internazionale nella nascita dell’Onu e dei suoi statuti fondamentali, tesi a definire e proteggere diritti e libertà. Nei singoli paesi vi fu un’accelerazione in direzione di principi di democrazia e giustizia nell’organizzare la struttura politica e sociale nazionale. L’Italia vide l’avvento della Repubblica, di una nuova, avanzata e complessa Costituzione e di formazioni politiche e sociali, principalmente i partiti e i sindacati, dedite nel confronto democratico a garantire un periodo di pace e sviluppo. Questa direttiva fu tuttavia ben presto frenata da altre dinamiche cui si intrecciò a formare un sistema ibrido, in cui la validità dei principi entusiasticamente accorsi alla fine della guerra subì condizioni e limiti. Le relazioni internazionali furono ben presto sempre più pervase da una logica bipolare, secondo la quale gli Stati Uniti e l’Urss dirigevano due blocchi in cui il globo si divideva, e i cui rapporti erano retti dalla diffidenza, dalla rivalità e dalla pace fondata sulla paura nucleare. Le necessità del confronto politico videro in entrambi i blocchi delle evidenti limitazioni alla concretizzazione dei principi affermati nel Dopoguerra, che talvolta finirono in secondo piano rispetto alla sicurezza geopolitica.

 

Anche nei singoli paesi reagivano altre forze nel conservare modi di vivere perduranti sin dal secolo precedente, i quali entravano in contrasto con le nuove aspirazioni dei gruppi sociali più fragili. La concretizzazione di diritti e benefici era frenata da quanti, ai vertici dell’economia e della società, concepivano come naturale una loro separazione gerarchica sulla base delle possibilità e capacità di governare la collettività. Inoltre, l’epurazione piena, pura e semplice dei fascisti dalle società si rivelò impossibile: i regimi precedenti si erano rivelati troppo pervasivi per poter emarginare quanti avevano aderito ai loro principi di autorità e ordine, retti dalla forza e dalla restrizione di libertà e diritti. Accadde così che nei nuovi stati del Dopoguerra ebbero liceità molti ex-fascisti, e con essi la continuità di modi di pensiero e di azione nella vita privata e pubblica.

 

Alla luce di questi pregressi è forse maggiormente comprensibile l’aspetto generazionale dei fenomeni contestativi successivi: nati in nuovi sistemi legittimati da principi di libertà e progresso democratico, i giovani nati subito dopo la guerra, e che perciò nel corso degli anni Sessanta raggiunsero la maggiore età e il livello universitario, videro ripetutamente disattese nella pratica le aspettative che il Parlamento, la storia, le famiglie, la scuola avevano prospettate nell’età della loro formazione.

 

Concentrandoci sull’Italia, la questione generazionale va affiancata ad altre anche più importanti, che portarono tutte assieme al clima di fermento in cui sembrò possibile e naturale scagliarsi contro il sistema vigente per mutarlo da protagonisti. Qui si può procedere soltanto per cenni riguardo a questioni complesse: ci si riferisce alla forza sempre maggiore dei fuoriusciti dai partiti della sinistra istituzionale, a seguito delle delusioni della politica kruscioviana e del centro-sinistra nazionale; alla maggiore forza del movimento sindacale, che colla crescita industriale osservò un esponenziale rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori; e alla nuova epoca che si apriva alla chiusura del concilio Vaticano II, stagione di rinnovamento e sperimentazione religiosa in forme anche turbolente e problematiche. Nella ricerca spirituale e organizzativa alla luce delle riflessioni conciliari, infatti, fedeli e sacerdoti ebbero episodi di contrasto spesso eclatanti e difficili da sanare. Insomma, le torsioni cui si aprirono le istituzioni tradizionali, e al contempo il freno che posero nel timore delle novità che esse stesse avevano incoraggiato, ebbero la loro grande parte nel formare in seno alla società civile quella speranza e quella rabbia che assieme permisero anni di grande attrito tra le parti.

 

Come gli accenni alla complessità dei processi in gioco evidenziano, i movimenti di protesta si articolarono in una realtà estremamente multiforme e a tratti pulviscolare, differenziandosi per punti di partenza politici e culturali, esperienze concrete sul territorio, strumenti di critica e obiettivi. La rappresentazione tradizionale delle proteste degli anni Sessanta e del Sessantotto coglie perlopiù l’iniziativa giovanile e studentesca, affiancata poi da quella operaia. Per quanto siano aspetti importanti, limitare il campo a questi impedisce una comprensione completa dell’estensione e del significato di un periodo.

 

La dissidenza entro il mondo ecclesiale cristiano, non solo cattolico, si irrobustì e si attivò in esperimenti innovativi, tesi a elaborare una fede in grado di rispondere alle esigenze dei nuovi tempi più delle proposte istituzionali, legate a una storia anche di rapporti con forze reazionarie se non autoritarie. È su questa linea che si spiegano le esperienze di sacerdoti “disobbedienti” come Lorenzo Milani, Giovanni Franzoni, Enzo Mazzi, Martino Morganti, impegnati come voci critiche verso la struttura e l’organizzazione ecclesiali, come preti operai all’interno delle fabbriche, come elaboratori di nuove linee teologiche avvicinanti il marxismo. Anche i laici parteciparono di questo clima costituendo le prime comunità di base, gruppi di fedeli alternativi alle strutturazioni confessionali ufficiali e al governo delle parrocchie e delle diocesi.

 

Un altro aspetto delle contestazioni fu il fermento contro la cultura tradizionale: da una parte intellettuali affermati come Sartre, Pasolini e Marcuse continuarono nella loro precedente opera di erosione alle basi della cultura egemone nelle televisioni, nelle scuole, nelle università, interpretata sempre più come una forma di vincolo, di dominio, di oppressione. Il desiderio di rottura toccò i modi stessi di fare cultura, con l’emersione di contro-culture i cui prodotti andavano a scardinare concetti, strumenti, riferimenti della cultura di massa industriale. Anche la cultura colta subì pressioni, ad esempio il teatro osservò con il situazionismo l’avvento di un nuovo intreccio, anarchico e ribellistico, tra rappresentazione artistica e politica all’interno dello spazio urbano.

 

Lo stesso aspetto forse più mainstream della contestazione, le rivolte universitarie, per essere compreso va approfondito faticosamente nelle sue innumerevoli articolazioni. Assieme allo studio del governo del sistema accademico, nell’ambito questo è l’aspetto che più necessita di attenzioni analitiche rigorose per comprendere, al di là di rappresentazioni e auto-rappresentazioni, attori e avvenimenti. L’Italia può farci da buon esempio di una realtà comune a molti paesi. Ciascun ateneo della nostra penisola osservò un’elaborazione contestataria originale, per quanto vi furono molti contatti tra di esse e, a seconda dei mesi che passavano, alcune università si ponevano al vertice delle lotte. Trento sviluppò sin dalla metà del decennio il proprio caso attorno alla discussione sul ruolo socio-politico della sociologia in un paese arretrato come l’Italia, mentre Pisa, anch’essa precoce, giunse a elaborare la figura dello studente come forza-lavoro in formazione. Se a Roma si poté osservare il confronto fra studenti di estrema destra e sinistra, a Napoli trovarono terreno fecondo elementi di veterocomunismo, a Torino l’operaismo.

 

Bisogna inoltre distinguere le istanze riformistiche e le istanze rivoluzionarie: se fino a un certo punto il movimento studentesco credette di poter dialogare, seppur aspramente, con le istituzioni, dal ’67-’68 tale fiducia cadde in reazione a risposte insufficienti e repressive e si diffusero idee di sovvertimento radicale, che non riguardassero più solo gli studenti e il sistema di istruzione, ma i lavoratori, il governo, la produzione economica e culturale.

 

Nel delineare questi fenomeni con una profondità maggiore che in passato, la ricerca futura dovrà anche chiedersi quale sia stata l’eredità del decennio. Ad ora non pare che esso abbia intaccato il sistema politico e economico del paese, che anzi dal Dopoguerra sembra aver avuto una sua continuità fino alla fine del secolo. Se un apporto ci fu, esso va considerato in termini di mentalità, di orizzonte mentale, di antropologia sociopolitica: i movimenti anti-sistemici degli anni Sessanta contribuirono a un mutamento importante dei rapporti tra individui e tra forze sociali, dei meccanismi di interazione e di rappresentazione personali e sociali.

 

 

Per saperne di più:

La vasta bibliografia sull'argomento rende particolarmente difficile la scelta di alcuni contributi specifici. Segnaleremo, dunque, la più accessibile: La cultura e i luoghi del ’68, a cura di Aldo Agosti, Luisa Passerini e Nicola Tranfaglia, Franco Angeli Editore, Milano, 1991; Marica Tolomelli, Il Sessantotto. Una breve storia, Carocci, Roma, 2008; Marcello Flores-Alberto De Bernardi, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna, 2003. A chi volesse iniziare con qualche fonte di prima mano proponiamo Documenti della rivolta universitaria, editi da Laterza, Roma-Bari, 1968.

 

Photo by Pawel Janiak on Unsplash

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0