11 gennaio 2021

Contro-spazi della società

Michel Foucault e il potere psichiatrico

 La figura del folle ha da sempre rappresentato un personaggio tradizionale della cultura, finendo per popolare gli ambiti più vari, dalla letteratura all’arte. La percezione della follia come fonte di diversità è, in questo senso, un dato astorico ma ciò che cambia nel tempo è la modalità con cui la si interpreta: il folle si vede accordare, a seconda dei casi, uno statuto religioso, magico, ludico o patologico. Questa percezione di diversità è sempre stata correlata ad una certa forma di esclusione sociale ma, secondo Foucault, c’è un periodo storico in cui quest’emarginazione raggiunge il suo massimo, un momento in cui non si tollera più di vedere i folli mescolati agli spazi delle persone normali, ai luoghi della quotidianità. Allora, da un lato, li si rinchiude, si attua nei loro confronti un meccanismo di segregazione sociale, dall’altro, si produce un processo di medicalizzazione della follia, che permette di identificarli come persone bisognevoli di una terapia. Ma ad essere in questione è qui davvero una cura? L’ipotesi di Foucault è che il ruolo di recupero di queste istituzioni sia dovuto innanzitutto al loro carattere di regime, al loro rappresentare un luogo in cui si tenta di applicare una disciplina, quella stessa che sistemi come la scuola, l’esercito, non sono riusciti a imporre. All’interno degli istituti manicomiali si insidia, pertanto, un potere psichiatrico. Attraverso l’analisi foucaultiana si cercherà, allora, di esplorare i meccanismi di potere che si annidano nelle strutture che, come i manicomi, ospitano quella che comincia ad essere percepita come una forma di deviazione dal sociale. Luoghi che intrattengono un ruolo del tutto particolare con la realtà: specie di contro-spazi, in cui tutti gli altri spazi reali che possiamo trovare all’interno della cultura sono, al contempo, rappresentati, contestati e rovesciati e che Foucault presenta con il nome di eterotopie.

In una conferenza tenuta al Cercle d’études architecturales il 14 marzo 1967, Michel Foucault  tracciava il profilo di alcuni luoghi, presenti in ogni civiltà, che sono per loro natura a metà tra gli spazi reali e quelli utopici, presentandoli con il termine di eterotopie.

 

Se le utopie sono spazi essenzialmente irreali, immagini perfezionate o anche rovesciate della società, le eterotopie rappresentano dei «contro-spazi, delle specie di utopie effettivamente realizzate in cui gli spazi reali, tutti gli altri spazi reali che possiamo trovare all’interno della cultura, sono, al contempo, rappresentati, contestati e rovesciati, delle specie di luoghi che stanno al di fuori di tutti i luoghi, anche se sono effettivamente localizzabili». 

 

Le eterotopie sono presenti in tutti i tempi e una stessa eterotopia può sopravvivere a più epoche e funzionare in ciascuna secondo modalità molto diverse. Se c’è qualcosa che, però, caratterizza questi luoghi nella società contemporanea – nota Foucault – è che essi rappresentano soprattutto degli spazi di deviazione , realtà in cui collocare tutti coloro che hanno un comportamento deviante rispetto alla media, alla norma richiesta, come le cliniche psichiatriche e le prigioni. 

 

In effetti, tutte le epoche sono state attraversate dal problema di gestire la criminalità o dalla percezione della follia come forma di diversità, ma è solo a partire da un determinato momento storico che vengono a costituirsi il soggetto delinquente, il malato mentale e molte altre forme di esistenza deviate, percepibili come anormali , scarti dell’azione identificatrice della società sulle singolarità. 

 

 

Questo momento, secondo Foucault, coincide con l’affermarsi del potere disciplinare , fenomeno complesso che trae le sue radici nelle prime forme disciplinari che appaiono nel XVI secolo e che arriva fino alle sue manifestazioni più compiute della fine del XVIII secolo. Ma cosa intende Foucault con questa definizione? 

 

Il potere disciplinare è essenzialmente quel tipo di potere esercitato dalla disciplina che ha come scopo la produzione dell’ individuo : «è individualizzante, ma solo nel senso che l’individuo non è altro che il corpo assoggettato». Non è un potere violento e repressivo, ma discreto e produttivo, basato su abitudini, esercizi, forme di sorveglianza, che agiscono in profondità sui corpi, addestrandoli e rendendoli docili. È anche un potere che produce scarti, che riduce ai margini tutti coloro che sfuggono ai suoi binari e per i quali è sempre pronto a inventare nuove norme e sistemi di recupero («è un perpetuo lavoro della norma all’interno dell’anomia»). Infatti, all’interno della scuola, e solo in essa, può emergere un bambino con un disturbo dell’attenzione oppure, negli eserciti ormai investiti dai meccanismi di disciplinamento, la categoria del disertore, o ancora in fabbrica la persona inadatta a quel tipo di lavoro. 

 

Il potere disciplinare agisce in profondità sui corpi, estrae da essi una psiche, vale a dire l’idea di una presunta individualità normale , si muove in base a una logica divisiva che vede contrapposti il soggetto responsabile di sé e il folle, il sano e il malato, il criminale e il cittadino. Per le singolarità che non rientrano nei suoi schemi, esso inventa sistemi supplementari, luoghi di recupero, primi tra tutti i manicomi. In una società di questo tipo, infatti, non è forse il folle l’ anormale per eccellenza, « il residuo di tutti i residui », in quanto inadatto a ogni tipo di disciplina?

 

 

Riflessioni di questo tipo spingono Foucault a dedicare il suo corso al Collège de France , dell’anno accademico 1973-1974, al potere psichiatrico. Quello della follia non è un tema estraneo alla riflessione foucaultiana, se si considera la monumentale Storia della follia nell’età classica del 1961 ma anche la quantità di scritti che in italiano sono stati raccolti con il titolo di Follia e psichiatria. Detti e scritti 1957-1984 .

 

Rispetto alle analisi precedenti, che si concentravano soprattutto sulla percezione della follia all’interno delle società, questo corso rappresenta tuttavia un punto di rottura: a essere in questione sono ora le dinamiche di potere che si dispiegano all’interno dello spazio manicomiale e il tipo di relazioni che vengono instaurate tra la realtà e la pazzia.

 

Foucault ci invita a una visione più complicata del potere, spingendoci ad abbandonare l’idea che questo rappresenti il possesso di qualcuno: il potere non è qualcosa che un individuo particolare o un gruppo di persone detiene ma è una realtà che circola , fatta di relazioni intricate, forme di dominazione estremamente numerose e minuziose («il potere esiste solo perché esistono dispersione, correlazioni, scambi, reti, punti d’appoggio reciproci, differenze di potenziale, scarti»). 

 

Per Foucault non lo si può nemmeno far coincidere con l’apparato giuridico, con l’ambito della legge e del diritto. Non è possibile, cioè, individuare una sola fonte da cui esso scaturisce come per emanazione; la sua realtà risiede nella diffusione, nei rapporti minuziosi e quotidiani, non nell’uni-direzionalità ma nei sottili scambi e negli investimenti reciproci. 

 

 

Questa natura del potere emerge perfettamente all’interno del manicomio – che rappresenta uno dei luoghi in cui la società colloca la deviazione – dove lo si ritrova nelle relazioni, negli intrecci, nelle gerarchie, più o meno stabili, che si instaurano tra medici, sorveglianti, inservienti, malati. 

 

Il manicomio, per Foucault, rappresenta un vero e proprio spazio disciplinare , in cui – almeno fino a un certo momento – la questione centrale non è il problema della cura , della verità della malattia, di ciò che il folle dice e del motivo per cui lo fa. Quello che conta è imporre la realtà al malato, introdurlo a un determinato regime, normalizzarlo per quanto possibile ma soprattutto renderlo docile. 

 

«A far guarire in manicomio è, per l’essenziale, il manicomio stesso», scrive Foucault; ma come avviene tutto ciò? Sostanzialmente attraverso il controllo totale della vita dell’internato che, una volta entrato in questo luogo, risulta isolato da ogni possibile influenza esterna, sottoposto a una sorveglianza continua e privato della possibilità di gestire il suo tempo, dovendo sottostare a un’imposizione quotidiana di gesti, impegni, abitudini. 

 

La disciplina a cui sono sottoposti i folli – e più in generale il potere disciplinare che agisce sui corpi anche al di fuori di queste strutture – non si manifesta solo nella forma di una forza scatenata, nell’esercizio schietto di una violenza. L’aspetto preoccupante del potere è, al contrario, il suo funzionamento moderato e calcolato , che lo rende talmente accettato e tollerato dagli individui, riuscendo di fatto a forgiarne l’interiorità. 

 

Le critiche al manicomio per il suo carattere violento non sono nuove e l’utilizzo di strumenti di repressione, in particolare, aveva già suscitato grandi polemiche. La novità di Foucault sta, però, nel portarci a scorgere la violenza laddove probabilmente non la vedremmo: nell’azione quotidiana che la disciplina esercita sui corpi, all’interno e all’esterno del manicomio, che finisce per influenzarci pesantemente.  

 

Per questo, l’analisi foucaultiana non si limita all’istituzione manicomiale ma si spinge oltre, arrivando a toccare tutti quei tentativi di normalizzazione – e conseguentemente di patologizzazione del quotidiano – che caratterizzano una società disciplinare e che costituiscono, in ultima analisi, il presupposto fondamentale alla creazione di uno spazio come quello manicomiale. Più che di violenza, Foucault parla di microfisica del potere , per rimarcare che il funzionamento meticoloso e calcolato del potere non esclude la sua fisicità, non gli impedisce di influire profondamente sui corpi.  

 

Il manicomio – non essendo altro che uno spazio in cui si impone la realtà a chi non la vuole accettare – riproduce questi stessi meccanismi e rappresenta un luogo non solo di repressione, ma anche di produzione, di creazione di bisogni, piaceri, desideri, soddisfazioni, che sono uno strumento essenziale di presa sul paziente. Esso si configura, allora, come un regime, uno spazio disciplinare al pari delle scuole, degli eserciti, delle caserme. Ma allora perché al suo interno c’è uno psichiatra, non basterebbe solo un buon sorvegliante? 

 

 

L’idea di una direzione medica del manicomio non è scontata; è una novità del XIX secolo. Nei primi decenni di questo periodo – che Foucault definisce della proto-psichiatria – si assiste allo sviluppo di numerose ricerche sulla malattia mentale, eppure la medicina non il suo ingresso in manicomio nella forma di un sapere, di una teoria con annessa una cura. L’ipotesi foucaultiana è che essa rappresenti, piuttosto, l’elemento che legittima questo spazio, il fattore di intensificazione del reale che permette di imporre la realtà al folle in nome di una verità medica. Dato che la psichiatria è una scienza, dato “che sa” e conosce la natura autentica della follia, può assumere il controllo di tutti questi corpi agitati e liberi.

 

Questo sovra-potere psichiatrico, che giustifica la pretesa di adattare il malato al reale, non si fonda, però, su alcun sapere medico, come è dimostrato dal fatto che tutto ciò che viene inizialmente introdotto in manicomio a scopo terapeutico si trasforma molto facilmente in un semplice strumento punitivo. La doccia, ad esempio, che aveva lo scopo di decongestionare una parte del corpo, comincia a essere utilizzata solo in virtù del fastidio che provoca agli internati. 

 

Foucault tenta, allora, di mostrare, ripercorrendo le modalità attraverso cui i malati vengono gestiti in questo periodo, come, in realtà, lo psichiatra non si basi su alcuna conoscenza effettiva, ma piuttosto su strategie, su contrassegni di sapere . Il suo obiettivo è quello di far percepire al paziente che egli sa, che conosce il suo male, anche se non c’è nulla alla base della sua azione. Tuttavia, è solo in virtù di questa presunta scienza medica che l’ambiente manicomiale è legittimato ad agire come il luogo di una cura. Quali sono, allora, questi contrassegni di sapere?

 

Il folle in manicomio percepisce in ogni momento la sorveglianza dello psichiatra e questo avviene attraverso la creazione di un dossier sul suo conto in cui è annotato tutto ciò che fa, le colpe di cui si macchia, le punizioni che riceve. 

 

L’interrogatorio a cui è sottoposto, poi, avviene sempre dopo che il medico si è informato dettagliatamente sulla sua situazione, in modo da lasciargli, al termine del colloquio, la sensazione di non aver davvero fornito delle informazioni ma solo offerto alla psichiatria un pretesto per dispiegarsi.

 

L’artificio di potere che probabilmente più di ogni altro consacra lo psichiatra come depositario di una verità è la dimensione della clinica , attraverso cui i periodici interrogatori che il medico conduce nei confronti del folle diventano pubblici, si svolgono davanti ad una platea di studenti pronta a prendere appunti. La clinica fa apparire lo psichiatra come un maestro di verità e fa sì che il paziente acquisisca consapevolezza della sua follia: se tutti sono pronti a osservarlo, se il medico lo interroga in questo modo, è perché la sua non è altro che una vita ormai, agli occhi di tutti, marchiata dalla malattia. 

 

 

Sulla base di questi artifici, di questi contrassegni, il malato percepisce lo psichiatra come “qualcuno che sa” e l’alienista può funzionare come medico, permettendo al manicomio di apparire non uno spazio disciplinare, ma un luogo terapeutico. 

 

In effetti, in questo periodo c’è un grande ostacolo alla costruzione di un sapere sulla follia: il fatto che la psichiatria è una disciplina in cui il corpo è assente. In alcuni malati sono, certo, presenti delle lesioni organiche, ma l’obiettivo primario più che individuare relazioni tra tipi di lesioni e tipi di follia sembra essere quello di definire la normalità o meno di un determinato individuo. 

 

L’azione dello psichiatra si ferma all’ambito di una decisione tra realtà e simulazione e non pretende di comprendere i sintomi del folle, di caratterizzarli in una malattia: è a una diagnosi assoluta che è chiamato e non a una di tipo differenziale. 

 

Questa tensione allo statuto di scienza è avvertita dalla psichiatria e, nel corso del XIX, si va incontro a vari tentativi per la costruzione di un oggetto psichiatrico. Gli interrogatori sono condotti con l’obiettivo di trovare un qualche antecedente biografico, genetico, che possa spiegare l’insorgere della malattia. I medici si spingono fino ad assumere essi stessi delle droghe, nella speranza di poter in qualche modo riprodurre in maniera artificiale la follia e comprenderla dall’interno. Nel disperato tentativo di aver presa sulla malattia, gli psichiatri tentano tecniche di ipnosi. 

 

 

Una svolta si ha, però, solo quando, intorno agli anni 1850-1860, la medicina classica organica scopre una nuova realtà del corpo, vale a dire il suo essere non solo un agglomerato di organi e tessuti, ma un corpo con funzioni, capace di prestazioni e di comportamenti. 

 

Con la neurologia si fa strada la speranza di esplorare qualcosa come la volontà che è presente nel corpo , quella stessa a cui il manicomio aveva cercato, fino a questo momento, di applicarsi. Innestandosi sulla scoperta di questo corpo neurologico , di questo corpo che è più che fisicità, la psichiatria si auspica, allora, di inscrivere la follia in un sistema di conoscenza differenziale. Ma è proprio al livello di questa enorme possibilità per la medicina che si gioca il suo più grande scontro con la follia, che si prospetta la più grande forma di resistenza per i malati, attraverso il ruolo assunto dalle isteriche .

 

Si è parlato del sovra-potere del medico, del modo attraverso cui lo psichiatra fa funzionare come verità il manicomio, ma esiste anche un sovra-potere del malato che risiede nel suo modo di reagire alla disciplina. Due poli: da un lato, il demente, dall’altro l’isterica. 

 

L’evoluzione demenziale che si osserva nei manicomi del XIX secolo non è altro, per Foucault, che l’effetto della disciplina manicomiale che reprime non tanto la follia, ma i suoi sintomi, le sue manifestazioni violente, riducendo l’individuo alla sua malattia, quella stessa che, così epurata da crisi, viene consegnata alla medicina. C’è un modo, però, per non essere dementi in un ospedale del XIX secolo: essere isterici. Gli isterici resistono alla dinamica manicomiale, sono, nei termini di Foucault, «i veri militanti» dell’antipsichiatria: più che un fenomeno patologico, rappresentano un fronte di lotta. 

 

 

Nella seconda metà del XIX secolo, intorno al 1880, si verificano infatti alla Salpetrière una serie di eventi particolari tra Jean-Martin Charcot , un neurologo (dunque qualcuno che meglio di chiunque altro può dare, in quel momento, al suo discorso la parvenza di una verità) e le pazienti isteriche. Grazie a questo nuovo apparato medico, infatti, l’isteria  era diventata, per le sue manifestazioni, qualcosa di molto simile a una malattia vera e propria, dalla quale si differenziava per il solo fatto di non presentare lesioni anatomiche localizzabili.  

 

L’ipotesi di Foucault è che questo tentativo di medicalizzazione dell’isteria debba essere letto in termini « di battaglie, di scontri, di accerchiamenti reciproci, di predisposizione di trappole simmetriche, di investimenti e di contro-investimenti, di tentativi di conquistare il controllo sia da parte dei medici, sia da parte delle isteriche » e che, pertanto, questi malati abbiano rappresentato un vero e proprio fronte di resistenza al gioco manicomiale. 

 

Accadono, infatti, alcuni avvenimenti che vedono la neurologia sempre sul punto di catturare l’essenza dell’isteria, senza mai riuscirci a causa dei continui dubbi che le isteriche via via innestano e, infine, per il fatto che rispondono alla domanda di verità posta loro dai medici nei termini di qualcosa che il dispositivo neurologico non può proprio accettare. 

 

Per convincere Charcot che ci si trovava davanti a una malattia a tutti gli effetti – e, soprattutto, per consacrarlo come medico – erano richiesti sintomi stabili e crisi caratteristiche, scandite in passaggi consequenziali. Tutto ciò veniva individuato perfettamente nelle isteriche, che, in qualche modo, attuavano così una prima presa sul medico, perché era solo attraverso questi sintomi che Charcot, da semplice psichiatra, poteva funzionare come neurologo. Le isteriche offrivano, allora, tutti i requisiti per questo investimento ma, dal punto di vista della loro manifestazione, della quantità delle crisi avute, arrivavano a un numero che la medicina non riusciva a gestire, come più di 17.000 crisi in due settimane. In questo modo, esse confermavano e contraddicevano il medico allo stesso tempo. 

 

Allora, Charcot, tentando di riprendere il controllo, ricorreva alla tecnica dell’ipnosi e della suggestione, che consisteva nel porre il soggetto in una situazione tale per cui – a partire da un ordine preciso – si riusciva a ottenere da lui un sintomo isterico perfettamente isolato, ossia lo si poneva in una situazione grazie alla quale si aveva esattamente il sintomo che si voleva, nel momento in cui lo si voleva. Emergeva, però, in questo modo, un grande problema: come si fa a sostenere che un soggetto ipnotizzato, a cui è stato detto di non camminare e che effettivamente è rimasto paralizzato, è davvero malato? Questa condizione non potrebbe essere solo l’effetto dell’ordine sul corpo dell’isterico?

 

Qui si inserisce quella che Foucault definisce «la più sottile e la più perversa delle manovre di Charcot», vale a dire l’utilizzo delle isteriche come manichino funzionale . Quando, cioè, al cospetto di questo neurologo si presentavano persone esterne, traumatizzate, colpite da incidenti sul lavoro da cui si sospettava volessero trarre profitto, che non presentavano lesioni visibili, Charcot chiamava un’isterica, la ipnotizzava e valutava se il sintomo che aveva richiesto nella donna era, in tutto e per tutto, uguale a quello mostrato dal traumatizzato. 

 

Le isteriche ottenevano, allora, nuovamente potere sul medico, perché era solo grazie ai loro sintomi, diligentemente riprodotti, che Charcot poteva distinguere tra simulatori e non. È questo il motivo per cui, secondo Foucault, queste malate erano così obbedienti con il medico durante le ipnosi. 

 

In questo modo, però, si faceva strada la necessità di inscrivere in un quadro medico rigoroso la situazione così particolare che si era delineata: il fatto, cioè, che le isteriche potevano essere ipnotizzate, che, in questo stato, riproducevano fenomeni di tipo patologico e che potevano funzionare per smascherare la simulazione in quei soggetti che presentavano un quadro sintomatico simile all’isteria. Bisognava, cioè, trovare un elemento che permettesse di fondare, dal punto di vista dell’eziologia, tutti questi avvenimenti: ciò che rappresenterà, appunto, il traumatismo

 

Si tratta, per Charcot, di un evento violento – un colpo, una caduta, una paura – che fa sì che una certa idea si insidi nella testa di un individuo e funzioni, da quel momento, come un’ingiunzione permanente, che può essere riattivata durante l’ipnosi grazie al medico. 

 

Di qui, pertanto, la necessità di ritrovare il trauma nell’isterica – quella sorta di lesione invisibile che permette al neurologo di trovarsi di fronte a un quadro patologico a tutti gli effetti – e il tentativo di farlo chiedendo a lei, in stato o meno di ipnosi, di raccontare la sua vita, la sua infanzia, per permettere a questo evento fondatore di svelarsi.

 

Come rispondono, allora, le isteriche a questa rinnovata dipendenza dei medici nei loro confronti? Lo fanno raccontando sì la loro biografia ma spingendola fin nei suoi particolari più intimi, inammissibili, narrando e riattualizzando con costanza all’interno dell’ospedale la loro vita sessuale . Charcot non poteva proprio accettare tutto questo, non per questioni di pudicizia, ma perché, al pari della simulazione, la sessualità, nella medicina del tempo, era vista come un elemento squalificante della follia, un limite alla sua medicalizzazione. Egli si trovava, così, nella condizione complicata di chi richiede una verità ma non può ascoltarla.

 

In effetti, nota Foucault, se si analizzano le osservazioni degli allievi di Charcot che assistevano a queste lezioni, non ci sono dubbi sugli argomenti di queste famose anamnesi, ma se si consulta, invece, il testo di Charcot si trovano solo riferimenti all’emergenza di crisi molto simili a quelle di natura epilettica. Non perché egli non ne fosse consapevole – lo stesso Freud  racconta di aver ascoltato una conversazione privata di Charcot in cui questo riconosceva la natura sessuale dell’isteria – ma per il semplice fatto che non poteva ammetterlo per questo motivo “epistemologico”, che inficiava il suo stesso ruolo. 

 

L’ipotesi di Foucault è che l’irruzione della sessualità nel corpo neurologico, lungi dal rappresentare il residuo non decifrato dell’isteria, non sia altro, allora, che il modo attraverso cui queste malate hanno avuto la loro vittoria sui neurologi, la modalità con cui sono sfuggite a quella che si approssimava a essere una definizione patologica a tutti gli effetti. Tale trionfo isterico, tuttavia, ha gettato un nuovo scenario di lotta, ha fornito alla medicina un nuovo oggetto su cui far presa, vale a dire il corpo sessuale

 

 

Attraverso questo breve contributo si è cercato di ripercorrere le tappe più significative dell’analisi che Foucault fa del dispositivo psichiatrico e dei suoi rapporti con la follia. 

 

La specificità dell’analisi foucaultiana sta proprio in questo: nell’aver posto l’accento sul potere, sulla sua capacità di produrre pratiche, discorsi, individui. Per Foucault non si tratta tanto di descrivere la repressione che il manicomio attua nei confronti del folle o di analizzare la figura del malato a partire da un discorso psichiatrico presupposto come vero, quanto piuttosto di collocare tutte queste realtà a un livello anteriore, all’altezza dei giochi di potere che ne costituiscono il presupposto.

 

Per saperne di più: 

Per un’introduzione al pensiero di Michel Foucault si consiglia il testo introduttivo di M. Iofrida e D. Melegari, Foucault (Carocci, 2017) e S. Chignola, Foucault oltre Foucault. Una politica della filosofia (DeriveApprodi, 2014).

Per il corso tenuto al Collège de France nell’anno accademico 1973-1974 si veda M. Foucault, Il potere psichiatrico (Feltrinelli, 2010).

Per la conferenza tenuta da Michel Foucault al Cercle d’études architecturales il 14 marzo 1967, si veda Eterotopie, in Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985 (Feltrinelli, 1998), pp. 307-316.

 

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