21 giugno 2022

L’identificazione dei fossili: tra mito e realtà

Le creature del passato popolano da anni il nostro immaginario collettivo. Il fascino dell’ignoto e la difficoltà di comprendere dettagli realmente significativi inerenti alla loro natura hanno portato ad opere letterarie e cinematografiche a loro dedicate, alcune più attendibili, altre meno.

I dinosauri però, quelli veri almeno, sono da sempre un’incognita. Senza dubbio i moderni strumenti di analisi, come i metodi radiometrici per determinare la datazione assoluta di un fossile, hanno risolto molte problematiche, ma macchinari, esperienze sul campo o campioni ben conservati non sono sempre stati presenti nel corso della storia.

E quindi, come reagì Sir Richard Owen quando scoprì il primo fossile di dinosauro nel 1842? Ovviamente non fu subito in grado di capire che quella vertebra era appartenuta, 160 milioni di anni prima, ad una creatura facente parte del genere Scelidosaurus , e, di certo, non era in grado di determinare l’aspetto dell’animale. 

È un problema molto ricorrente all’interno degli studi paleontologici: basti pensare alla storia dello Spinosaurus aegyptiacus . Da sempre considerato come un enorme e terrificante carnivoro bipede simile al Tyrannosaurus rex, si è dimostrato invece essere qualcosa di differente: grazie ad uno studio tenutosi negli ultimi anni, infatti, è stato scoperto lo sviluppo, da parte di aegyptiacus, di tratti natatori altamente funzionali alla vita in un ambiente fluviale. E così, da bipede che si muoveva sulla terraferma, l’opinione del mondo accademico lo ha trasformato in quadrupede con un baricentro particolarmente sbilanciato in avanti e una coda simile a quella di un coccodrillo, mezzo propulsivo atto all’inseguimento sott’acqua.

L’aspetto di un dinosauro, quindi, di un animale preistorico o di qualsiasi altra creatura estinta è estremamente difficile da determinare, o comunque può variare nel tempo in seguito alle progressive scoperte. Questa difficoltà, però, non è tipica solo della nostra epoca, ma è bensì caratteristica anche delle altre: basti pensare alle innumerevoli somiglianze che si possono ritrovare tra i giganti del passato e le tante storie di mostri, draghi, titani tipiche delle varie produzioni folkloristiche; e così, un Plesiosauro (dinosauro marino molto comune nel Giurassico) diventa il celebre mostro di Loch Ness, e l’ Elasmotherium (mammifero vissuto tra il Miocene minore ed il Pleistocene Superiore), diventa il magico unicorno. 

Questi adattamenti, funzionali alla “razionalizzazione” di resti ossei sconosciuti, erano particolarmente comuni nella Grecia Antica, dove divinità, eroi e mostri avevano caratteristiche fisiche che li rendevano molto diversi dai comuni umani. A conferma di ciò sono giunte a noi oggi delle rappresentazioni: si pensi, ad esempio, alla decorazione di un vaso corinzio conservato a Boston, che descrive l’episodio dell’Iliade in cui Ercole salva da un gigantesco mostro marino Esione, offerta in sacrificio durante la guerra di Troia, . In questa rappresentazione la bianca testa del mostro emerge direttamente da una roccia; è quindi facile pensare che si trattasse di un cranio fossile (per la precisione di Samotherium , mammifero preistorico molto simile all’odierna giraffa) bloccato dalle rocce, che faceva capolino con un abbassamento della marea. D’altro canto, nelle scogliere dell’Egeo e della Turchia (un tempo nota come Anatolia) sono stati ritrovati resti fossili appartenuti ad animali di grandi dimensioni, molti dei quali, con la stessa meccanica del mostro di Ercole, “nuotavano tra le onde”. 

I ritrovamenti di ossa dalle dimensioni notevoli venivano interpretati come le spoglie di eroi antichi, o riprendevano il mito della Gigantomachia, la lotta tra Zeus e la stirpe dei giganti. Ciò che è da sottolineare è che queste scoperte non erano così rare, ed era all’epoca cosa normalissima pensare di ritrovarsi di fronte, per esempio, a una costola di Achille, tanto che il luogo del ritrovamento diventava destinazione di pellegrinaggi alle volte anche molto pericolosi. A volte, però, quando non erano le spoglie degli eroi a essere scoperte, erano quelle degli incubi. A quanto pare, infatti, il cranio del Mastodonte (proboscidato che visse nel Pliocene e nel Pleistocene) fu scambiato per il cranio del famigerato ciclope: la cavità nasale, che in un'altra epoca si collegava alla proboscide, venne confusa per la gigantesca cavità orbitale tipica di questi mangiatori di uomini. Persino Boccaccio, eccellente autore medioevale, commise lo stesso errore nel momento in cui si ritrovò, durante un viaggio in Sicilia, davanti al cranio di quello che credeva essere Polifemo.

Nel Medioevo ritroviamo un gran numero di creature mitiche, tutte descritte e disegnate in maniera molto dettagliata nei numerosi bestiari dell’epoca, influenzati perlopiù dalla fede e dalle vicissitudini di un’epoca che risentiva di una grande tensione religiosa. Come non pensare, quindi, agli svariati incontri tra santi e mostri provenienti dalle profondità dell’Inferno.

Un interessante aneddoto riguarda Colombano (540-615 d.C.), monaco irlandese allievo della dottrina monacale benedettina; si dice che durante una passeggiata sulle rive del lago di Loch Ness in compagnia di un suo discepolo egli incontrò due uomini che stavano seppellendo un loro compagno, sbranato da una vorace bestia che viveva nel lago. Il monaco, quindi, ordinò al discepolo di gettarsi in acqua, in maniera tale da stanare il mostro, e nel momento esatto in cui quest’ultimo  uscì allo scoperto Colombano, dopo aver fatto il segno della Croce, ordinò alla bestia di andare via.

Ora, tralasciando la veridicità dell’aneddoto, è doveroso ammettere che la cultura scozzese da secoli si basa su racconti inerenti al “piccolo popolo”, e su creature malvagie ed ingannevoli come il Kelpie (spirito malevolo, associato spesso alla figura del mostro di Loch Ness); rimane tuttavia incerto il soggetto che ha ispirato la nascita del criptide per eccellenza. Una recente teoria ha cercato di trovare una soluzione al problema, asserendo che nelle acque del lago si sia insediata un’intera famiglia di Plesiosauria (rettili acquatici vissuti tra il Triassico Superiore ed il Cretaceo Minore). La presenza di resti fossili ritenuti appartenenti alla suddetta creatura, poi, può lasciar pensare che nel momento in cui si sia venuto a formare il lago (ben più recente dei fossili, essendosi originato con l’ultima glaciazione, meno di 10000 anni fa) e gli abitanti della zona abbiano visto i resti del dinosauro, essi abbiano anche ipotizzato l’esistenza di una creatura. Questa ricostruzione resta una congettura, poiché non è certo che gli abitanti medioevali del lago abbiano trovato gli stessi fossili, e l’esistenza di storie di creature simili che popolano altri laghi e fiumi scozzesi impedisce la possibilità di basarsi esclusivamente sulle fonti ritrovate a Loch Ness. 

D’altro canto ci sono testimonianze dell’esistenza di grossi rettili da ogni parte del mondo, e la maggioranza è riconducibile a una creatura assai nota nel Medioevo. Si parla, ovviamente del drago, gigantesco mostro alato (il più delle volte) dedito all’accumulo di tesori preziosi e al rapimento di fanciulle, perlopiù vergini. In ogni cultura presenta caratteristiche diversi e col passare dei secoli ha assunto sempre più particolari; quindi, se in Oriente il drago presenta un corpo molto lungo e un carattere bonario e pacifico, tanto da essere considerato di buon auspicio, in Occidente si ritrova un feroce superpredatore alato e capace di emettere fiamme dalle fauci.

L’origine del mito dei draghi si è sempre rivelata, dunque, oscura, non essendoci di fatto una idea o un indizio della sua origine: oggi è l’antagonista principale in racconti che lo vedono puntualmente sconfitto dal valoroso cavaliere arrivato in soccorso della sua bella.

Il fascino dei draghi, però, cattura tutt’oggi qualche individuo, che, convinto forse della comicità dell’idea o dal desiderio di far rinascere un antico mito, falsifica resti animali in maniera tale da farli assomigliare a quelli di un drago.

Non è quello che è successo in Italia. Infatti a Paladina, e, più nello specifico, nella chiesa di S. Giorgio ad Almeno e nel Santuario di Sombreno, sono conservate quelle che si credono essere le costole di Tarantasio. Secondo la leggenda il drago, che non era altro che la reincarnazione di Ezzellino da romano, il genero di Federico III scomunicato da papa Innocenzo IV per la sua ferocia, terrorizzava i paesani del borgo col suo alito fetido in grado di uccidere coloro che lo respiravano troppo a lungo.  Il mostro sarebbe poi stato eliminato da San Giorgio. Come già detto, non si può dare per certo che i fossili siano alla base del mito dei draghi, ma si possono comunque analizzare i resti di Tarantasio: le sue costole si sono rivelate essere appartenute a un mammut , e non a un drago, e il fiato velenoso non era altro che le esalazioni mefitiche provenienti dalla palude vicina al borgo.

Ad ogni modo, il drago non è l’unica creatura mitologica simbolo del Medioevo: nei bestiari si possono frequentemente ritrovare illustrazioni dei celebri unicorni, candidi mammiferi simboli viventi di purezza, somiglianti in tutto e per tutto a cavalli bianchi, eccezion fatta per il corno a spirale che si troverebbe sulla loro fronte e che avrebbe avuto, secondo i racconti, proprietà magiche.

Secondo alcune teorie, non certe tuttavia, i fossili di Elasmotherium , mammifero simile a un rinoceronte di dimensioni ancor più ampie, avrebbero ispirato il mito. Ciò ha senso se consideriamo che in Occidente, per molte descrizioni di creature magiche, ci si rifaceva a Plinia, che nel suo viaggio in Oriente aveva rintracciato questa creatura in India e l’aveva descritta come molto simile a un suino di grosse dimensioni e con un corno in fronte. Plinia si riferiva, ovviamente, al grande rinoceronte indiano, il quale aveva anch’esso, secondo le credenze popolari, un corno magico in grado di curare molti mali, come malanni e infezioni causate da veleni; la credenza in questione è tutt’oggi diffusa, e dona quindi al goffo “unicorno” quel lato magico e misterioso che da sempre lo contraddistingue.

Un aneddoto interessante a proposito del rinoceronte indiano e del suo sosia potrebbe essere quello di Marco Polo; durante il suo viaggio in Asia, infatti, egli incontrò l’animale, e lasciò scritto sul “Milione” che l’unicorno era reale, ma che non era così bello ed elegante come raccontato dai bestiari.

Per concludere, si può dire che l’identificazione dei fossili, pratica estremamente complessa e dispendiosa in termini di lavoro e di tempi, è estremamente difficile ai giorni nostri, e nel passato era addirittura impossibile: i fossili infatti (in quanto resti di animali temporalmente molto lontani) non erano ancora noti, e l’attribuzione di ossa particolari, che sembravano essere appartenute a bizzarri ibridi, era, per restare in tema, un’autentica chimera. Indi per cui dove la ragione non poteva arrivare subentrava l’immaginazione. Bisogna ricordare, inoltre, che tutti gli esempi riportati non sono altro che supposizioni. Sfortunatamente, infatti, è possibile studiare le fonti di società di altre epoche, ma non è possibile comprendere appieno il loro modo di vedere il mondo o interpretare i diversi fenomeni naturali. Non è quindi certo che i fossili siano stati considerati, in epoche passate, come fonti di ispirazione per creature che hanno popolato per secoli a venire i molti miti che tutt’ora si studiano a scuola. Rimangono comunque teorie valide: d’altronde, all’origine di ogni leggenda c’è sempre un fondo di verità.

Per saperne di più:

Mayor, Anne, The First Fossil Hunters , Princeton University Press, 2011.

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