5 novembre 2021

Peter Singer e l'antispecismo

Un tentativo di dar voce ai diritti animali

Nel 1975 Peter Singer, filosofo e saggista australiano, ha pubblicato, raccogliendo i dati su allevamenti intensivi a scopo alimentare, industrie cosmetiche e vivisezione, Liberazione animale, il suo libro-inchiesta sugli abusi compiuti dagli esseri umani ai danni degli animali, subito divenuto punto di riferimento per i movimenti animalisti di tutto il mondo. L’opera, posta a fondamento di una nuova bioetica, ha l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico rispetto al delicatissimo tema della sofferenza degli esseri viventi non umani e ha dato vita a un caso internazionale, che si è concretizzato in un movimento di protesta di livello mondiale: mettendo milioni di persone di fronte alle atrocità e alla sofferenza provocate dallo sfruttamento industriale, Liberazione animale ha contribuito alla diffusione di una realtà sì nota, ma prima di allora mai realmente rivelata in tutte le sue dimensioni. 

Liberazione Animale ha un triplice ruolo nel movimento animalista. In primo luogo una denuncia: l’autore, infatti, ha indagato e documentato le atrocità inflitte agli animali senza alcun timore. Quest’opera, inoltre, è un vero e proprio saggio di filosofia che ha aperto le porte a nuovi studi in ambito etico (ma anche giuridico), conducendo sino all’attuale discussione sull’allargamento dei diritti estesi all’intera sfera dei viventi, con particolare attenzione agli animali e ai mammiferi superiori. Liberazione animale, infine, è un manifesto per i movimenti animalisti: sebbene il movimento, in seguito alla sua pubblicazione, si sia sviluppato in forme diverse, talvolta molto distanti le une dalle altre, il ruolo esercitato dall’opera di Peter Singer è stato, senza alcun dubbio, decisivo.                    

Quella presentata da Peter Singer è un’etica di tipo consequenzialista, impostata come una forma di utilitarismo: secondo il filosofo l’azione può essere considerata moralmente retta soltanto se volta a massimizzare la soddisfazione delle preferenze del maggior numero di esseri senzienti. All’interno di tale categoria sono inclusi, oltre agli esseri umani, anche gli animali capaci di provare sofferenza (è infatti dalla possibilità di soffrire, di provare piacere e dolore, che deriva la capacità di avere delle preferenze e degli interessi). Si legga in tal senso:

«La capacità di provare dolore e piacere è una condizione non solo necessaria ma anche sufficiente perché si possa dire che un essere ha interessi – come minimo assoluto l’interesse a non soffrire» (Singer 2017, 30).

Sulla scia di Jeremy Bentham, uno dei maggiori esponenti dell’utilitarismo (anch’egli attento difensore dei diritti animali), Singer individua nella capacità di soffrire la principale caratteristica che attribuisce a un essere il diritto ad essere considerato: ad esempio, sarebbe insensato sostenere che una pietra ha interesse a non essere calciata, perché essa non è in grado di soffrire i danni di un calcio; al contrario «un topo ha davvero interesse a non venir preso a calci per la strada, perché in tal caso soffrirà» (Singer 2017, 30). 

Se un essere soffre non può sussistere alcuna giustificazione morale per rifiutarsi di prendere in considerazione questa sua sofferenza. Qualunque sia la natura di tale essere, il principio di eguaglianza richiede che il proprio soffrire sia valutato allo stesso modo del soffrire di ogni altro essere. La sensibilità (e non l’intelligenza, il linguaggio, ecc.) rappresenta l’unico criterio moralmente accettabile per la considerazione degli interessi altrui.

Per Singer la differenza di specie non rappresenta, in sé, una differenza moralmente rilevante (sebbene lo sia, in parte e indirettamente, nella misura in cui si traduce in una differenza di preferenze) e considerarla come tale è – nell’ottica del filosofo – una forma di pregiudizio paragonabile al razzismo o al sessismo. È infatti a partire da un ragionamento volto a dimostrare l’infondatezza morale di razzismo e sessismo che Singer giunge, per analogia, a mostrare la natura del pregiudizio specista. Lo specismo sorge dal considerare alcune differenze moralmente neutre (come lo sono la razza o il genere sessuale) come fondanti differenze di trattamento o di considerazione morale.

Appare chiara la posizione di Singer in merito alla questione: la sofferenza provocata agli animali dall’industria alimentare intensiva è moralmente inaccettabile. Non può essere accettabile trattare gli animali come mera merce di scambio, senza tener conto della loro sofferenza e del loro dolore. Questa tesi è fondata sulla convinzione che il dolore – inteso come qualsiasi tipo di sofferenza – è negativo, indipendentemente dal soggetto che lo prova.         

Singer ci mette di fronte ad un’evidenza innegabile: anche altri animali, oltre l’uomo, provano dolore e molti di essi – come i suini, che spiccano di particolare complessità cognitiva – sono addirittura in grado di provare forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica, come l'angoscia o la noia. Questa evidenza, secondo il filosofo, è indice di un’eguaglianza (indipendente dalla specie di appartenenza) che porta il filosofo a condannare ogni forma di specismo.       

Ogni essere umano è responsabile delle proprie azioni – di ciò che fa – ma è altresì responsabile di ciò che avrebbe potuto impedire o che ha scelto di non fare. La condizione di sofferenza degli animali da allevamento è una realtà che fa parte e dipende dalla vita degli esseri umani: prenderla in considerazione è quindi un dovere morale

Rispetto all’etica deontologica portata aventi da altri autori, come Tom Regan, il consequenzialismo singeriano si prospetta come più elastico e pragmatico: Singer, a ben vedere, non professa un veganismo puro e intransigente, egli mira piuttosto ad un mondo in cui gli animali non umani vivano naturalmente e dignitosamente, senza provare angoscia e sofferenza. L’opera di Singer, pur denunciando con forza la realtà degli allevamenti intensivi, non si fonda su preconcetti e convinzioni aprioristiche e resta aperta alla possibilità di un "veganismo welfarista": Singer non insiste nel sostenere una forma di veganismo puro – egli stesso ha affermato, in diverse interviste, di mangiare ostriche e vongole, essendo animali non senzienti – ma sulla necessità di evitare quei prodotti animali che causano sofferenza agli animali o sono dannosi per l’ambiente.

Le riflessioni di Peter Singer, tuttavia, non si limitano al solo ambito dei diritti animali. Il filosofo ha trattato diverse problematiche nel campo dell'etica applicata: dal rispetto per l'ambiente, all'etica politica, dalla squilibrata distribuzione della ricchezza, alla responsabilità dei paesi ricchi verso il Terzo Mondo, fino a toccare delicatissimi temi di etica biomedica (tra cui l'aborto, l'eutanasia e la ricerca che coinvolge la sperimentazione animale).Sulla possibilità di avere propri interessi e preferenze Singer misura anche l’essere (o il non essere) persone. È questa una conseguenza rilevante dell’etica singeriana: secondo questa concezione la tradizionale definizione di “persona” si estende, da un lato, ad alcuni animali non umani (come i mammiferi superiori) e si riduce, dall’altro, escludendo gli esseri umani che, per motivi diversi, non sono capaci di avere propri interessi (malati in stato vegetativo, portatori di gravi deficit fisici e cognitivi, feti e neonati).

Senza dubbio la tesi della sostituibilità è una tra quelle che hanno fatto più discutere. La riflessione di Singer prende le mosse dal presupposto che, nel soppesare la gravità dell'uccisione, è necessario prescindere dalla specie, dalla razza o dal sesso e bisogna, piuttosto, tenere in considerazione le particolari caratteristiche dell'essere che perderebbe la vita (come il suo desiderio di continuare o meno a vivere, la qualità della vita, ecc.). In piena linea con questa sua etica della qualità della vita, Singer arriva ad ammettere la possibilità dell’eutanasia neonatale, sostenendo che è preferibile sopprimere un bambino malato in fase neonatale e “sostituirlo” con un nuovo progetto creativo, piuttosto che lasciarlo vivere una vita non degna di essere vissuta. La possibilità di infanticidio non sarebbe, a ben vedere, limitata ai soli bambini portatori di gravi deficit: il neonato (e non solo il feto), secondo Singer, non sarebbe ancora una persona (a differenza di gatti, cani, maiali e altri animali) e la sua vita potrebbe essere paragonata a quella di un pesce (il neonato, per Singer, non ha interesse per la vita).

Questo supporto all'infanticidio è stato motivo di dura critica per il filosofo. Se da un lato l’etica animalista di Singer sembra essere molto convincente, quella che da molti è stata definita come una deriva eugenetica ha destato non poche critiche. Il consequenzialismo utilitaristico singeriano sembra essere molto efficace se volto ad ampliare positivamente la sfera dei diritti e a ridurre la sofferenza degli esseri viventi. Al contrario, non trattandosi – in questo caso – di un’estensione del diritto alla vita, ma di una riduzione della stessa, le tesi sull’infanticidio e le molteplici possibili conseguenze dal punto di vista etico – e pratico – devono essere sottoposte a più serrata analisi e critica da parte della filosofia. Secondo Singer, infatti, sono molteplici i casi in cui la vita umana vale meno rispetto alla vita di animali non umani. È questa una visione discutibile dal punto di vista filosofico e, qualora prendesse piede all’interno della reale condotta umana, potenzialmente pericolosa.

 

 

Per saperne di più:

Regan, T., I diritti animali , tr. it. di R. Rini, Garzanti, Milano 1990, p. 214 ss.

Ryder, R., Animal Revolution: Changing Attitudes Towards Speciesim , Black-well, Oxford 1989.

Scruton, R., Gli animali hanno diritti? , tr. it. di D. Damiani, Raffaello Cortina, Milano 2008.

Singer, P., Liberazione animale. Il manifesto di un movimento diffuso in tutto il mondo , Il Saggiatore, Milano 2017.

 

Immagine di Chuko Cribb da Unplash – Immagine libera per l'uso

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