Dopo la pandemia: l'esigenza di una ricomposizione del lavoro

La crisi economica indotta dalla pandemia di Covid-19 ha colpito in misura diversificata le figure professionali che compongono il mondo del lavoro, con un impatto particolarmente pesante sui lavoratori occupati nei settori più esposti alle necessarie misure di contenimento dei contagi e nelle imprese a minor tasso di innovazione tecnologica, nonché sulle forme di lavoro maggiormente precarie. Nella fase più acuta della crisi si è assistito così a una polarizzazione delle posizioni lavorative che ha allargato divaricazioni che venivano da lontano. La ripresa in corso sta facendo emergere sia tendenze che rischiano di accentuare quelle divaricazioni sia tendenze di segno opposto, che possono contribuire a ridurle.

Il compito della politica economica e sociale è quello di irrobustire le forze che spingono verso la riduzione della frammentazione e contenere gli effetti di quelle di segno opposto. In altri termini, promuovere una progressiva ricomposizione del lavoro che inverta la tendenza alla polarizzazione emersa con l’esaurirsi, già dall’ultimo ventennio del Novecento, della fase dello sviluppo fordista. Naturalmente, una ricomposizione da realizzare in relazione alle profonde trasformazioni indotte dalle innovazioni tecnologiche in corso e dalle loro implicazioni per la riconfigurazione di settori e processi produttivi.

 

SOMMARIO: 1. Prima della pandemia: qualche fermo immagine; 2. L’impatto della pandemia; 3. Ripresa e resilienza: l’esigenza di una ricomposizionei; 3.1 Le tendenze spontanee; 3.2 La politica.

 

 1. Prima della pandemia: qualche fermo immagine

Prendiamo le mosse da uno sguardo, senza alcuna pretesa di esaustività, all’articolazione, per non dire frammentazione, delle figure lavorative che alla vigilia della pandemia componevano il mondo del lavoro nel nostro Paese.

Cominciando dai settori dell’industria e dei servizi di tipo industriale (essenzialmente le utilities) o di tipo funzionale all’industria (come la logistica), e guardando in particolare al lavoro operaio, torna utile la declinazione operata da Dario Di Vico della distinzione tra tre classi operaie proposta originariamente da Antonio Schizzerotto[1]:

  • la prima classe operaia è costituita da una forza-lavoro cognitiva, molto coinvolta nei processi di controllo-regolazione delle macchine[2] e che utilizza anche strumenti digitali per rapportarsi all’automazione del processo produttivo. Si tratta di una quota significativa della forza-lavoro industriale pari, per esempio nel settore metalmeccanico, a circa il 20% dei dipendenti e concentrata soprattutto nelle imprese di maggiori dimensioni e di più elevata tensione all’innovazione tecnologica[3]. A questi vanno aggiunte poi anche le tradizionali figure del lavoro manuale qualificato, tuttora presenti in snodi fondamentali di diversi processi produttivi;
  • la seconda classe operaia è costituita da quei lavoratori che operano entro forme di organizzazione del lavoro che implicano mansioni piuttosto ripetitive e legate ai tempi-macchina, che non offrono possibilità significative di crescita professionale: si va dalla tradizionale catena di montaggio a operazioni manuali di carattere minuzioso, spesso delicato, al lavoro applicato alla macchina singola, specie nelle piccole e medie imprese;
  • infine, la terza classe operaia è costituita dal “proletariato dei servizi, che sta fuori dai cancelli degli stabilimenti ed è destinato a crescere quantitativamente soprattutto per il peso che assume il settore della logistica”[4]: facchini e addetti alle operazioni organizzate dalle piattaforme di e-commerce sono probabilmente le figure più rappresentative di questa tipologia di lavori, sottoposti a una organizzazione del lavoro che non lascia spazi di autodeterminazione ed è spesso dettata nella tempistica e nell’articolazione dei compiti da meccanismi impersonali governati da algoritmi informatici[5].

Se ora passiamo al mondo dei servizi non direttamente funzionali all’industria, diciamo il mondo dei servizi alla persona, troviamo anche qui una molteplicità di figure lavorative caratterizzate da gradi diversi di qualificazione del lavoro e di possibilità di autodeterminazione:

  • nella fascia alta delle competenze lavorative stanno naturalmente i professionisti ma anche i lavoratori della cultura e dello spettacolo, senza dimenticare però le forme di precariato che nell’un caso come nell’altro si sono ingigantite negli ultimi decenni: dalle “false” partite IVA che segnano il lavoro di tanti giovani professionisti presso studi già affermati, ai lavori intermittenti che caratterizzano gli operatori della cultura e dello spettacolo;
  • nella fascia media delle competenze troviamo le mansioni svolte da una quota rilevante di lavoratori della grande distribuzione – con caratteristiche per molti versi simili a quelle della seconda classe operaia industriale – o le mansioni dei dipendenti nei settori del piccolo commercio, dei servizi alberghieri e di ristorazione e più in generale dei servizi turistici, caratterizzati inoltre da una più ampia presenza di contratti a termine;
  • nella fascia medio-bassa si concentrano molti dei lavori di assistenza alle famiglie, come nel caso delle Colf e delle badanti;
  • nella fascia bassa i servizi svolti dai lavoratori organizzati tramite piattaforma, come i riders, per i quali si presentano situazioni simili a quelle descritte sopra per la terza classe operaia della logistica su piattaforma;
  • nella fascia più bassa si collocano poi quei lavoratori che, specie in alcune grandi città del Mezzogiorno, svolgono in nero attività di commercio e servizi di strada, di per sé estremamente precarie e caratterizzate da marginalità sociale.

Guardando poi al mondo agricolo, alle figure lavorative di alta qualificazione che presiedono alla selezione e trasformazione dei prodotti di maggior qualità si affiancano figure tradizionali di contadini e salariati agricoli, nonché il fenomeno nuovo, ancora quantitativamente limitato ma significativo, del ritorno di giovani al lavoro nelle campagne, con l’obiettivo di produzioni di qualità e di nicchia e tramite forme di impresa sociale come le cooperative. Al polo opposto, sta il mondo ampio dei braccianti precari, spesso immigrati e soggetti a fenomeni di vero e proprio caporalato.

Un fenomeno trasversale è poi rappresentato dai lavoratori poveri: secondo la definizione Eurostat di “in-work poverty” - persone occupate il cui reddito familiare equivalente è inferiore al 60% del reddito mediano - l’11,8% dei lavoratori italiani versava in questa condizione nel 2019, tre punti sopra la media europea e in aumento nel corso del tempo. Tra le cause di questo trend, il cambiamento nella struttura occupazionale con la crescita dei settori a maggior presenza di occupazioni a bassa qualifica, come quelli ricordati sopra corrispondenti alla terza classe operaia, o i servizi di ristorazione e turistici e quelli di assistenza alle famiglie, maggiormente segnati da lavori a termine o part-time[6].  

Questa ricognizione, per quanto parziale, mette in evidenza comunque una articolazione spinta del mondo del lavoro e una forte stratificazione sociale. In altri termini, le dinamiche economiche innescatesi negli ultimi quaranta anni, a partire cioè dalla crisi del modello di accumulazione fondato sulla grande industria[2] e con i processi di de-verticalizzazione della produzione industriale e di crescente terziarizzazione dell’economia, hanno portato a una riconfigurazione del mondo del lavoro sempre più lontana da quella cosiddetta “fordista”. Un processo che ha portato a forme di polarizzazione accentuata, articolatesi ulteriormente con l’avvento e la diffusione delle ICT: da una parte lavoratori, intellettuali ma anche manuali, che oggi sono in condizione di partecipare attivamente ai processi di innovazione produttiva utilizzando in prima persona le nuove tecnologie, anche quelle digitali; dalla parte opposta, lavoratori che operano all’interno di forme organizzative fortemente vincolanti, in cui i processi di digitalizzazione determinano meccanismi di governo del lavoro che possono diventare anche molto impersonali; in mezzo, una parte ancora ampia di lavoratori che vivono in processi produttivi toccati solo limitatamente dalle nuove tecnologie. A questa polarizzazione, si aggiungono quella tra servizi a maggiore o minore qualificazione, e quella tra lavori stabili e lavori precari o intermittenti fino a quelli appartenenti alla marginalità dell’economia informale. 

 

2. L’impatto della pandemia

 

Su questa articolazione dei lavori ha impattato la crisi innescata dall’esplodere della pandemia di Covid-19, con effetti diversi in termini di caduta dell’occupazione tra settori e tipologie contrattuali[8].

La quantità di lavoro utilizzata nei processi produttivi - il cosiddetto input di lavoro misurato in termini di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA) - ha seguito da vicino (-10,3% nel 2020) la caduta del Pil a livello aggregato (-8,9%) e anche 

a livello settoriale, con alcune limitate differenze tra comparti. Il numero di persone occupate (-2,7%) ha invece risentito della variazione del prodotto in misura molto minore: la caduta dei livelli produttivi si è scaricata sulle ore effettivamente lavorate per addetto più che sul numero di addetti e questo grazie agli strumenti di tutela dell’occupazione messi in campo dal Governo, in particolare la CIG-Covid e le sue estensioni e varianti al di là dei confini tradizionali della Cassa integrazione guadagni. Gli effetti sul numero di persone occupate sono stati peraltro molto diversi tra industria e servizi e tra tipologie contrattuali.

La caduta complessiva del numero di occupati ha toccato quasi le 800.000 unità nel secondo trimestre 2020 (rispetto al quarto 2019), di cui oltre la metà, 406.000, ha riguardato i contratti a termine, mentre poco meno di 200.000 sono stati i posti di lavoro a tempo indeterminato venuti meno e altrettanti quelli di lavoro autonomo. Nell’industria l’occupazione ha sostanzialmente tenuto, anche grazie a un rapido rimbalzo della domanda già nel terzo trimestre dell’anno passato. Nel complesso dei servizi privati, invece, la caduta occupazionale nel secondo trimestre 2020 ha toccato il 5%, concentrata soprattutto in alcuni comparti, come ristorazione, alberghi, commercio, arte e intrattenimento, tutti “settori ad alta intensità di lavoro, con elevata incidenza di contratti temporanei e dove lo smart working spesso non è un’opzione praticabile”[9].

Questa situazione occupazionale si è sostanzialmente prolungata fino al primo trimestre 2021, ossia per tutto il periodo in cui sono rimaste in vigore, dopo il temporaneo allentamento dell’estate 2020, le misure restrittive necessarie a contenere la diffusione della pandemia. Ai livelli di attività raggiunti con il recupero produttivo del terzo trimestre 2020, e mantenuti con alti e bassi fino al primo trimestre dell’anno in corso, si è fatto fronte con il riassorbimento parziale dei lavoratori in CIG-Covid, non con incrementi occupazionali. E’ solo con il secondo trimestre 2021 che, in relazione all’avanzamento della campagna vaccinale e alla resilienza dell’attività produttiva, è cominciato il recupero anche dei livelli occupazionali.

Accanto alle perdite occupazionali e al ricorso alla CIG, l’emergenza pandemica ha visto una parte significativa delle ore lavorate per addetto, in specie nei lavori non manuali, prendere la forma del lavoro a distanza. Dopo le difficoltà iniziali, in particolare nell’apprendimento delle modalità di collegamento e anche nella disponibilità effettiva dei necessari strumenti informatici, il lavoro a distanza ha cominciato a svolgersi in modo più fluido e continuo, con forme di flessibilità organizzativa che consentono di utilizzare il termine più impegnativo di smart working. Il fenomeno che, nella fase più acuta di lockdown ha coinvolto oltre 6,5 milioni di 

lavoratori[10], ha certamente significato un salto non solo quantitativo – rispetto al 2019 quando, secondo Eurostat, ancora meno del 5% dei lavoratori italiani aveva sperimentato il lavoro da casa - ma anche qualitativo – con un processo di rapido upgrading delle capacità digitali di molti lavoratori. Da questo punto di vista, la diffusione emergenziale di questa forma di lavoro ha significato, non solo per i dipendenti ma anche per le imprese, la scoperta di nuove opportunità organizzative e nuove modalità di rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Al tempo stesso, il ricorso emergenziale - forzato dalle misure di contenimento della pandemia - allo smart working per un numero così elevato di persone e di ore e il suo impatto anche territoriale – non solo con l’assenza inevitabile dalle sedi di lavoro ma anche con il ritorno di tanti lavoratori nelle proprie zone di origine, fenomeno particolarmente vistoso nel Mezzogiorno – ha determinato anche l’allontanamento oggettivo del singolo lavoratore dal luogo dove opera l’impresa o l’amministrazione di riferimento. Ognuno ha dovuto operare per conto proprio, potendo contare solo su forme di interazione con i suoi compagni di lavoro mediate dalle tecnologie digitali, senza possibilità di interazione diretta e personale. Una situazione di questo genere porta con sé il rischio di una individualizzazione estrema del rapporto di lavoro che, combinata con il massiccio ricorso alla Cassa integrazione, può determinare perdita di motivazione e di senso di appartenenza alla comunità lavorativa di riferimento.

In sintesi, l’impatto della crisi, prolungandosi per un intero anno, ha colpito in modo molto pesante le posizioni lavorative meno stabili – contratti a termine e autonomi – e i settori dei servizi privati in cui queste posizioni sono più diffuse e dove, per le caratteristiche stesse del tipo di attività svolta, lo smart working non è una opzione praticabile. Per un verso si è quindi erosa la componente intermedia del mondo del lavoro, quella dei dipendenti e degli autonomi che vivono in attività produttive ancora poco toccate dalle nuove tecnologie, accentuando la polarizzazione tra lavoratori che partecipano attivamente ai processi di innovazione tecnologica e lavoratori che la subiscono all’interno di forme organizzative fortemente vincolanti e impersonali. Per altro verso, a essere colpito dalla crisi è stato principalmente il mondo dei dipendenti a termine e degli autonomi più fragili, nell’un caso e nell’altro spesso giovani, acuendo così anche gli ostacoli che già da tempo si oppongono all’ingresso delle nuove leve. Infine, sono state falcidiate le occupazioni nel mondo dell’economia informale e della marginalità sociale.

Per concludere, gli effetti della crisi da Covid-19 sull’occupazione hanno finito per accentuare i fenomeni di polarizzazione che avevamo visto presenti nel mondo del lavoro già prima della pandemia. Laddove poi lo smart working e/o gli ammortizzatori sociali hanno consentito di salvaguardare meglio i posti di lavoro, si è presentata un’altra forma di possibile divaricazione: quella tra i lavoratori che hanno continuato in misura maggiore a operare sul luogo di lavoro e quelli più coinvolti dalla Cassa integrazione e/o dal lavoro a distanza, con i rischi di isolamento e allontanamento che abbiamo sopra indicato.  

3. Ripresa e resilienza: l’esigenza di una ricomposizione

La ripresa avviatasi dalla primavera 2021 - e che continua a ritmi sostenuti - ha portato già nel secondo trimestre dell’anno a recuperare la metà della perdita occupazionale complessiva, un recupero attribuibile per oltre tre quarti alla ripresa degli occupati con contratti a termine e per il resto a quella dei dipendenti a tempo indeterminato, mentre non si manifesta ancora un recupero degli occupati indipendenti[11]. Di nuovo è il settore dei servizi quello dove i livelli occupazionali, come del resto i livelli di attività, non sono ancora tornati sui valori pre-crisi (-2,8% l’occupazione nel secondo trimestre 2021 rispetto al quarto 2019 e -5,8% il valore aggiunto) [12].

 

3.1 Le tendenze spontanee

            Le tendenze che in questa fase sono all’opera o si prospettano per il prossimo futuro hanno effetti contrastanti tra loro sulla frammentazione del mondo del lavoro che ereditiamo dalla crisi pandemica: per un verso stanno emergendo fattori che spingono verso una ulteriore polarizzazione, per altro verso forze che possono contribuire a ridurre la frammentazione. Tra i primi:

  • la contrazione che si prospetta per i settori che sembrano destinati a risentire maggiormente di cambiamenti che potrebbero rivelarsi almeno in parte permanenti nelle modalità di organizzazione e interazione sul lavoro e negli stili di vita, come le attività connesse agli eventi in presenza o agli spostamenti per motivi di lavoro;
  • le difficoltà in cui versano le piccole e medie imprese più colpite dalla rottura delle filiere produttive innescata dal Covid e dalla riorganizzazione a regime che ne può derivare, e le conseguenze sulle occupazioni operaie tradizionali;
  • tutti fenomeni, quelli ora citati, che prospettano perdite settoriali di posti di lavoro e un aumento delle persone in condizioni di difficoltà economiche e occupazionali che non è automatico vengano riassorbite da altri comparti produttivi;
  • le attività su piattaforma, a cominciare dall’e-commerce, appaiono destinate a svolgere un ruolo crescente nella ripresa post-pandemica; possiamo attenderci quindi una progressiva crescita del rilievo quantitativo di quelle componenti della forza-lavoro che abbiamo prima indicato come terza classe operaia;
  • la possibilità che lo smart working si cristallizzi per alcuni lavoratori in un allontanamento a regime dal luogo dove opera l’impresa, con il rischio di creare posizioni lavorative fragili, facilmente delocalizzabili[13];
  • la ripresa in corso nei contratti a tempo determinato appare in gran parte fisiologica, dato che come abbiamo visto sono stati quelli più colpiti dagli effetti del lockdown (la loro quota sul totale degli occupati non è ancora tornata al livello del 2019); preoccupa però il fatto che si tratti in gran parte di contratti a termine di durata molto breve (oltre il 70% non superiore ai sei mesi), quindi adatti a coprire spazi di flessibilità che il tempo indeterminato non copre ma molto meno ad accompagnare l’ingresso di nuove leve nel mondo dell’occupazione stabile.

Tra le tendenze che all’opposto possono contribuire a ridurre la frammentazione:

  • l’incremento, per quanto graduale e incoraggiato dalle misure come Industria 4.0, di imprese che adottano tecnologie innovative che, combinate con nuove forme di organizzazione del processo produttivo, possono determinare spazi di crescita professionale dei dipendenti e ampliare così il perimetro di quella che abbiamo indicato come la prima classe operaia. Con l’avvertenza peraltro che sono proprio le professionalità operaie qualificate quelle dove, in coincidenza con la ripresa in corso, sta manifestandosi una carenza di offerta di lavoro rispetto alla domanda delle imprese che può in prospettiva rappresentare un vincolo al processo di ampliamento di questa parte della forza-lavoro;
  • la ripresa accelerata della presenza italiana sui mercati internazionali, con il significativo aumento delle esportazioni cui stiamo assistendo in questi mesi, che risente degli investimenti in innovazione effettuati negli ultimi anni e che rafforza le prospettive di sviluppo delle imprese che offrono maggiori occasioni di crescita professionale;
  • il recupero in sé dei livelli occupazionali, con il rientro in attività di quei lavoratori che sono stati espulsi nella fase più acuta dell’emergenza, in particolare in quei servizi alla persona che sono ancora in fase di ripresa parziale ma hanno buone prospettive di crescita a regime (ristorazione, alberghi, turismo, arte e intrattenimento); lo stesso settore dei trasporti, che probabilmente risentirà negativamente dei minori spostamenti per motivi di lavoro (spostamenti cosiddetti business), può trovare nuove opportunità nella ripresa di settori come turismo e arte e intrattenimento (spostamenti cosiddetti leisure);
  • il rientro al lavoro in presenza, che può aiutare le imprese a configurare a regime lo smart working come parte di nuove forme di organizzazione del lavoro – diverse da processo produttivo a processo produttivo - che combinino le due tipologie di attività lavorativa in modo da valorizzare le implicazioni positive di entrambe e neutralizzare i rischi di segmentazione ricordati sopra.

 

3.2 La politica

Come spesso accade, le tendenze all’opera sono di segno diverso e sta alla politica economica e sociale saper irrobustire le forze che spingono verso la riduzione della frammentazione e contenere gli effetti polarizzanti di quelle di segno opposto. Nella consapevolezza peraltro che i nuovi obiettivi che la politica stessa sta introducendo, a cominciare dalla transizione verde e da quella digitale, presentano anch’essi sia opportunità che rischi dal punto di vista che stiamo discutendo in questa nota: nuove possibilità di lavoro nelle produzioni green destinate a espandersi e perdite occupazionali nei settori che andranno declinando, nuova qualità del lavoro connessa al diffondersi delle tecnologie digitali e nuove possibili subalternità.

Le politiche necessarie a promuovere la ricucitura delle frammentazioni toccano ambiti diversi: dalla regolamentazione dei rapporti di lavoro alle politiche attive e passive del lavoro, dalle misure di politica industriale volte a incidere sulle dinamiche del sistema produttivo alle politiche di istruzione, formazione e promozione di servizi di welfare per le famiglie. Un ventaglio di temi ben più ampio di quanto è qui possibile trattare e in ogni caso ben più complesso delle competenze proprie dell’autore di questa nota.

Circoscriveremo perciò il campo a prime indicazioni riguardo ad alcuni degli interventi di politica industriale – e in parte di politica del lavoro - che possono contribuire a quella ricucitura, in quanto capaci di imprimere una più accentuata traiettoria di crescita qualitativa e quantitativa al sistema produttivo e alle occupazioni lavorative connesse[14]:

  1. gli incentivi volti a promuovere investimenti di innovazione tecnologica da parte delle imprese, come quelli di Industria 4.0 (ribattezzata nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza come Transizione 4.0); si tratta di incentivi di valore generale e automatico, i più efficaci, perché incidono rapidamente sul quadro di convenienze entro il quale le imprese fanno le loro scelte di investimento, e i più efficienti, perché tagliano in modo netto i tempi di implementazione saltando a pie’ pari qualsiasi intermediazione politico-burocratica;
  2. il Credito d’imposta per gli investimenti al Sud, anch’esso di valore generale e automatico, che sommandosi agli incentivi di Industria 4.0 spinge a intensificare gli investimenti privati nel Mezzogiorno contribuendo a colmare le lacune della struttura produttiva meridionale;
  3. l’utilizzo della partecipazione pubblica nel capitale d’impresa per promuovere, coinvolgendo e aggregando risorse finanziarie e imprenditoriali private, attività che siano strategiche per il forte contenuto di innovazione e le ricadute di sistema. Il tema riguarda sia le maggiori imprese industriali e le utilities partecipate dallo Stato sia l’orientamento da dare ai fondi di investimento promossi da imprese finanziarie a partecipazione pubblica, come quelli che fanno capo a Cassa Depositi e Prestiti. Fondi di questo tipo possono essere decisivi anche per sostenere la crescita dimensionale delle medie imprese italiane attraverso apporti di equity che ne sostengano la capitalizzazione: dovrebbe essere questo l’obiettivo chiave di fondi come il Fondo Italiano Investimenti e il Fondo Cresci al Sud per la crescita dimensionale delle PMI meridionali;
  4. politiche di promozione della cultura industriale e della gestione imprenditoriale nei servizi, a cominciare dai servizi pubblici locali nonché dai servizi privati come commercio e turismo; promozione di gestioni in forma cooperativa, o comunque associata, dei servizi alle famiglie e di quelli culturali;
  5. revisione del carico contributivo relativo tra contratti a tempo indeterminato e contratti a termine, in modo da ricondurre il ricorso a questi ultimi all’utilizzo fisiologico funzionale alle caratteristiche tecniche dei diversi processi produttivi;
  6. un sistema di ammortizzatori sociali che costituisca una vera rete di assicurazione generale per tutti i lavoratori, senza esclusione di settori e dimensioni aziendali, e che sia collegato all’attività di ricollocamento e di formazione e riqualificazione professionale lungo tutta la vita lavorativa delle persone[15].

Gli interventi di tipo a), b) e c) sono volti a irrobustire sul versante della dinamica innovativa, della densità imprenditoriale e della capacità di tenuta e resilienza, il tessuto produttivo del Paese. Significa favorirne l’evoluzione in modo da allargare processualmente il perimetro dei lavori a maggior contenuto cognitivo e di responsabilità, riassorbendovi il più possibile le mansioni meno qualificate. Le politiche di tipo d) puntano a un salto di qualità imprenditoriale e di organizzazione del lavoro nel mondo dei servizi, in modo da spingere verso forme di impresa più robuste e quindi maggiormente in grado di creare occupazione stabile e rapporti di lavoro strutturati. Un intervento del tipo e) ha implicazioni evidenti di modifica delle convenienze relative delle imprese a favore di un utilizzo più ampio di contratti di lavoro stabili e di un ricorso realmente fisiologico ai contratti a termine. Una riforma degli ammortizzatori sociali del tipo f) è essenziale per accompagnare i processi di riallocazione del lavoro connessi alla ripresa post-pandemica e alle transizioni verde e digitale, evitando il formarsi di nuove segmentazioni e curando la riqualificazione dei lavoratori in funzione dell’evoluzione della domanda di lavoro da parte delle imprese, così da rispondere anche alle carenze di figure lavorative che si stanno manifestando in questa fase di ripresa.

Come già detto, altri strumenti andranno attivati oltre quelli ora indicati, a cominciare da forme di regolazione delle modalità di lavoro più precarie o di quelle legate all’organizzazione su piattaforma che promuovano una gestione più trasparente di questi rapporti di lavoro e uno spazio adeguato di contrattazione delle condizioni lavorative. Ma su queste tematiche non resta che lasciare il campo a persone ben più attrezzate di chi scrive.

Infine, sia consentita una suggestione conclusiva. Abbiamo parlato fin qui di frammentazione, a volte di polarizzazione, del mondo del lavoro e di come cercare di promuoverne una ricucitura. L’esigenza di fondo non è solo quella, pur importante, di limitare e ridurre le disuguaglianze, ma è quella di favorire una graduale ricomposizione dei lavori individualmente erogati nel quadro di una loro connessione sociale. Poter vivere cioè la divisione del lavoro, componente essenziale della crescita produttiva come sappiamo dai tempi di Adam Smith, non come frammentazione e solitudine individuale ma come articolazione di lavori necessaria a una collettività democraticamente organizzata per promuovere il proprio sviluppo.

 

*** Questa Nota riprende, ampliandolo, l’intervento tenuto nell’ambito del seminario “Le parole del diritto. Lavoro (ed economia digitale)” organizzato il 27 ottobre scorso dalla Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera. L’autore desidera ringraziare tutti i componenti del panel per i loro commenti in quella sede, nonché Giampiero Castano e Marcello Messori che hanno letto una prima versione di questo lavoro fornendo preziosi suggerimenti. Naturalmente, ricade solo sull’autore la responsabilità di errori e imprecisioni che siano ancora presenti nel testo. 


  

[1] Cfr. D. Di Vico, Nel Paese dei disuguali. Noi, i cinesi e la giustizia sociale, Egea, Milano, 2017, pp. 31-37; A. Schizzerotto, Mutamenti di lungo periodo della struttura di classe e dei processi di mobilità in Italia, Quaderni di Sociologia, n. 62, 2013 e prima ancora A. Cobalti – A. Schizzerotto, La mobilità sociale in Italia, Il Mulino, Bologna, 1994.

[2] Cfr. F. Seghezzi, La nuova grande trasformazione. Lavoro e persona nella quarta rivoluzione industriale, ADAPT University Press, Bergamo, 2017.

[3] Su queste nuove forme di organizzazione del lavoro, cfr. M. Bentivogli – D. Pirone, Fabbrica futuro, Egea, Milano, 2019.

[4] D. Di Vico, Nel Paese dei disuguali…, cit., p. 36.

[5] Tiziano Treu parla al riguardo di “gestione algoritmica del lavoro”, sottolineando come stia trovando spazio anche nei luoghi di lavoro tradizionali. Cfr. T.Treu, La digitalizzazione del lavoro: proposte europee e piste di ricerca, mimeo, 2021.

[6] Cfr. per esempio M. Bavaro, Working poor, tra salari bassi e lavori intermittenti, laVoce.info, 30 settembre 2021.

[7] Cfr. A. Giunta – S. Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Bari, Laterza, 2017, cap.2.

[8] Cfr. le elaborazioni su dati Istat contenute in Centro Studi Confindustria, Quale economia italiana all’uscita dalla crisi?, Rapporto Autunno 2021.

[9] Centro Studi Confindustria, Quale economia …, cit., pp. 36-37.

[10] Stime dell’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano.

[11] Istat, Occupati e disoccupati, Flash, agosto 2021

[12] Centro Studi Confindustria, Quale economia …, cit., p. 37.

[13] E’ significativo il fatto che, come ci ricorda Tiziano Treu, “i giuslavoristi vedono con preoccupazione la prospettiva di un lavoro anywhere-anytime, perché lo priva di due dimensioni fondamentali non solo per la stabilità economica ma per la stessa vita personale e familiare”. T.Treu – A. Occhino, Diritto del lavoro. Una conversazione, Il Mulino, Bologna, 2021, p. 214.

[14] Sugli strumenti di una politica industriale market-oriented sia consentito il rinvio a C. De Vincenti, Una politica industriale per l’Italia post-pandemia, Friederich Ebert Stiftung, marzo 2021.

[15] Una proposta che va in questa direzione è contenuta in C. De Vincenti, T. Treu, G. Castano, M. Gaetani, A. Pandolfo, Gli ammortizzatori sociali nel post-coronavirus, Astrid Rassegna, n. 7, 2020.


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