Il processo civile ai tempi del coronavirus

Le norme per il processo civile nel d.l. n. 18/2020

Per affrontare la pandemia da coronavirus sono state adottate misure restrittive volte ad evitare i contatti sociali e a limitare la diffusione della malattia.

La vita civile del Paese si è di colpo trasformata e con essa anche l’esercizio della giurisdizione.

Con riferimento al processo civile, il legislatore è intervenuto in via d’urgenza, dapprima con il d.l. n. 11/2020, poi con il d.l. n.18/2020.

Le norme introdotte sono già state oggetto di alcune illustrazioni e riflessioni da parte di autorevole e attenta dottrina (v., tra i primi, Panzarola, A.-Farina, M., L’emergenza coronavirus ed il processo civile. Osservazioni a prima lettura, in Giustiziacivile.com, Editoriale del 18 marzo 2020).

Si coglie l’occasione per qualche breve e sporadica riflessione sulle nuove disposizioni.

 

Linee generali del d.l. n. 18/2020

Il co. 1 dell’art. 83 del decreto dispone il rinvio d’ufficio di tutte le udienze dei procedimenti civili a data successiva al 15 aprile 2020.

Il co. 2 dispone la sospensione del decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili dal 9 marzo al 15 aprile 2020.

Il co. 3 individua le eccezioni in cui non operano né il rinvio dell’udienza di cui al co. 1 né la sospensione dei termini di cui al co. 2, che definiremo cause e procedimenti indifferibili.

Nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 15 aprile, dunque, alcune udienze continueranno ad essere celebrate e alcuni termini continueranno a decorrere.

Con riferimento a queste attività non rinviate e non sospese, i capi degli uffici giudiziari, sempre nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 15 aprile, possono adottare una serie di misure volte a contemperare l’urgenza delle medesime attività con l’esigenza di impedire la diffusione del virus (co. 5, che rinvia alle misure indicate al co. 7, lettere a-f e h).

Le stesse misure precauzionali potranno poi essere adottate dai capi degli uffici giudiziari anche nel successivo periodo compreso tra il 16 aprile e il 30 giugno (co. 6). Con riferimento alle udienze che dovrebbero svolgersi in questo secondo lasso di tempo, i capi degli uffici giudiziari hanno anche il potere di disporne il rinvio a data successiva al 30 giugno, fatta eccezione tuttavia per le udienze relative alle cause indifferibili (co. 7, lett. g).

Con disposizione assai difficile da comprendere, «Per il periodo di efficacia dei provvedimenti di cui ai commi 5 e 6 che precludano la presentazione della domanda giudiziale, è sospesa la decorrenza dei termini di prescrizione e di decadenza dei diritti che possono essere esercitati esclusivamente mediante il compimento delle attività precluse dai provvedimenti medesimi».

Al co. 20 dell’art. 83 è prevista la sospensione dei termini di durata massima e i termini per lo svolgimento dei procedimenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie, ma a condizione che siano stati promossi entro il 9 marzo 2020 – scelta assai discutibile – e che siano anche condizione di procedibiltà della controversia.

Infine, per il solo processo esecutivo per rilascio di immobili è disposta la sospensione fino al 30 giugno, non solo dei termini, ma del processo medesimo.

 

La ratio delle disposizioni

Per la scrittura della disciplina il legislatore si è in parte ispirato ad altre disposizioni già presenti nell’ordinamento.

Per il rinvio delle udienze, si può richiamare l’art. 92 dell’ordinamento giudiziario relativo alla trattazione degli affari civili nel periodo feriale dei magistrati.

Per la sospensione dei termini, vi è analogia strutturale con la sospensione dei termini processuali nel periodo feriale di cui alla l. n. 742/1969.

Tuttavia, sono necessarie due considerazioni preliminari.

La prima: le nuove disposizioni non sono perfettamente coincidenti con quelle d’ispirazione.

La seconda: le nuove disposizioni hanno una propria e specifica ratio. Infatti, qui non si tratta di rendere inesigibili atti e altre attività da parte dei soggetti del processo in un determinato periodo al fine di concedere loro un periodo di riposo. Per quanto riguarda le udienze, la funzione è quella di evitare la compresenza di soggetti nello stesso luogo fisico, che è l’aula. Per quanto riguarda la sospensione dei termini, la funzione è quella di rinviare l’esigibilità del compimento di atti che si presume siano impediti o resi difficoltosi dalle restrizioni allo spostamento delle persone e dall’esigenza di contenimento del contagio.

Queste due precisazioni crediamo possano essere utili sia come metro di valutazione della congruità delle scelte del legislatore, sia come punto di riferimento per l’applicazione analogica.

 

Le eccezioni in cui non operano il rinvio e la sospensione

Le eccezioni in cui il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini non operano sono varie ed individuate in maniera ben più articolata rispetto alla disciplina della ferie giudiziarie (art. 92 ord. giud.).

Inoltre, come già nell’art. 92 ord. giud., il co. 3, lett. a), dell’art. 83 del decreto specifica ed elenca una serie di ipotesi tipiche in cui l’urgenza è presunta, ma contempla in chiusura una fattispecie atipica ossia «tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti». In tal caso, si precisa che la dichiarazione di urgenza è compiuta dal giudice con provvedimento non impugnabile.

Alcune scelte appaiono quantomeno discutibili.

Nella selezione delle ipotesi urgenti ex lege non rientrano tutti i procedimenti cautelari ma soltanto quelli «aventi ad oggetto la tutela di diritti fondamentali della persona». Poiché la tutela cautelare è intrinsecamente urgente, se ne deduce che non ogni ipotesi di urgenza giustifica l’indifferibilità, ma solo quella che raggiunge un particolare grado di intensità, in questo caso espressa dalla natura del diritto soggettivo oggetto della tutela. Ad ogni modo, per i procedimenti cautelari non rientranti nella fattispecie tipica, la trattazione urgente potrà essere disposta dal giudice ove il ritardo possa produrre grave pregiudizio alle parti (v. supra).

Il legislatore intende quindi limitare quanto più possibile lo svolgimento di udienze in questo periodo di emergenza, almeno con riferimento alla materia cautelare.

Tuttavia, tale disposizione si rivela incoerente, sotto diversi punti di vista, con l’indifferibilità riconosciuta ex lege ai «procedimenti di cui agli articoli 283, 351 e 373 c.p.c.», ossia con le istanze di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, della sentenza di appello e, indirettamente, di quelle impugnate con revocazione od opposizione di terzo (artt. 401 e 407 c.p.c.: v. Panzarola, A.-Farina, M., op. cit.).

Innanzitutto, va evidenziato che il testo della legge avrebbe potuto essere più preciso. Infatti, si richiamano gli artt. 283, 351 e 373 senza differenziazione tra i diversi binari su cui può essere instradato il procedimento inibitorio.

Ad esempio, l’istanza di sospensione della sentenza di primo grado può essere decisa a) alla prima udienza per il merito (art. 351, co. 1, c.p.c.), b) in un’apposita e anteriore udienza in camera di consiglio anteriore, su istanza di parte (art. 351, co. 2 e co. 3, primo periodo), e, in questo secondo caso, b1) se ricorrono motivi di urgenza, il giudice può disporre la sospensione con decreto prima ancora dell’apposita udienza, salvo provvedere alla conferma, modifica o revoca del decreto, con ordinanza, nell’udienza camerale (art. 351, co. 3, secondo periodo).

I presupposti della sospensione, espressivi anche del periculum insito nella provvisoria esecutività della sentenza, non variano a seconda dell’iter. Tuttavia, nell’ipotesi sub b), l’urgenza si manifesta in modo più incisivo attraverso l’istanza di anticipazione della decisione; nell’ipotesi b1) un’ulteriore e specifica urgenza rileva ai fini della provvisoria sospensione mediante decreto («giusti motivi d’urgenza»).

Di qui l’interrogativo: l’udienza è indifferibile in tutte le ipotesi, essendo sempre uguali i presupposti del provvedimento, oppure occorre distinguere in base all’iter?

Il tenore letterale della disposizione consentirebbe l’interpretazione ampia.

Tuttavia, analizzando i primi provvedimenti emessi e pubblicati dai capi degli uffici giudiziari, si sta imponendo un’interpretazione restrittiva che esclude l’ipotesi sub a). Pertanto, l’udienza di prima comparizione ex art. 350 c.p.c viene di solito rinviata anche se nella stessa dovrebbe decidersi l’istanza di sospensione ex art. 351, co. 1. Viceversa, si fanno rientrare nella deroga al rinvio le ipotesi sub b) e b1) (cfr. decreto 63/2020 del Presidente Vicario della Corto di Appello di Bologna).

Tuttavia, questa distinzione non potrà farsi là dove, come nell’art. 373, la fattispecie sub a) non si realizza a causa della scissione tra competenza per l’impugnazione (Corte di cassazione) e competenza per l’inibitoria (giudice che ha pronunciato la sentenza).

Compiute queste preliminari osservazioni, emerge un quadro piuttosto incoerente con la disciplina riservata ai procedimenti cautelari in generale.

Infatti, appare singolare che la semplice richiesta di anticipazione della decisione (ipotesi sub b), renda presuntivamente più urgente la trattazione di un’inibitoria ex art. 351 o art. 373 c.p.c. rispetto alla trattazione di un normale ricorso cautelare in materia diversa dai diritti fondamentali della persona.

A nostro parere, anche aderendo alla classificazione dell’inibitoria come procedimento cautelare o lato sensu cautelare, il ragionamento presuntivo avrebbe dovuto condurre alla parificazione delle ipotesi o, al più, alla adozione della regola contraria.

In primo luogo, l’inibitoria presunta come urgente non viene distinta per oggetto, sicché potrebbe riguardare sentenze di condanna del tutto estranee ai diritti non fondamentali della persona.

In secondo luogo, lo strumento inibitorio si presta più della domanda cautelare all’abuso: benché i suoi presupposti siano stringenti (gravi e fondati motivi; grave ed irreparabile danno), esso ha costi minori rispetto a un normale procedimento cautelare; non a caso, lo stesso legislatore ne scoraggia l’uso prevedendo in certi casi la condanna a una pena pecuniaria là dove l’istanza risulti inammissibile o manifestamente infondata (art. 283, co. 2, c.p.c.).

Inoltre, come si è fatto notare (Panzarola, A.-Farina, M., op. cit.) sono irragionevolmente rinviate udienze aventi ad oggetto istanze di sospensione urgenti tanto quanto quelle previste dagli artt. 283, 351 e 373 c.p.c., ossia quelle disciplinate dagli artt. 830, 649, 615 e 624 c.p.c.

Si segnala, sul tema, una diversa e critica opinione, secondo cui i procedimenti ex artt. 351 e 373 c.p.c. avrebbero dovuto essere rinviati in virtù del fatto che nello stesso periodo sono sospesi i processi esecutivi; si ritiene, pertanto, che sia «difficile immaginare situazioni di reale periculum in mora» (Di Marzio, M., I provvedimenti sulla giustizia civile nel decreto “Cura Italia”, in ilprocessocivile.it). L’osservazione, tuttavia, muove da un’equiparazione tra sospensione dei termini  e sospensione del processo esecutivo, equiparazione che sembra viceversa smentita dalla legge. Infatti, processo esecutivo espressamente sospeso è quello di rilascio sugli immobili, ai sensi dell’art. 103, ult. co., del decreto (su cui infra).

 

(segue) Le cause relative ad alimenti

Tra le cause non differibili sono contemplate non soltanto «le cause relative ad alimenti» ma anche quella relative «ad obbligazioni alimentari derivanti da rapporti di famiglia, di parentela, di matrimonio o di affinità».

La seconda locuzione non è casuale, secondo quanto emerge dalla Relazione illustrativa. Vi si legge, infatti, che si tratta di «locuzione ripresa dalle indicazioni eurounitarie e, in particolare, dal regolamento 4/2009/CE (art. 1), per non limitare la trattazione alle sole controversie alimentari stricto sensu il cui ambito può essere interpretato in modo più ristretto». In via interpretativa, vi è margine per includervi anche gli assegni di mantenimento e divorzili  (cfr. Bernasconi, S., Obbligazioni. Obbligazioni alimentari – dir. priv. int.). Sarebbero così superate la lettera dell’art. 92 ord. giud., che fa riferimento solo alle «cause civili relative ad alimenti», e la correlativa interpretazione restrittiva adottata  dalla Cassazione (cfr. Cass., 7.3.1990, n. 1800).

Sennonché, i capi degli uffici giudiziari, con riferimento all’organizzazione del lavoro dell’ufficio o della sezione, sembra che stiano offrendo un’interpretazione che si discosta dalle intenzioni del legislatore. È frequente l’indicazione secondo cui le cause alimentari vanno intese in senso stretto (cfr. art. 92 ord. giud.), con la conseguenza che le udienze presidenziali nei procedimenti di separazione e divorzio sono di regola rinviate, salvo che non ricorra l’ipotesi atipica di «pregiudizio per la ritardata trattazione» («...ove il giudice debba dare i provvedimenti provvisori relativi all’assegno e all’affidamento dei minori, oppure nei procedimenti riguardanti le coppie di fatto con figli e risulti che uno dei due coniugi o genitori non abbia alcuna fonte di sostentamento per sé e per la prole e dal ritardo della trattazione, e quindi dal differimento della pronuncia del provvedimento, possa in concreto derivare un grave pregiudizio a una delle parti o ai minori»: così il provvedimento 18.3.2020 del Presidente della I Sezione del Tribunale di Roma; cfr. anche decreto 32/2020 del Presidente del Tribunale di Firenze).

Non è molto utile disquisire della scelta effettuata dai singoli capi degli uffici, di cui non si può che prendere atto. Ciò però non basta per superare la questione interpretativa ogni volta che questa rilevi ai fini della tempestività di un atto di parte. Ad esempio, nel periodo che va dal 9 marzo al 15 aprile il termine per proporre impugnazione avverso una sentenza che ha ad oggetto un assegno divorzile è sospeso oppure no?

Da questo interrogativo si può poi trarre spunto per un’altra riflessione.

Tra le deroghe alla sospensione e al rinvio vi sono alcune cause che sono individuate in base all’oggetto, ma in cui la fattispecie si perfeziona solo ove ricorra anche un elemento ulteriore e concreto. Ci riferiamo ai «procedimenti per l’adozione di provvedimenti in materia di tutela, di amministrazione di sostegno, di interdizione, di inabilitazione» per i quali i co. 1 e 2 non si applicano «nei soli casi in cui viene dedotta una motivata situazione di indifferibilità incompatibile anche con l’adozione di provvedimenti provvisori e sempre che l’esame diretto della persona del beneficiario, dell’interdicendo e dell’inabilitando non risulti incompatibile con le sue condizioni di età e salute». La disposizione ha una sua giustificazione con riferimento alle udienze e all’attività dell’ufficio, ma rischia di rivelarsi incongrua e problematica con riferimento al decorso dei termini perentori  per le parti.

 

La sospensione dei termini per l’adozione dei provvedimenti giudiziari

Ai sensi del co. 2 dell’art. 83 sono sospesi anche i termini stabiliti per «l’adozione dei provvedimenti giudiziari e per il deposito della loro motivazione».

Vale la pena di domandarsi se non fosse preferibile la soluzione contraria.

Infatti, la sospensione e il rinvio sono giustificate dall’esigenza di evitare contatti sociali tra le persone e hanno quindi un fondamento diverso dalle ferie giudiziarie e dalla sospensione feriale dei termini. Sono così sospesi i termini per il compimento di atti di parte, perché di regola presuppongono la previa consultazione tra avvocato e cliente. Alla stessa maniera sono rinviate le udienze, dal momento che il loro svolgimento richiede la compresenza fisica del magistrato e degli avvocati, nonché di altri soggetti.

L’adozione dei provvedimenti, specie di quelli conclusivi, avrebbe potuto quindi essere accelerata anziché sospesa in questo lasso di tempo, anche in considerazione di una limitata attività di udienza dell’ufficio.

Non a caso, questa diversa prospettiva era sicuramente quella preferibile in virtù del d.l. n. 11/2020, che nulla specificava al riguardo (cfr. direttiva n. 34/2020 del Presidente del Tribunale di Ascoli Piceno del 16.3.2020). E analoga riflessione avrebbe potuto essere compiuta anche per alcuni atti di parte come le comparse conclusionali e le memorie di replica.

È comunque probabile, e anche auspicabile, che l’espletamento dell’attività decisoria venga intensificata in questo periodo per libera iniziativa dei magistrati.

 

La sospensione dei termini sotto il profilo dinamico

Come visto, il co. 2 dell’art. 83 regola la sospensione dei termini.

In via generale la disposizione fa riferimento ai termini per il «compimento di atti».

A nostro avviso, sarebbe stato preferibile mutuare la formula dall’art. 1 l. n. 742/1969, a mente della quale «Il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie ed a quelle amministrative è sospeso di diritto dal 1º al 31 agosto di ciascun anno, e riprende a decorrere dalla fine del periodo di sospensione».

Venendo alle questioni problematiche, in primo luogo, riteniamo che la sospensione dei termini “in avanti” operi indifferentemente sia che la scadenza dello stesso ricada nel periodo di sospensione sia che ricada dopo di esso, a condizione comunque che il dies a quo sia collocato prima o durante il medesimo periodo.

In secondo luogo, la sospensione dovrebbe operare anche nell’ipotesi – ricorrente nella pratica – in cui il termine sia stato concesso dal giudice “a giorno fisso” anziché ad ore a giorni a mesi o ad anni (cfr. art. 155 c.p.c.). E ciò in virtù del fatto che questo metodo di fissazione del termine può essere inteso come individuazione esatta di un termine implicitamente concesso a giorni. Pertanto, i giorni concessi dal giudice dovranno comunque essere garantiti, perché il giudice, al momento della concessione, non ha tenuto conto della successiva e imprevedibile sospensione. Va detto, tuttavia, che, se il termine è molto ampio (si immagini, in ipotesi, un termine fissato al 10 novembre 2020), la sospensione potrebbe avere conseguenze irragionevoli in concreto, specie ove ad essa consegua anche la necessità di differire l’udienza già fissata in data immediatamente successiva alla scadenza del termine. In questi casi è auspicabile che le parti rinuncino alla sospensione.

In terzo luogo – nonostante la diversa formula rispetto all’art. 1 l. n. 742/1969 dia adito a qualche dubbio – la sospensione dovrebbe operare anche per i termini dilatori, tra cui tipicamente i termini per comparire ex art. 163 bis c.p.c. (cfr. Cass., 3.6.1999, n. 5435, in materia di sospensione feriale). Se per effetto della nuova sospensione i termini per comparire non fossero rispettati, il giudice dovrebbe quindi provvedere ex art. 164, co. 3, c.p.c.

L’art. 83, co. 2, del decreto in esame disciplina in maniera specifica anche il termine “a ritroso” disponendo che quando questo «ricade in tutto o in parte nel periodo di sospensione, è differita l’udienza o l’attività da cui decorre il termine in modo da consentirne il rispetto».

Il testo richiede alcune precisazioni e pone alcuni interrogativi.

Innanzitutto, per come scritta, la disposizione sembrerebbe applicabile anche quando il dies a quo per il computo si collochi nel periodo di sospensione (o dopo di esso) e il termine ad quem sia addirittura anteriore al 9 marzo. Tuttavia, in questo caso la sua applicazione sarebbe irragionevole, perché il differimento del dies a quo (ad esempio l’udienza) determinerebbe di fatto un’ingiustificata rimessione in termini per la parte che, al 9 marzo 2020, era già decaduta dal compimento dell’atto.

Viceversa, è escluso dalla sospensione il termine che inizia a decorrere e scade fuori dal periodo 9 marzo-15 aprile, con la conseguenza che l’udienza o l’attività ad esso connessa resterebbe ferma. Sennonché, il differimento rientra dalla finestra qualora, pur non operando sul termine a ritroso, la sospensione agisca sui termini a comparire, imponendo comunque il rinvio dell’udienza.

Crea invece qualche grattacapo il termine – frequente nella pratica – fissato a ritroso dal giudice e che, a stretto rigore, non rientrerebbe nella sospensione. Infatti, immaginando che il giudice, con provvedimento del 6 marzo 2020, abbia fissato la successiva udienza per il 30 aprile 2020 con termine per le parti fino a 10 giorni prima dell’udienza per il compimento di un determinato atto, la sospensione non dovrebbe operare, ma si intuisce facilmente la compressione del diritto di difesa per la parte gravata dal termine. In queste ipotesi, in cui il termine a difesa viene a sovrapporsi in larga parte con il periodo 9 marzo-15 aprile, ricadendo tuttavia nel secondo periodo (15 aprile-30 giugno), il rimedio utile sarebbe il rinvio dell’udienza ai sensi dell’art. 83, co. 7, lett. g), sempre che ciò corrisponda a un interesse concreto della parte potenzialmente pregiudicata.

Infine, il decreto dispone che «Ove il decorso del termine abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito alla fine di detto periodo». Qui la somiglianza con l’art. 1, co. 1, secondo periodo, l. n. 742/1969 è più marcata e ciò consente il recupero degli insegnamenti espressi dalla Cassazione con riferimento alla sospensione feriale, tra cui il principio secondo cui «il primo giorno utile successivo alla sospensione feriale va computato nel novero dei giorni concessi dal termine, di cui tale giorno non costituisce l’inizio del decorso ma la semplice prosecuzione, a nulla rilevando che si tratti di giorno festivo» (cfr. anche Sicchiero, G., Decreto Cura Italia: le disposizioni in tema di giustizia civile, in Quotidiano Giuridico, 19 marzo 2020).

 

Le udienze: “da remoto” o “mediante lo scambio e il deposito di note scritte”

Una piccola notazione sulle modalità di svolgimento delle udienze indifferibili, nel primo periodo, e di tutte le udienze, nel secondo periodo.

I capi degli uffici giudiziari possono disporre che le udienze si svolgano mediante collegamenti da remoto, quando non richiedano la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti (co. 7, lett. f). In questa eventualità, i problemi più rilevanti saranno quelli di ordine pratico, ossia il materiale funzionamento e accesso ai sistemi tecnologici individuati per lo svolgimento dell’udienza a distanza.

Interrogativi di ordine (anche) giuridico sembrano invece emergere dall’altra modalità alternativa di svolgimento dell’udienza. L’art. 83, co. 7, lett. h), consente al capo dell’ufficio di disporre lo svolgimento dell’udienza mediante «lo scambio e il deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni», quando la stessa non richieda la presenza di soggetti diversi dai difensori.

Infatti, al di là del linguaggio usato dalla legge, questo scambio/deposito non rappresenta una diversa modalità di svolgimento dell’udienza. Manca del tutto la direzione del giudice idonea a dare ordine e proficuità alla discussione in contraddittorio (cfr. art. 127 c.p.c.); non è concessa alle parti nessuna facoltà di chiarimento delle proprie argomentazioni e di contestazione di quelle avversarie.

Pur nelle attuali contingenze, è innegabile che questa modalità riduca fortemente il contraddittorio. Pertanto, occorre fare affidamento sulla lealtà e probità delle parti e sulla disposizione, da parte del giudice, di un supplemento di contraddittorio, anche per iscritto, ogni volta che ciò risulti necessario per garantire il pieno dispiegamento del diritto di difesa.

 

La sospensione dell’esecuzione per il rilascio di immobili

Ai sensi dell’art. 103, ult. co., d.l. n. 18/2020 «L’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo, è sospesa fino al 30 giugno 2020».

La sospensione opera qui eccezionalmente sul processo nel suo complesso, oltre che sui termini pendenti.

Il primo interrogativo concerne l’uso del termine «provvedimenti». Poiché l’esecuzione per consegna può fondarsi anche su titoli diversi dai “provvedimenti” (art. 474, co. 3, c.p.c.), la disposizione sembrerebbe consentire, ad esempio, un’esecuzione il cui titolo sia costituito da atto pubblico. Ma la soluzione sarebbe irragionevole sotto il profilo dell’uguaglianza (art. 3 Cost.).

Inoltre, ci si potrebbe interrogare se sia sospesa solo l’esecuzione pendente, e dunque consentita la notificazione del cd. preavviso di rilascio ex art. 608 c.p.c. (con fissazione della data delle operazioni non prima del 10 luglio 2020), oppure se la sospensione impedisca anche la notificazione del preavviso fino al 30 giugno. Il mancato riferimento alla sospensione del titolo farebbe optare per la prima soluzione. Tuttavia, non si può escludere la soluzione contraria. Infatti, la distinzione tra sospensione del titolo e sospensione del processo ha sicura pregnanza con riferimento a provvedimenti inibitori che producono effetti, rispettivamente, su uno specifico titolo o su una specifica esecuzione. Invece, la disposizione in esame ha carattere generale ed è subito efficace, sicché potrebbe apparire incongruo ritenere che in un periodo di sospensione generalizzata delle esecuzioni per rilascio di immobili possa compiersi un atto, seppur solo il primo, di quelle medesime esecuzioni.

 

Fabio Cossignani


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