23 giugno 2022

Madame Accidia

I vizi capitali

 

«Vogliamo schiacciare un pisolino?» suggerisce lei, alla fine di una giornata trascorsa senza mai alzarsi dal letto. «Noi siamo le uniche persone», ribatte lui, «che invece di schiacciarlo, ’sto pisolino, stiamo a rimané schiacciati da ’sto pisolone gigante». Sono battute di un corto a due voci scritto e interpretato da Antonio Rezza nel 1993, intitolato L’orrore di vivere (sinossi: «Assonnati in un mondo dalle potenzialità fantastiche, due sedentari si lasciano vivere fino a morire»). Un testo che presenta in modo grottesco alcuni dei tratti caratteristici del più sfuggente tra i vizi, solo in apparenza il più innocuo: l’accidia.

C’è, anzitutto, la pigrizia, che induce a dormire più del necessario, o a restarsene comunque inattivi, sprecando un tempo che andrebbe invece messo a frutto. Nella tradizione iconografica, l’accidia è in effetti spesso personificata nella figura di un (o una) dormiente: ad esempio nella tavola dei Sette peccati capitali (sec. XVI in.) attribuita a Hieronymus Bosch, oggi al Prado di Madrid, nella quale vediamo un uomo che trascura i propri doveri sonnecchiando in poltrona davanti al camino di casa.

Quando l’accidia fa il suo ingresso sulla scena europea, all’inizio del Medioevo, il sonno fuori orario ne costituisce già la manifestazione più tangibile. L’origine greca della parola (ἀκηδία ‘negligenza, trascuratezza’, da κῆδος ‘cura’ con ἀ- privativo) ci indica che questo vizio proviene da Oriente: è infatti il peccato più diffuso tra i monaci anacoreti del deserto, per i quali, nella solitudine dei loro eremi, era forte il pericolo di cadere in tentazione, ovvero di abbandonarsi al sonno in quelle ore – magari antelucane – che andavano invece dedicate interamente alla preghiera.

Sviluppandosi tuttavia il monachesimo occidentale in senso cenobitico, cioè comunitario, l’accidia perde terreno. La resistenza al sonno a questo punto non è più solo un fatto di autodisciplina: nel monastero si è continuamente sotto gli occhi degli altri religiosi e c’è sempre un monaco preposto alla sveglia dei confratelli. La giornata è scandita con regolarità, la preghiera si alterna al lavoro e le occasioni per abbandonarsi alla pigrizia sono sempre meno. Al punto che nel VI secolo papa Gregorio Magno decide che l’accidia va tolta dal novero dei vizi capitali, per essere rimpiazzata dall’invidia (che originariamente non era in lista).

Dopo il Mille, tuttavia, le cose cambiano. Nella nuova Europa delle città, in grande crescita dopo i secoli bui, tutti devono contribuire al bene comune. L’accidia torna così a essere percepita come una grave insidia: e non tanto per l’anima del singolo, quanto per il benessere della società. Da peccatore contro Dio, insomma, l’accidioso diventa un reo nei confronti della comunità: ed è proprio questo il presupposto etico della rappresentazione degli accidiosi nella Commedia di Dante.

 

Tristi fummo

Nell’Inferno dantesco gli accidiosi ci sono, ma non si vedono. Unico indizio della loro presenza sul fondo dello Stige, nel canto VII, sono i sospiri, che vengono a galla muovendo la superficie limacciosa della palude. E mentre per i suicidi del canto XIII, incarcerati nei rami di un fitto roveto e perciò similmente celati agli occhi di Dante, si può pensare che l’occultamento rifletta il tabù che copriva un atto tanto terribile da non poter essere neppure nominato (da qui anche la generale reticenza delle fonti), per gli accidiosi la copertura potrebbe invece simboleggiare l’invisibilità sociale di quelli che, pur senza darsi la morte, rinunciavano comunque alla vita. Ciò che in una prospettiva etica aristotelica – ovvero nell’Italia dei comuni – ugualmente significava sottrarsi colpevolmente alla crescita della città.

Per nulla incisivi in vita, gli accidiosi non lo sono neppure nell’aldilà, condannati all’oblio dei contemporanei e tutto sommato anche a quello dei lettori d’oggi, i quali perlopiù tendono a dimenticare questi dannati subacquei di cui Dante parla solo per pochi versi. Anche perché, così coperti, non può riconoscerne e nominarne nessuno in particolare. Virgilio ci riporta in compenso la loro voce corale, che per qualche ragione riesce a sentire, o forse semplicemente immagina: «Tristi fummo | nell’aere dolce che dal sol s’allegra, | portando dentro accidïoso fummo; | or ci attristiàn nela belletta negra», cioè nella melma.

Il coro degli accidiosi insiste su un altro tratto determinante per la definizione del vizio, oltre a quello della pigrizia. Come è ben evidente nel corto di Rezza, quella dell’accidioso non è una sonnolenza pacifica, ma si mescola generalmente con un senso di profonda inquietudine, tristezza opprimente, noia della vita, melancolia. La varietà di sfaccettature è rilevata dal più antico commento fiorentino alla Commedia, opera di un contemporaneo di Dante, che sintetizzando la Summa vitiorum del frate domenicano francese Guillaume Peyraut passa in rassegna ben sedici diverse specie di accidia, e cioè «tepiditade, molleza, sonolenza, otiositade, tardanza, indugio, negligenza, imperfezzione overo non perseveranza, trascuranza, disolutione, dissolicitudine, pigritia, non divotione, tristitia, fastidio di vita e disperatione». Proprio queste ultime varietà, le più gravi, sono quelle che hanno colpito le anime del V cerchio; e sono anche quelle su cui si erano concentrati i teologi del XII e XIII secolo: per Ugo di San Vittore e Pier Lombardo accidia è infatti sinonimo di tristezza; mentre per Tommaso d’Aquino è un’amarezza spirituale che può portare alla paralisi interiore.

Flemma, lentezza, mancanza di sollecitudine sono invece specie più veniali, che richiedono tuttavia un’opportuna penitenza: da assolversi – secondo Dante – sulla cornice IV del purgatorio, dove gli accidiosi scontano la “mollezza” e la “tardanza” che ebbero in vita correndo per contrappasso senza mai potersi fermare. Ancorché meno nefasta rispetto alla tristezza, anche la lentezza è vista come tratto non secondario dell’accidia: tanto che dal XII secolo questo vizio è chiamato in inglese sloth, un nome derivato dall’aggettivo slow ‘lento’, condiviso dall’inizio del Seicento anche con il più flemmatico degli animali, il bradipo.

 

Non si risenta la gente per bene / se non mi adatto a portar le catene

Come nella società comunale dei tempi di Dante, anche nell’industre secolo XIX l’inoperosità e la mancanza d’iniziativa non sembrano concepibili se non come colpa da stigmatizzare o – per altro verso – misteriosa e irredimibile bizzarria. L’accidioso Il’ja Il’ič Oblomov, protagonista del romanzo capolavoro di Ivan Gončarov (1859), è in questo senso un perfetto antieroe del suo tempo. Nella sua casa di Pietroburgo trascorre la vita in posizione orizzontale, passando dal letto al divano e dal divano al letto: «stare sdraiato», per lui, «non era né una necessità, come per un malato o per una persona che voglia dormire, né un caso, come per chi sia stanco, né un piacere, come per un fannullone: era la sua condizione normale». Talvolta è preso dalla malinconia: «ma raramente questa inquietudine si coagulava nella forma di un’idea precisa, ancor più raramente si trasformava in proposito. L’inquietudine, tutta intera, si risolveva in un sospiro, e finiva nell’apatia o nel sonno».

Ultimo erede di una famiglia dell’aristocrazia terriera di cui sta mandando in rovina la proprietà, Oblomov rappresenta un’intera classe sociale che attende con rassegnazione il compiersi di un destino di cui è già in qualche modo presaga. Nel nuovo secolo, mentre in Russia la nobiltà è travolta dagli eventi, nell’Europa centrale e negli Stati Uniti d’America prosegue invece l’ascesa inarrestabile della borghesia, che non ammette lentezze. Ma la fiducia positivistica nel progresso è nel frattempo venuta meno: oggetto tra le due guerre della satira inquieta di Bertolt Brecht, l’operosità borghese non è più partecipazione al bene comune, ma egoistica ricerca di profitto privato. Die sieben Todsünden der Kleinbürger (I sette vizi capitali dei piccoli borghesi) è un balletto con musica di Kurt Weill e cantate scritte da Brecht durante l’esilio parigino (1933). La vicenda è questa: due sorelle (che sono in realtà una persona sola, Anna, ma con due diverse personalità: una operosa, l’altra contemplativa) vogliono procurarsi il denaro per tornare in Louisiana e costruire una casa per la famiglia. All’accidia è dedicato il primo quadro: perché – recita il refrain – «l’accidia è il principio di tutti i vizi». Invece di lavorare, vale a dire aiutare Anna I in vari tentativi di truffa ai danni di alcuni malcapitati, Anna II dorme su una panca: «è sempre stata un po’ stravagante e indolente», canta il coro della famiglia, «e se non la si buttava giù dal letto | alla mattina non si alzava mai».

Quello che in ottica borghese è un vizio capitale finisce così per diventare un valore in prospettiva antiborghese. Anticipando di qualche anno il ’68 e la contestazione, Fabrizio De André e Paolo Villaggio con Il fannullone (1963) compongono un inno alla pigrizia che è al tempo stesso una critica alle loro famiglie e alla società del profitto in cui, come il personaggio della canzone, non si riconoscono e non vogliono prendere posto. Dormendo al giorno quattordici ore («senza pretesa di voler strafare»), il fannullone sa di rappresentare uno scandalo sociale: ma la sua è una scelta di libertà («Non si risenta la gente per bene | se non mi adatto a portar le catene»). Per quanto l’uscita dal recinto sociale comporti per lui delle rinunce (anche, come già per Oblomov, all’amore), nelle sue parole non c’è traccia di malinconia né d’inquietudine. Non è quindi un accidioso, ma semplicemente un uomo libero dalle convenzioni.

 

Bibliografia di riferimento

F. De André, P. Villaggio, Il fannullone /Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, Karim, KN 177, 1963.

B. Brecht, Die sieben Todsünden der Kleinbürger. I sette vizi capitali dei piccoli borghesi, in Poesie 1918-1933, traduzioni di E. Castellani e R. Fertonani, Torino, Einaudi 1968, pp. 479-519.

C. Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel Medioevo, Torino, Einaudi, 2000.

F. Mastrella, A. Rezza, L'orrore di vivere, in Clamori al vento. L'arte, la vita, i miracoli, Milano, Il Saggiatore, 2004, p. 380.

I. A. Gončarov, Oblomov, a cura di Paolo Nori, Milano, Feltrinelli, 2012.

Ottimo Commento alla ‘Commedia’, a cura di G. B. Boccardo, M. Corrado, V. Celotto, 3 voll., Roma, Salerno Editrice, 2018.

Dante Alighieri, Commedia, a cura di Giorgio Inglese, 3 voll., Firenze, Le Lettere, 2021.

 

Il ciclo I vizi capitali è ideato e curato da Maria Antonietta Epifani. Di seguito, gli interventi già pubblicati.

 

Maria Antonietta Epifani, Introduzione

Trifone Gargano, «errar per malo obietto». I vizi capitali nella Commedia dantesca

Annibale Gagliani, Superbia. Il rap come “lama” linguistica

Vincenzo Bianco, Ira. Di quella p…ira

Lucia Schiralli, Cantami o Invidia

 

Immagine: I contadini "pigri" dormono invece di lavorare: questi rappresentano la pigrizia e sono riportati nella parabola del grano e della zizzania, 1624

 

Crediti immagine: Abraham Bloemaert, Public domain, via Wikimedia Commons

 

 


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