13 luglio 2022

Declinazioni dell’avaro da Euclione a Paperone

I vizi capitali

 

La domanda ingorda

Tra i vizi della tradizione occidentale, l'avarizia è forse quello di più complessa rappresentazione, da un lato perché è di fatto l'unico che non offre neanche un attimo di seppur effimero o illusorio piacere, dall'altro perché le conseguenze di un comportamento avaro si riverberano all’esterno, ben oltre il singolo e i suoi familiari e spesso molto più a larga scala di quanto s’immagini.

Se l'avarizia mette un freno decisivo al processo di crescita dell’individuo, l’azione, o meglio l’inazione dell’avaro, che consiste nell’accumulo compulsivo di ricchezze e nel loro occultamento, quell’orrenda fame di oro (Auri sacra fames, Virgilio) che a tutto costringe è un danno difficilmente misurabile: una «peste», secondo Livio, che, insieme alla lussuria, stravolge e rovescia grandi imperi (Duae pestes, avaritia et luxuria, magna imperia evertere); una schiavitù a parere di Vico (Avari non domini, sed mancipia sunt); l’esito non della carestia ma del benessere, secondo Montaigne (De vrai, ce n’est pas la disette, c’est putot l’abondance qui produict l’avarice). Come dimenticare l’insano desiderio di Re Mida che chiede a Dioniso, il Bacco dei Latini, il dono di trasformare in oro tutto ciò che tocca, ma si accorge subito che non può più neanche nutrirsi?

Il confine tra avarizia e avidità è assai labile, come si accorsero gli antichi, e spesso i due peccati capitali della tradizione cristiana, invidia e avarizia, si sovrappongono e si fondono. Nel celebre album di Fabrizio De André del 1971 Non al denaro, non all’amore né al cielo, ricavato dalle poesie di Spoon river di Edgar Lee Masters, la ricerca del possesso, materiale e/o morale, è la chiave per comprendere di converso la libertà cantata dal suonatore Jones, che suggella nell’assenza di rimpianti la morte dolce del povero, di contro a quella rabbiosa dell’avaro (https://www.youtube.com/watch?v=dqoM2V7dyTE).

Già nel Medioevo, nella Cappella degli Scrovegni, Giotto, di fronte alla Carità, sintetizza nell’immagine dell’Invidia anche l’Avarizia, raffigurando una donna dalla cui bocca esce un serpente, con una mano atteggiata ad arpione per afferrare ciò che non è suo, che stringe nell’altra il sacco dell’avarizia ed è poggiata sulle fiamme dell'inferno perché brucia in vita per le cose altrui (https://it.wikipedia.org/wiki/Invidia_%28Giotto%29). Oltre al trasparente Pantalone, maschera dell’avaro nella Commedia dell’arte, i due nomi che la tradizione letteraria ci tramanda per gli avari, Euclione e Arpagone, hanno infatti nel loro DNA etimologico lo specchio dell’immagine giottesca: Euclione è colui che chiude e rinserra; Arpagone è colui che ha l’arpione, lo strumento per afferrare.

È proprio la cupidigia di ricchezze la belva immonda, «di tutte brame […] carca ne la sua magrezza» (If. I, 49-51), che ostacola Dante e lo sospinge all’indietro, nella selva oscura. La lupa famelica e mai sazia, che fa vivere «grame» molte genti, corrompe le società soprattutto quando quegli individui che dovrebbero saggiamente guidare i popoli li governano invece con avarizia. Ma sono anche i singoli a lasciarsi corrompere, e soprattutto nell’universo borghese, come denuncia Bertold Brecht, che condanna l’uomo dimidiato tra l’Essere e l’Avere. Il balletto con canto, musicato da Kurt Weill nel 1933, I sette peccati capitali dei piccolo borghesi, critica la mercificazione dell’individuo «nella rapina e nell’inganno» dell’avara società capitalistica attraverso Anna, la protagonista, che in scena interviene sdoppiata con il canto e con la danza (https://www.vitomolinari.it/eventi/81/i_7_peccati_capitali_dei_piccolo_borghesi.html, da 26.13).

Un serpente che si morde la coda, insomma: la società corrotta segna la sconfitta del singolo e l’avarizia dell’individuo porta con sé la rovina della società, giacché manca, come intuì Vico, l’inter-esse, la reciprocità.

Per salvarsi dunque ci vuole la grazia della Carità, il prodigio dell’Amore: la lupa ha fermato il cammino di Dante ed è necessario l’intervento di Virgilio, inviato da Beatrice a salvare l’amico della giovinezza perduta. Ancora più esplicita è l’azione divina nel celebre racconto di Charles Dickens Canto di Natale per uscire dal buio del delitto più scellerato e nefando (Avaro autem nihil est scelestius, dice l’Ecclesiastico X sul versante religioso; Avaritiae nihil nefas est, sostiene Curzio Rufo dal mondo classico). Il volo nello spazio-tempo che i tre Spiriti fanno fare all’avido e vecchio Ebenezer Scrooge dimostra che solo con un salto all’indietro, al tempo della speranza amorosa dell’età giovanile, ci si salva dall’orrido spettro della belva famelica del presente e soprattutto dal deserto della follia dell’inferno futuro. E nel fantasma del defunto socio Marley, che lo esorta a ravvedersi prima che sia troppo tardi, si riconosce la richiesta del ricco Epulone perché Abramo mandi di nuovo Lazzaro sulla terra ad ammonire i suoi familiari.

La conversione di Scrooge è il miracolo della generosità contro la cupidigia: è l’universo del Bene cui indirizzare le nuove generazioni nella funzione didascalica della rappresentazione artistica, dove musica e letteratura spesso s’incontrano: sempreverde è il personaggio nella riproposizione disneyana del Canto di Natale di Topolino (1983) con musiche originali di Irwin Kostal (https://www.dailymotion.com/video/x3k51hc) o nel teatro musicale educativo di Mario Restagno (Scrooge, Canto di Natale 2012 https://www.youtube.com/watch?v=01PxW1PrLi8).

 

Dalla pentola al deposito

Molta fortuna ebbero gli avari nella tradizione del teatro musicale europeo tra Sette e Ottocento. Da Venezia a Napoli, da Parigi a Vienna, da Dresda a Praga fiorirono opere comiche e buffe, intermezzi, commedie per musica, drammi giocosi: un Avaro deluso (Dresda 1776) è quello di Giovanni Paisiello, mentre sotto la dizione L’Avaro vanno libretti e opere originali, d’ispirazione classicheggiante, musicati da Giuseppe Sarti (Venezia 1777), Giovanni Simone Meyr (ivi 1799), Valentino Fioravanti (Napoli 1800), Giacomo Cordella (Napoli 1814), Haydn (Parigi 1802), Francesco Bianchi (ivi 1804) fino a un tardo Edmond Malherbe (ivi 1907). I libretti riprendono variamente le vicende inaugurate dal teatro plautino e riproposte prima da Molière (1668) e poi da Goldoni (1756 e poi l’Avaro fastoso nel 1776), per citare i maggiori, che si basano sugli equivoci che portano al lieto fine una coppia di fidanzati – e spesso uno di loro è il figlio o la figlia – alle prese con un vecchio avaro.

E qui si innesta il topos di un oggetto esterno che accompagna la rappresentazione del vizio: il vecchio avaro, vanaglorioso, magro e rinsecchito, è infatti destinato a vivere incollato a una cosa, che spesso ha sepolta, incattivito dal sospetto che tutti, persino il proprio figlio, vogliano derubarlo. L’oggetto traslato del vizio, una pentola, una cassetta, uno scrigno, si può moltiplicare, uno o più forzieri – sono sei nel Cavaliere avaro di Rachmaninov – e si può accrescere fino a diventare l’enorme deposito di Paperon de’ Paperoni (Scrooge Mc Duck) che svetta solitario sull’acropoli della Paperopoli disneyana.

Se Plauto fa scuola per il contrasto vecchi / giovani, è dunque soprattutto la sua pentola d'oro sepolta, perduta e poi ritrovata da Euclione che gli assicura una lunga discendenza.  Io son la Pastorella e questo è il mio pastor (https://www.youtube.com/watch?v=AINcJnIYjAY) canta rivolto allo scrigno il Sordidone pazzo avaro del Re dei matti di Goldoni messo in musica da Baldassarre Galuppi nel 1750 per il Carnevale di Venezia. Sempre lui, mentre lo seppellisce, intona un ritornello di estrema pregnanza: Terra Terra Madre Terra /Prendi prendi Serra serra / il mio scrigno ed il mio core (http://www.carlogoldoni.it/testi/ARCIFANF|I-V50) che semplifica l’antica idea oraziana per cui l’avaro veglia i suoi sacchi contemplandoli come una reliquia (Sat. I, 1, 70-72).

Euclione ha una fortuna inarrestabile nella tradizione occidentale per la travolgente forza comica che viene riproposta, mutatis mutandis, da Molière: il duetto con il personaggio ritenuto colpevole del furto, Strobilo nell’antico, Freccia nel moderno con la celebre battuta sulla «terza mano» e il monologo lamentevole per la miseria che deriva dalla perdita della pentola/cassetta, riproposto nella tradizione letteraria o in chiave comica o tragica, delineano per le generazioni a venire la psicologia dell’avaro.

Perii interii occidi. Quo curram? quo non curram? tene, tene. Quem? Quis? / Nescio, nil video, caecus eo atque equidem quo eam aut ubi sim aut qui sim…

 

[Sono morto, sono sepolto, sono distrutto. Dove correre? Dove non correre? Acchiappalo, acchiappalo! Ma chi? E chi c’è a pigliarlo? Non lo so, non vedo più niente, cammino come un cieco, non riesco più a capire dove vado, dove sono, chi sono…]

 

Chi serba, serba al gatto

Il vecchio avaro è destinato a morire solo e disperato perché deve lasciare il suo oro. Non sarà che la rappresentazione topica, con tanto di seppellimenti, nasconda la paura della morte tout court che si traduce, negli antichi riti, in sepolture ricchissime di oggetti fino alle piramidi faraoniche? Morire nella disperazione di lasciare le proprie cose è anch’essa immagine di origine evangelica nella parabola dell’uomo ricco che progetta di costruire magazzini sempre più grandi per i suoi raccolti, ma viene strappato alla vita nella stessa notte in cui ha formulato il disegno. Morire e dover abbandonare i possedimenti accumulati è per il verghiano Mastro Don Gesualdo la pena che lo conduce alla follia, in quel desiderio che «la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui».

Nam propriae telluris erum natura neque illum / nec me nec quemquam statuit… «La natura non assegna il sicuro possesso della terra né a lui né a me né a nessun altro», ricordava il contadino Ofello di oraziana memoria e gli uomini sono “inquilini”, non proprietari, sulla terra. Cecco, l’abitante della luna che guarda da lì il mondo degli uomini, intona il ritornello considerando le loro pazzie: Un avaro suda e pena / e poi crepa e se ne va (https://www.youtube.com/watch?v=LMW2gfiUz_w).Nel Mondo della luna, il dramma giocoso del 1750 musicato da Galuppi, da Paisiello e infine da Franz Joseph Haydn per le nozze di Nicola Esterházy nel 1777, Goldoni raffina infatti il motivo della follia dell’avaro con esiti di lungimirante modernità.

Ma è nell’ultima opera che vogliamo citare qui che sembrano connettersi i due modi della rappresentazione dell’avaro. Nel Cavaliere avaro op. 24 di Rachmaninov, da un racconto di Pu škin, s’impone inaspettatamente un contrasto vecchi/giovani aperto a un nuovo tragico esito rispetto alla commedia di tradizione plautina. I personaggi sono ridotti all’osso e sulla scena il Barone, il padre avaro, e il figlio Alfred agiscono con due alter ego, l’usuraio e il Duca. Il dissidio si fa funesto e, sebbene l’oscena offerta del veleno per uccidere il padre da parte dell’usuraio venga rifiutata con forza dal figlio, Alfred accetta poi, al cospetto del Duca, la sfida a duello del padre, conclamando il conflitto edipico dei nuovi tempi, tragica novità dell’universo novecentesco. Siamo nel 1906 e la sapienza orchestrale di Rachmaninov riempie la scena di un’atmosfera gravida di trasformazioni tumultuose: Alfred sarà scacciato dal Duca inorridito per il crimen maiestatis nei confronti dell’autorità paterna, mentre il Barone muore disperato chiedendo, da avaro, le chiavi dei suoi forzieri. Il finale resta però sospeso perché del figlio, che non si sposa, non torna in scena, non si appropria dell’eredità paterna, non si saprà più nulla. (https://youtu.be/kZRmJQ1lGCM

 

Bibliografia essenziale

Enzo Bianchi, Avarizia. Il rapporto deformato con le cose e il denaro, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2012

Umberto Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Milano, Feltrinelli, 2010

Renzo Gerardi, Avarizia, Bologna, EDB Edizioni Dehoniane, 2015

Carlo Goldoni, Tutte le opere, a cura di Giuseppe Ortolani, Milano, Mondadori, 1973, 13 voll.

Sandro Manfroni, L'avarizia il peccato contro la vita, in «Studi junghiani», 26, 1, 2020, pp. 36- 53

Molière, L’avaro, a cura di Donata Feroldi, Milano, Feltrinelli, 2022

Orazio, Tutte le opere, versione, introduzione e note di Enzio Cetrangolo, con un saggio di Antonio La Penna, Firenze, Sansoni, 1968

Tito Maccio Plauto, Amphitruo, Asinaria, Aulularia, Bacchides, a cura e traduzione di Ettore Paratore, Milano, Newton Compton, 2017

Sergej Rachmaninov, Il Cavaliere avaro, tratta da Aleksandr Sergeevič Puškin, Venezia, Edizioni del Teatro La Fenice, 1997

Giovanni Verga, Mastro don Gesualdo, a cura di Nicola Merola, Milano, Garzanti, 1987

Stefano Zamagni, Avarizia. La passione dell’avere, Bologna, il Mulino, 2009

 

 

Il ciclo I vizi capitali è ideato e curato da Maria Antonietta Epifani. Di seguito, gli interventi già pubblicati.

 

Maria Antonietta Epifani, Introduzione

Trifone Gargano, «errar per malo obietto». I vizi capitali nella Commedia dantesca

Annibale Gagliani, Superbia. Il rap come “lama” linguistica

Vincenzo Bianco, Ira. Di quella p…ira

Lucia Schiralli, Cantami o Invidia

Giovanni Battista Boccardo, Madame Accidia

 

Immagine: Tratta da https://www.youtube.com/watch?v=rySg4qMSJOI

 

 


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