28 settembre 2021

Bugiardino

Oscurità e chiarezza nei foglietti illustrativi dei farmaci

Una parola, durante la seconda metà del Novecento, si è insinuata in dosi omeopatiche nel linguaggio degli organi di informazione italiani. Per poi dilagare non solo tra i giornalisti, ma anche, forse grazie a questi ultimi, nel lessico comune degli italiani. Tanto che bugiardino ormai viene usato – senza alcuna intenzione ironica, sebbene la parola si presti –  come sinonimo del nome ufficiale: foglietto illustrativo dei farmaci. Il sinonimo oggi sembra prevalere nei titoli dei media, in articoli e servizi radiotelevisivi, sul Web e nel linguaggio popolare. Infatti ormai persino nelle farmacie o negli ambulatori medici capita di sentire certi cittadini affermare, con serietà: “Ho letto sul bugiardino che il medicinale va preso a stomaco pieno”; in genere, farmacisti e medici non si scompongono.

 

Anche per il vaccino anti-Covid

 

Viste queste premesse, era prevedibile che l’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19 potesse incoraggiarne l’uso. Quel termine deriva da bugiardo, che viene dall'antico bugiare (‘ingannare’, dal provenzale bauzar), col suffisso settentrionale -adro, poi -ardo. Ai media il suo diminutivo pare adatto (tra virgolette o senza) pure per i vaccini contro il coronavirus. Ecco, tra vari esempi nei titoli, quello di Adnkronos, che il 9 luglio 2021 scrive “Ema aggiorna il ‘bugiardino’ dei vaccini anti-covid di AstraZeneca, J&J, Pfizer e Moderna”. Altrove si può leggere: “Cosa c'è scritto nel bugiardino del vaccino di AstraZeneca”(Wired.it, 29 marzo 2021); “Vaccino Pfizer anti Covid, il ‘bugiardino’ dell'Aifa: ecco dosi, somministrazione ed effetti collaterali” (Repubblica.it, 26 dicembre 2020); Ema, includere trombocitopenia nel bugiardino vaccino J&J (Ansa.it, 6 agosto 2021).

 

Il naso lungo di Pinocchio

 

Non solo. L’uso di bugiardino si è esteso anche ad altri campi che non c’entrano con i farmaci. È il caso dei titoli di alcuni libri che trattano d’altro. Per esempio, ecco quello di un romanzo erotico: CipriaVaniglia. Bugiardini d'amore (2011). Poi Il bugiardino. Lunario agenda agricola della Liguria, pubblicato ogni anno, e il “saggio” Il bugiardino per i maschi. Manuale di sopravvivenza per le donne (2018). Sui media l’uso è ancora più eclettico: viene citato ovviamente in relazione alla politica e ai politici (​​Corriere della Sera); poi – per esempio – riferendosi alla moda (Il Gazzettino) oppure all'innovazione digitale, col  titolo “Il bugiardino 4.0” (Industria Italiana.it). Inoltre vari quotidiani si dilettano, ogni tanto, a ricordare ai lettori che l’Accademia della Crusca si è dedicata a quella buffa parola, per altro cara proprio ai giornalisti. È il caso di un commento sul Corriere della Sera firmato, nel 2021, da Paolo Di Stefano, secondo il quale il termine sarebbe “la prova del disincanto italico verso ogni forma di autorità”; inoltre “evoca il naso lungo di Pinocchio, mentre nei fatti dovrebbe rappresentare il massimo dell’affidabilità”.

 

La fortuna mediatica

 

In effetti, nel 2003 l’Accademia ha pubblicato sulla rivista La Crusca per Voi un ampio articolo, ripreso sul sito nel 2005. È firmato dalla linguista Raffaella Setti, professoressa associata all’Università di Firenze, in risposta al quesito di un lettore. Vi si legge: “Questa ampia circolazione nei mezzi di comunicazione di massa ha forse sancito il riconoscimento della parola bugiardino che è stata registrata prima come neologismo negli Annali del Lessico Contemporaneo Italiano. Neologismi 1993-94 (a cura di Michele A. Cortelazzo, Padova, Esedra, 1995) e poi nei più recenti Vocabolari dell'uso, il DISC (Dizionario Italiano Sabatini-Coletti, Firenze, Giunti, 1997) e il GRADIT (Grande Dizionario dell'Italiano dell'Uso di Tullio De Mauro, Torino, UTET, 1999-2000)”.

 

Non far capire è quasi come non dire

 

Nell’articolo della Crusca si spiega che “il termine bugiardino [...] è una formazione semanticamente e morfologicamente trasparente, sulla base dell'aggettivo bugiardo con il suffisso del diminutivo -ino, adatto sia in riferimento alle dimensioni dell'oggetto sia per attenuare con una vena di ironia l'appellativo di bugiardo”. Continua: “Qualche indizio potrebbe farci ipotizzare che il nome sia nato da un uso nominale dell'aggettivo bugiardo: in Toscana, per la precisione in area senese, gli anziani ricordano che il bugiardo era la locandina dei quotidiani esposta fuori dalle edicole”. Tuttavia, aggiunge la linguista, “non c'è dubbio che questo nome voglia puntare l'attenzione sulle prerogative di queste particolari ‘istruzioni per l'uso’ che, soprattutto negli anni di boom della farmacologia, tendevano a sorvolare su difetti ed effetti indesiderati del farmaco per esaltarne i pregi e l'efficacia”; col rischio che fossero omesse “informazioni importanti ma che potevano essere compromettenti per il prodotto”. Secondo la professoressa Setti, ora che i foglietti informativi devono essere scritti rispettando precise indicazioni ministeriali, c’è semmai il rischio che troppi tecnicismi li rendano difficilmente comprensibili; cosicché, siccome “non far capire è quasi come non dire”, l'appellativo bugiardino resta giustificato.

 

Per gli addetti ai lavori

 

Un’altra linguista, Lucia di Pace, professoressa associata all’Università di Napoli “l’Orientale”, nel 2019 ha espresso un’opinione che conferma quest’ultimo punto di vista. Lo ha fatto in La lingua del bugiardino. Il foglietto illustrativo tra linguaggio specialistico e linguaggio comune: “Tra le diverse interpretazioni etimologiche, quella più convincente, e accettata, lega l’origine del termine al fatto che le informazioni veicolate sono presentate in modo poco comprensibile. Il bugiardino, dunque, direbbe ‘bugie’; nel senso che presenterebbe le informazioni in un modo troppo tecnico o troppo contorto o troppo implicito”, ha detto in un'intervista a Letture.org. Inoltre “alcuni foglietti sembrano pensati e scritti per gli addetti ai lavori, medici o farmacisti, o comunque per lettori con un livello di cultura medio-alto”, non paiono concepiti per il comune cittadino. Tanto che “la questione della leggibilità dei foglietti illustrativi è da tempo al centro dell’attenzione delle istituzioni deputate a regolamentare la redazione di questi, come di altri, documenti di corredo dei farmaci”: dall’European Medicines Agency (EMA) all’Agenzia Italiana del Farmaco” (AIFA), che “ha [...] sollecitato un processo […] di vera e propria riscrittura dei foglietti illustrativi”.

 

Negli anni Ottanta del Novecento

 

Per integrare queste valutazioni, può essere utile cercare la ricorrenza della parola bugiardino nell’archivio storico del Corriere della Sera, dal 1876 a oggi. Prima del 1989 il termine si trova alcuna volte, però è usato sarcasticamente solo per designare persone propense alle bugie: nel 1953, 1960 e 1970 il noto giornalista Max David definisce più volte in quel modo due leader politici stranieri, accusati di ambiguità: prima l’iraniano Mohammad Mossadeq; poi, per due volte, il congolese Patrice Lumumba. Un riferimento diretto ai farmaci si incontra il 17 febbraio 1989, nell’editoriale del Corriere Salute firmato da Ugo Garbarini, presidente della “Società italiana di aggiornamento medico interdisciplinare”. È intitolato Quando la medicina è bugiardina: secondo Garbarini, i foglietti informativi dei medicinali in realtà disinformano, mentre spetterebbe al medico spiegare ai pazienti pregi e difetti dei farmaci prescritti. Tocca al giornalista Riccardo Chiaberge usare in modo diretto il termine (attestato in questa accezione dal 1983 nella lingua scritta, secondo lo Zingarelli 2022): esordisce a novembre del 1989, spiegando che i foglietti allegati ai farmaci contengono “messaggi cifrati riservati ai medici: in Emilia li chiamano bugiardini”; aggiunge che “servono soltanto a spaventare i consumatori”. Sul maggiore quotidiano italiano sarà poi Mario Pappagallo a riusarlo poco dopo, puntando sulla scarsa chiarezza delle informazioni. L’uso diventa man mano sempre più frequente, finché dal 1997 in poi l’utilizzo di bugiardino si diffonde sempre di più tra i redattori del Corriere e di altri media. Ovviamente, l’avvento del Web ha fatto da megafono.

 

Rendere più comprensibile il linguaggio

 

La morale della favola? Forse meriterebbe qualche riflessione – tanto più dopo l’esperienza della pandemia – l’opportunità, a livello mediatico, di associare il concetto di bugia a quello di farmaco, vaccini inclusi. Di certo, bisognerebbe prevenire obiezioni rendendo più comprensibile il linguaggio, spesso criptico, usato nei foglietti illustrativi rivolti al pubblico. Anche perché, come scrisse Fedro (Favole, Libro 1, 10, 1) in tempi non sospetti, “quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem” (Chi è stato trovato bugiardo una volta, non è creduto anche se dice il vero). Nel nostro caso, rischia di non essere creduto chi dà informazioni sui farmaci presumibilmente corrette, ma poco comprensibili da parte della maggior parte della gente.

 

Testi citati

Lucia Di Pace, La lingua del bugiardino. Il foglietto illustrativo tra linguaggio specialistico e linguaggio comune, Franco Cesati Editore, Firenze 2019

 

Immagine: Screenshot of Pinocchio from the trailer for the film Pinocchio.

 

Crediti immagine: Walt Disney, Public domain, attraverso Wikimedia Commons


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