24 novembre 2022

Coopetition

Parole del presente, parole del futuro

 

Mai sentito parlare di coopetition ? Vi aiuto io. Sì, è l’ennesimo anglismo inutile che inquinerà la lingua italiana. Per chi conosce già il suo significato, è inutile in quanto costituisce un “doppione” inglese, visto che in italiano diciamo da sempre sana competizione . Ecco, è proprio questo il punto: perché abbiamo sentito la necessità di aggiungere un aggettivo accanto alla parola competizione ? Per quale motivo la percepiamo come ostile e negativa? Ah, il mio incipit è ironico.

 

Urlare al parco giochi

La potenza del linguaggio, tra i tanti insegnamenti, ci pone quasi sempre di fronte a questo scenario: per quanto una parola, all’interno della sua etimologia, possa “illudersi” di essere fissa e sempre uguale a sé stessa è il suo uso che le garantisce una determinata sfumatura, che può anche contrapporsi al suo significato primario, ammesso che ce ne sia (solo) uno. A illuderci siamo poi noi che crediamo a questa favola: pronunciare una parola significa solo quella parola. E invece no. Perché mentre elaboriamo una sintassi, trasciniamo, spesso inconsapevolmente, un bagaglio di risemantizzazioni e stereotipi ben cristallizzati in uno spazio ridotto, di insospettabile “grandezza”. Prendiamo dunque la parola competizione , che io associo immediatamente all’ambito educativo. Se ci soffermiamo sul suo significato etimologico, scopriamo che deriva dal latino cum- e petere , letteralmente ‘andare insieme, convergere verso un medesimo obiettivo’. Da un punto di vista pedagogico-didattico, secondo alcune scuole di pensiero, la competizione rappresenterebbe un’occasione per allenare studentesse e studenti al confronto, per stimolare la qualità delle proprie azioni. Eppure vedo che molti genitori, al parco, consumano le corde vocali facendo prediche continue ai propri figli, nella speranza che imparino dei sani valori mentre si relazionano con l’alterità: nel gioco, soprattutto, come mi dicono, “è importante andare d’accordo”, “darsi una mano”. Collaborare, insomma. La competizione , da sola, è dunque la parola dei cattivi. Ma perché?

 

Competere ovunque

Innanzitutto perché le parole funzionano se c’è qualcuno che le usa, e quel qualcuno attinge al suo sistema di linguaggio. In secondo luogo perché i cambiamenti sociali degli ultimi anni hanno donato nuove sfumature a questo vocabolo, che hanno inevitabilmente influenzato il nostro modo di pensarlo. Mi riferisco alla cultura aziendale degli anni Ottanta e Novanta, che pare essersi davvero impegnata nella costruzione di un proprio vocabolario, al cui interno il

lemma competizione è stato associato al concetto di rivalità, al raggiungimento di un vantaggio quasi a discapito dell’altro. Non è un caso che soprattutto in riferimento al contesto lavorativo o a quello educativo (vi posso assicurare, già a partire dalla scuola dell’infanzia), sia frequente rintracciare l’espressione quale “c’è molta competizione”, che allude di fatto a tutto quello che la nostra società promuove ogni giorno: un’identità – la nostra – basata sulla performance e sulla produttività, ovviamente più degli altri. Eppure, la bio-antropologia ci insegna che è la cooperazione a lungo termine, e non la competizione, a garantire una sopravvivenza durevole e sostenibile. E se tra le due ci fosse una via di mezzo?

 

Quando il competitor è tuo fan

Sempre negli anni Novanta, nell’immaginario business che vede competizione e cooperazione come sistemi diametralmente opposti e inconciliabili, inizia a diffondersi un composto curioso, come terza via possibile, la coopetition : coo ( peration ) + ( com ) petition . Claudia Peverini, linguista impegnata nel settore dell’Higher Education, per cui da anni si occupa di sviluppare progetti innovativi internazionali in collaborazione tra atenei e imprenditoria, mi spiega che «la fusione di questi due termini testimonia il nuovo mondo che avanza, un mondo non binario, dove si disegnano punti intermedi tra poli opposti: gli abitanti di questo nuovo mondo si muovono lungo un continuum anziché saltare da un estremo all'altro». Questo approccio diventa utile nel momento in cui si realizza, per esempio, che in un contesto di crisi e di grande cambiamento, i sistemi e/o le organizzazioni non sarebbero in grado di disporre di tutte le risorse sufficienti a raggiungere e conservare il loro successo. «I competitor, sia nel business che per estensione anche in altri ambiti, cooperano perché sono coscienti di essere nello stesso habitat e, quindi, sanno che la cooperazione porta benefici a entrambi», continua Peverini, che parla di questa parola come di una vera e propria «terra di mezzo» verso il futuro, delle organizzazioni ma non solo.

 

Tra i due binari, il terzo funziona (forse)

A detta di Marta Basso, imprenditrice ed esperta di comunicazione digitale, co-founder di Branplane e di No Pasa Nada, una serie di podcast sulla salute mentale, la realizzazione di questa terza via incontra diversi ostacoli. «Chi si affaccia per la prima volta al mondo delle startup, tende spesso a trattare la propria idea con gelosia, quasi in modo possessivo, per paura che ci sia qualcuno che poi la copierà», mi spiega, «come se tutto il mondo fosse composto da persone in attesa di un nostro passo per compiere il loro, come novelli Kasparov». Alzi la mano chi è stato abituato o abituata a mostrare agli altri solo il lavoro finito. Sono dinamiche che non ci vengono insegnate a parole, ma che emuliamo sin da piccoli in modo inconsapevole. Io per esempio l’ho sperimentato in prima persona in università: solo quando ho iniziato a mettere in atto questo approccio negli studi e nei progetti di gruppo, la mia creatività è esplosa, il mio metodo di studio è decisamente migliorato, così come si è consolidata la consapevolezza delle mie competenze specifiche e di quelle degli altri, tutte diverse e fondamentali nel lavoro sinergico. «Nel mondo startup, una delle regole auree è cercare “chi l’ha fatto prima di te”, forse anche meglio di te, e imparare dai successi e dagli errori. Persino i fondi di investimenti venture capital tendono spesso ad avere un focus specifico di settore, e i founder sono abituati a definire le aziende come “concorrenti indiretti” o ancora meglio “potenziali partner”». Certo pensare in questi termini è una sfida: accettare la duplice natura di partner e di competitor è un’esperienza, neurobiologicamente parlando, decisamente complessa. Serve tempo. E ce lo insegna la parola stessa, anzi, il suo suono, che con quelle due o si allunga, crea una nuova zona, un ponte, qualcosa di più ampio. Ecco perché mi piace scriverlo senza il trattino.

 

Beatrice Cristalli cura e scrive il ciclo di interventi Parole del presente, parole del futuro . Qui sotto gli articoli già pubblicati:

 

Accesso

 

Immagine: Tratta da https://www.youtube.com/watch?v=uPe27x0_W2M, del film Chariots of Fire ( Momenti di gloria ) del 1981 di H. Hudson


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