30 aprile 2021

Donna

Dodici parole. Un anno con Dante

1. La Commedia, la Vita nova e le rime hanno avuto una diffusione vastissima, da quando Dante era ancora in vita. La Commedia, in particolare, diventa rapidamente un classico anche perché è accompagnata fin da subito da commenti e apparati didattici, come avveniva solo con le grandi opere dell’antichità studiate nelle scuole e nelle università medievali. Nessun altro capolavoro della letteratura italiana ha una tradizione di commenti così ampia, precoce e duratura. Il poema, già nel Trecento, è imitato ripetutamente, è usato nei trattati e nelle prediche e arriva molto presto fuori d’Italia, in Francia, in Spagna, in Inghilterra. Ed è letto da tutti: nobili, intellettuali, mercanti, religiosi. Tra gli “estratti” di maggior successo, i frammenti trascritti isolatamente, ci sono il Padre nostro che apre il canto XI del Purgatorio e soprattutto la preghiera alla Vergine dell’ultimo del Paradiso, pronunciata da san Bernardo, che inizia con «Vergine Madre, figlia del tuo figlio» (XXXIII 1) e si conclude con l’obiettivo puntato su Beatrice: «vedi Beatrice con quanti beati / per li miei preghi ti chiudon le mani!» (38-39).

Il poema sacro «al quale ha posto mano e cielo e terra» si conclude quindi nel segno di due donne, la Vergine e Beatrice, attraverso le quali è possibile la visione diretta di Dio – e questa conclusione è la hit degli antichi lettori. Inoltre, il personaggio principale della Commedia, accanto a Dante, non è Virgilio ma Beatrice, alla quale si allude subito, nel canto I dell’Inferno, quando il poeta mantovano accenna a un’«anima [...] più di me degna» cui affiderà Dante (122-123); e poi subito dopo quando Virgilio spiega che una donna «beata e bella» (II 53) gli ha chiesto di aiutare «l’amico mio, e non della ventura» (61). Dante attende dunque Beatrice per tutta la prima sezione dell’opera, quella costituita dall’Inferno e da gran parte del Purgatorio; ed è poi Beatrice a condurlo in Paradiso fino al punto in cui cede il testimone a san Bernardo. La Commedia, insomma, racconta la storia di un peccatore che per salvarsi attraversa i regni ultraterreni fino alla visione divina, accompagnato da tre guide una delle quali è l’anima della donna amata in vita e glorificata in morte; una donna storicamente esistita, di cui conosciamo nome e cognome, per la quale c’è un posto privilegiato in Paradiso. Senza la donna, la poesia di Dante non esiste.

2. Chi ha detto per la prima volta amore, in italiano? O meglio: qual è la più antica attestazione di amore nella lingua italiana? Verificare è facile, perché dal 1997 c’è in rete uno strumento informatico utilissimo: il TLIO - Tesoro della lingua italiana delle Origini, il primo dizionario storico dell’italiano antico – che ospita circa 40.000 voci complete ed è in costante aggiornamento. Consultando la voce amore, sotto Prima attestazione, si legge: «Raimb. de Vaqueiras, Contrasto, c. 1190 (gen.)». Vuol dire che la parola amore affiora per la prima volta nel Contrasto di Raimbaut de Vaqueiras, databile attorno al 1190, e che il “testo” in cui compare è genovese. Raimbaut è un famoso trovatore, che scrive quindi in occitano (o provenzale). Tra i suoi componimenti c’è anche un “contrasto” tra un giullare e una donna genovese (Bella, tan vos ai pregada), nel quale, secondo uno schema dialogico diffuso nella poesia romanza medievale (lo stesso di Rosa fresca aulentissima), l’uomo chiede (“Bella, tanto vi ho pregata, per cortesia, di volermi amare, che sono vostro servitore”, dice all’inizio) e la donna nega (“Provenzale mal vestito, vattene: devi starmi alla larga!”, alla fine). E proprio in una delle battute della donna leggiamo: «Si per m’amor ve cevei, / ogano morrei de frei!», cioè: ‘Se vi date così da fare per il mio amore, quest’anno morirete di freddo’. La voce della genovese è sicuramente fittizia e l’autore del testo è il solo Raimbaut, che immagina di dialogare con una donna. Ma è molto significativo che, a giudicare dai dati disponibili, sia proprio una donna – un personaggio letterario esattamente come Beatrice – a pronunciare per la prima volta la parola amore (che si tratti di una varietà dell’italiano, in fondo, importa poco). Tra Raimbaut e Dante c’è ovviamente una distanza incolmabile – e non sempre questo tipo di componimento si conclude con un nulla di fatto come in Bella, tan vos ai pregada: capita anche che il poeta violenti la donna che non si concede. Ma la storia della parola amore dimostra che Dante, attribuendo a Beatrice un ruolo centrale nella Commedia, si muove all’interno della tradizione cortese, una tradizione dominata da poeti maschi che cantano di donne (con qualche eccezione: ci sono anche delle trovatrici), eppure ricca di personaggi femminili attivi, complessi e contraddittori, come Isotta ed Eloisa, in una società letteraria in cui le donne (solo alcune donne, certo) svolgono in concreto una funzione essenziale.

3. Che cosa pensava Dante delle donne? Nel De vulgari eloquentia, il trattato latino scritto nei primi anni dell’esilio e rimasto incompiuto, Dante descrive la nascita del linguaggio e spiega che solo all’uomo, tra tutti gli animali, è stata data la parola. Si chiede quindi chi sia stato il primo che l’ha avuta e ricorda che nella Bibbia – che per lui, come per tutti gli uomini del suo tempo, è anche un testo storico – le prime parole in assoluto sono pronunciate in risposta al diavolo tentatore dalla presuntuosissima Eva («presumptuosissimam Evam»). Ma Dante è uno spirito critico, e non si ferma al testo sacro. A suo parere, infatti: «se anche nella Scrittura è una donna quella che s’incontra come prima creatura parlante, è in ogni caso più razionale pensare che a parlare per primo sia stato un uomo, perché sarebbe sconveniente pensare che un atto così nobile del genere umano sia stato prodotto dalla prima donna invece che dall’uomo. Crediamo dunque, secondo ragione, che Colui che aveva appena plasmato Adamo gli abbia insieme concesso anche la parola» (I 4 1-3; traduzione di E. Fenzi). In una canzone (Doglia mi reca) Dante afferma poi di voler parlare in maniera più chiara e semplice proprio perché si rivolge alle donne, che non sono in grado di comprendere discorsi complessi o artificiosi.

L’opinione di Dante sulle donne non potrebbe essere quindi più esplicita ed è del tutto analoga a quella di san Paolo (le donne devono tacere nelle assemblee e stare sottomesse) o di san Tommaso (la donna è inferiore all’uomo in quanto questi per natura è maggiormente dotato di capacità razionale); ed è in generale l’opinione più diffusa nella cultura medievale. Dante, dal punto di vista della sua epoca, non fa eccezione. Dal nostro punto di vista di lettori moderni, tuttavia, questa visione è problematica poiché Dante, per quanto ponga al centro del poema sacro un personaggio femminile, non può essere in alcun modo considerato femminista. Anzi, per molti aspetti si allinea alla tradizione misogina medievale. Ma non per questo dovremmo cambiare idea su Dante: sarebbe come smettere di leggere Pier Paolo Pasolini perché accusato di atti osceni e corruzione di minori, Philip Roth perché descritto come un maniaco sessuale o Michel Houellebecq perché contrario all’eutanasia.

4. In un libretto appena uscito su Dante e le figure femminili (E. Lombardi, Beatrice e le altre) c’è un capitolo intitolato Francesca, o del femminicidio. Tra i personaggi della Commedia, Paolo e Francesca – e Francesca soprattutto – sono quelli che hanno prodotto il maggior numero di interpretazioni e riletture. È la funzione dei classici: non smettere mai di parlare ai lettori di ogni tempo. Non è detto, quindi, benché sia una parola che Dante non conosceva, che non si possa chiamare femminicidio la morte di Francesca, tenendo presente che in italiano il termine indica “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” (Devoto-Oli). Vediamo.

Dante, come in tante altre occasioni, è reticente. I dettagli della storia di Paolo e Francesca (nomi, cognomi e contesto) emergono solo attraverso gli antichi commenti. Dante ci offre però degli indizi molto chiari sul peccato dei due amanti. Il più importante è subito dopo la fine dell’episodio, nel canto VI, quando parla della «pietà d’i due cognati» (VI 2). E cognato – come si verifica facilmente attraverso il TLIO – in italiano antico significa, come oggi, ‘il fratello della moglie o del marito o il marito della sorella’ o genericamente ‘consanguineo’. Altri indizi sono disseminati nel racconto di Francesca. La protagonista, quando si innamora, ha buoni motivi per nascondersi («soli eravamo e sanza alcun sospetto», 129), muore di morte violenta («la bella persona / che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende», 101-102), l’omicida è condannato alla Caina, dove stanno i traditori e gli assassini dei parenti («Caina attende chi a vita ci spense», 107). Se ne ricava che Paolo e Francesca si sono innamorati, hanno commesso adulterio e per questa ragione sono stati uccisi dal marito di lei e fratello di Paolo, che Dante giudica ancor più severamente immaginando che si trovi in un punto più basso dell’Inferno.

Quindi, per Francesca, la parola femminicidio è inappropriata da ogni punto di vista, perché non ci dice nulla del testo (Giovanni Malatesta uccide entrambi gli amanti, non solo Francesca), nulla della cultura e delle idee di Dante (coerentemente più severo con l’assassino dei parenti che con i due «cognati» adulteri) e soprattutto nulla della poesia della Commedia, perché Dante nel poema non cancella mai le proprie convinzioni, spesso completamente diverse dalle nostre. Dante è un poeta-giudice (Dante poeta-giudice del mondo terreno è il titolo di un bel libro recente di Roberto Antonelli); e il giudice, nella Commedia, può essere di volta in volta Virgilio, quando all’inizio del viaggio il personaggio di Dante è ancora troppo coinvolto nelle cose terrene e prova compassione per i dannati, come nel caso di Paolo e Francesca; o Dante-personaggio, che durante il percorso diventa sempre più consapevole del proprio ruolo, ad esempio quando rivendica la «cortesia» del suo «esser villano» nei confronti di frate Alberigo (Inf., XXXIII 150); o ancora Dante-autore, che giudica severamente l’umanità intera. Dante, come ha scritto Jorge Luis Borges, «comprende e non perdona».

5. Nel canto V dell’Inferno, Dante non vuole narrare né un femminicidio né la storia di una donna violentata o violata come soggetto morale (c’è invece chi descrive Francesca come vittima della famiglia di nascita e poi di quella matrimoniale). E non vuole certo salvare Francesca; se avesse voluto l’avrebbe posta in Paradiso, nel cielo di Venere, accanto a Cunizza da Romano. Dante intende raccontare la tragedia di un’adultera che ha commesso il peccato più comune e meno grave, una peccatrice nella quale tutti possiamo identificarci – uomini e donne, senza distinzione. Ciò che gli interessa non è la donna, non è l’uomo. È la persona. Dante viaggia infatti come “persona” (anima e corpo) nei regni ultraterreni e nell’aldilà ritrova in gloria una donna mortale, Beatrice. Non avrebbe quindi compreso un’affermazione come questa di Simone Weil: «Ciò che è sacro [...] è quello che in un essere umano è impersonale. Tutto ciò che nell’uomo è impersonale, è sacro, e nient’altro lo è» (La persona e il sacro, 1943). La Commedia, l’opera poetica forse più sacra della letteratura occidentale, è tutto fuorché impersonale. Al centro della Commedia sta la persona, cioè, secondo la definizione di Tommaso d’Aquino – che come Dante riteneva le donne meno razionali degli uomini – la cosa più perfetta che ci sia in natura («Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura», Summa theol., I q. 29, a. 3). Questa immagine della persona, delle donne e degli uomini in quanto persone, coesiste in Dante con un’idea di donna sottomessa e intellettualmente inferiore all’uomo. Le contraddizioni di Dante sono quelle della cultura occidentale. Chi le cancella, cancellerà la storia.

 

 

Il ciclo Dodici parole. Un anno con Dante è curato e scritto da Marco Grimaldi.

 

1 Amore

2 Conoscenza

 

Immagine: Dante e Beatrice

 

Crediti immagine: Henry Holiday, Public domain, via Wikimedia Commons


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