28 maggio 2021

Io

Dodici parole. Un anno con Dante

1. «I mistici – ha scritto Simone Weil – hanno sempre mirato a ottenere che nella loro anima non vi fosse più neppure una parte che dicesse “io”» (La persona e il sacro, 1943). Nella Commedia, benché l’ultima guida del poeta sia Bernardo da Chiaravalle, il maestro di teologia mistica che lo conduce alla visione diretta di Dio, l’io non scompare mai. Da questo punto di vista, il poema sacro è quanto di più lontano si possa immaginare dalla mistica. Dante (Dante Allaghieri o Dante Alleghieri di Fiorenza, come si legge nelle rubriche dei manoscritti più antichi e autorevoli) è sempre presente in scena, in tutte le opere. Dante, in altre parole, è il personaggio principale di tutte le opere di Dante (o l’arcipersonaggio, come lo chiama Marco Santagata in uno dei volumi danteschi più importanti degli ultimi anni, L’io e il mondo). Dalla Vita nova, che si apre con l’immagine del libro della memoria del poeta («In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova»), fino al trattato politico, la Monarchia, dove il compito comune a tutti gli uomini di “proiettare l’opera propria verso la posterità”, così come “essi si sono arricchiti dall’opera degli antichi”, è subito tradotto in un imperativo morale dell’individuo («A questo dunque ho pensato più volte fra me, e, per non essere accusato un giorno della colpa di chi sotterra il talento ricevuto, desidero [...] dare frutti al bene comune e rivelare verità inesplorate agli altri»). E poi, chiaramente, dai primi versi della Commedia, dove si tratta del viaggio di un singolo che tende a rappresentare il destino di tutti, fino alla conclusione dell’opera, quando subito dopo la visione della Trinità l’obiettivo si sposta nuovamente sull’individuo: «ma non eran da ciò le proprie penne: / se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne. / A l’alta fantasia qui mancò possa; / ma già volgeva il mio disio e ’l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par., XXXIII 139-145). Nel poema, Dante dice “io” 1352 volte, più o meno una ogni dieci versi. In una ideale premessa ai lettori della raccolta completa delle sue opere, avrebbe forse potuto scrivere, come Michel de Montaigne in apertura degli Essais, «je suis moi-même la matière de mon livre» (‘sono io stesso la materia del mio libro’).

 

2. Questa scelta non era scontata. In Dante, come ha scritto Domenico De Robertis, si può ritrovare «la continuità della presenza [...] dell’intero mondo della poesia, antica come recente, dai classici e dalla Scrittura ai suoi prossimi». Eppure, partendo dal celebre passo del II canto dell’Inferno dove Dante mette in relazione il proprio viaggio con quello di Enea e di san Paolo («Io non Enëa, io non Paulo sono», Inf., II 32), si può forse limitare l’elenco dei modelli strutturali della Commedia all’Eneide – e più precisamente alla discesa agli inferi del canto VI – e alla Visio Pauli, un testo anonimo composto nel V secolo che sviluppa l’accenno di san Paolo al rapimento al terzo cielo e tradotto varie volte nelle principali lingue romanze. Più in generale, nella tradizione pre-dantesca delle visioni dell’aldilà e dei poemi allegorici, è possibile riscontrare un’oscillazione tra narratore cosiddetto eterodiegetico e omodiegetico, cioè in prima persona o in terza persona. Dante, come aveva già fatto nella Vita nova, nel poema sceglie l’opzione omodiegetica (quella del Roman de la Rose, del Tesoretto di Brunetto Latini e di alcune visioni), all’interno della quale è possibile distinguere tra Dante “autore” e Dante “personaggio” (auctor e agens). Questa distinzione è utile, soprattutto a livello scolastico, per comprendere molti aspetti strutturali dell’opera (come la possibilità, per Dante, di partecipare al dolore dei peccatori in quanto personaggio – si pensi almeno a Paolo e Francesca – e di condannarli senza riserve in quanto autore); ma è una distinzione artificiale, che non è detto fosse esplicita per l’autore. Ciò che è totalmente nuovo e che va ben oltre il tenue autobiografismo leggibile nella tradizione latina e romanza è che la Commedia sia il racconto in prima persona del viaggio fantastico di un individuo storicamente determinato, tendenzialmente sovrapponibile alla personalità di Dante Alighieri, poeta fiorentino. Un viaggio che ha l’ambizione di rappresentare il destino di tutta l’umanità, come proclama l’epistola a Cangrande della Scala, secondo la quale il soggetto dell’opera, preso alla lettera, è «lo stato delle anime dopo la morte»; ma, se si considera l’opera sul piano allegorico, il soggetto è l’uomo «in quanto per i meriti e demeriti acquisiti con il libero arbitrio ha conseguito premi e punizioni dalla giustizia divina» (Ep. XIII, 24-25, 34).

 

3. La posizione centrale dell’io consente a Dante il massimo dell’oggettività. Questo meccanismo è pienamente realizzato alla fine della Commedia. Al momento della visione finale, la «circulazion» (‘il cerchio’) che raffigura la seconda persona della Trinità, «parve pinta della nostra effige / per che ’l mio viso in lei tutto era messo» (Par., XXXIII 131-132), cioè si manifestò al poeta come recante dipinta l’immagine di un volto umano, per la qual cosa il suo sguardo è tutto concentrato in essa. Ebbene, benché Dante non lo dica esplicitamente, è difficile resistere alla tentazione di immaginare che il poeta stia guardando in uno specchio e che la «nostra effige» sia allo stesso tempo il volto di un singolo e il volto di tutti gli uomini. Ma Dante tende fin dalla produzione giovanile all’oggettività della rappresentazione. Prendiamo il più celebre dei sonetti, Tanto gentile e tanto onesta pare. Per lessico, temi, motivi e per l’idea complessiva di amore, all’epoca in cui scrive Tanto gentile Dante è ancora in sintonia con la tradizione cortese. I concetti più importanti sono esposti già, ad esempio, nel De amore di Andrea Cappellano, che è un collettore di temi e motivi diffusi nelle letterature mediolatine e romanze e ne favorisce la propagazione nello spazio letterario del Medioevo. Dante aveva inoltre a disposizione dei modelli eccellenti. Sia Guido Guinizelli sia Guido Cavalcanti avevano infatti scritto poesie dalla forma e dal contenuto estremamente simili a Tanto gentile: la lode della donna amata; il passaggio per strada; la capacità di rendere umili e via dicendo. Tuttavia, a partire da un campionario tradizionale di temi e motivi, Dante scrive un componimento che presenta alcune rilevanti innovazioni sia rispetto alla tradizione letteraria sia all’interno della propria produzione poetica. Questa evoluzione è fondata principalmente sulla scelta di condurre alle estreme conseguenze l’intento di prendere come materia del canto, come scrive nella Vita nova, «quello che fosse loda di questa gentilissima» (XVIII 9). In Guinizelli e in Cavalcanti il motivo della “loda” era già presente, ma veniva trattato dal punto di vista del poeta. In Tanto gentile, Dante cancella tutti gli elementi soggettivi e si pone da un punto di vista oggettivo, universale e collettivo. L’obiettivo non è più puntato sugli effetti dell’amore sul poeta quanto sulla manifestazione visibile di una creatura dotata di qualità uniche. L’apparizione di Beatrice è rappresentata come un fenomeno universale, non come una percezione soggettiva. Come ha scritto Gianfranco Contini: «Il problema espressivo di Dante non è affatto quello di rappresentare uno spettacolo, bensì di enunciare, quasi teoreticamente, un’incarnazione di cose celesti e di descrivere l’effetto necessario sullo spettatore» (Esercizio di interpretazione sopra un sonetto di Dante, 1947). Queste parole, valide per Tanto gentile, sono applicabili forse a tutta l’opera di Dante. La Commedia, in fondo, non rappresenta semplicemente uno spettacolo: vuole enunciare una manifestazione di cose celesti e descrivere, attraverso quello spettatore singolo che si chiama Dante Alighieri, l’effetto su tutti gli spettatori possibili.

 

4. Nella Commedia, il personaggio che dice «io» e che corrisponde all’individuo storico di nome Dante Alighieri si imbatte di continuo tanto nei protagonisti della storia contemporanea quanto in figure minori o sconosciute e fa continuamente riferimento all’attualità; anzi, come spiega Cacciaguida nel Paradiso, l’invettiva rivolta ai grandi della storia è di per sé più giusta e più efficace. Inoltre, il poema è concepito come la storia di un “io” individuale che rappresenta tutta l’umanità; e tale vertiginosa equivalenza è resa ancora più vivida dal processo di glorificazione di una donna storicamente esistita che assurge al ruolo di guida ultraterrena e per la quale c’è un posto riservato tra i beati. Nella maggior parte dei poemi allegorici e delle visioni dell’aldilà medievali ci sono invece di regola solo tre tipi di personaggi: il narratore, che talvolta entra in scena in prima persona e talaltra si limita a descrivere, una serie variabile di personificazioni e moltitudini di personaggi anonimi. Nella Commedia le personificazioni scompaiono del tutto e trionfano i personaggi reali, che si tratti di figure storiche e letterarie (a partire da Virgilio) o di contemporanei e amici di Dante (dal padre di Cavalcanti a Carlo Martello). Tutti questi personaggi partecipano all’azione e sono rappresentati nella loro concretezza umana e storica, benché assunti in una prospettiva allegorica o figurale. E sono forse queste, assieme alla centralità di un personaggio che tende a coincidere con la personalità dell’autore, le differenze più importanti tra il poema di Dante e la tradizione medievale.

 

5. La letteratura nazionale è simile a una specie vivente. Come una specie vivente si sviluppa in modo diverso a seconda dei contesti e come in una specie vivente ciascun individuo condivide un patrimonio genetico che si considera sostanzialmente chiuso rispetto a quello di altre specie, benché il contatto e l’ibridazione tra letterature siano sempre fecondi. Il nostro patrimonio genetico è stato determinato in maniera decisiva da quello che, con un’etichetta antiquata ma esatta, si chiama il “padre della lingua e della letteratura italiana”. In questo codice genetico non c’è solo una lingua che parliamo ancora oggi e non ci sono solo personaggi che hanno vitalizzato per secoli la poesia, l’arte e il teatro; c’è anche un modo di porre l’autore sempre sulla scena e di consentirgli di prendere parola direttamente, di ascoltare e giudicare i personaggi (personaggi reali) o persino i lettori e soprattutto di esprimere, direttamente e senza filtri, amori, odi, sensazioni, idee. La presenza costante dell’io nella Commedia ci costringe quindi a fare i conti con una idea di letteratura completamente diversa dalla nostra. Se per la letteratura contemporanea si possono condividere pienamente le parole di Walter Siti (Contro l’impegno, 2021), «Il Bello non ha a che fare col Vero, e nemmeno col Bene», per Dante, al contrario, il bello è il vero e il vero è il bene. Scrivere «Mi chiamo Walter Siti, come tutti» (è l’incipit di Troppi paradisi), non è ovviamente come scrivere «Mi chiamo Dante Alighieri, come tutti». Ma è proprio questa scandalosa equivalenza del Bello (la forma) con il Vero e il Bene (il contenuto), sotto il segno di un io storico che si sovrappone all’io della finzione letteraria, la più potente eredità della Commedia.

 

Il ciclo Dodici parole. Un anno con Dante è curato e scritto da Marco Grimaldi.

 

1 Amore

2 Conoscenza

3 Donna

 

Immagine: Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura, anni '40 del XV secolo

 

Crediti immagine: see filename or category, Public domain, via Wikimedia Commons


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