08 marzo 2021

Colorare i discorsi

Per modo di dire…

Con quest’articolo di Lucilla Pizzoli, inizia una nuova rubrica di Treccani con cui vorremmo dire la nostra – tanto per dire! – sui modi di dire, intitolata – ed è tutto dire!Per modo di dire...

Prima ancora che qualcuno, trovando da dire (o da ridire) su questo titolo, pensi di dovercene dire quattro e magari è già partito a dire peste e corna, iniziamo col dire che Per modo di dire… intende rendere omaggio – non si fa per dire – all’omonimo volume pubblicato qualche anno fa da Ottavio Lurati.

La rubrica nasce per raccontare l’origine di alcuni modi di dire e stimolare l’interesse dei lettori nei confronti di un comparto così ricco di storia e di curiosità, pur nella consapevolezza che è impossibile dare conto nei dettagli di un patrimonio così vasto. Sarà curata da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli ma vedrà la partecipazione anche di altri studiosi, che settimanalmente proporranno ai lettori un modo di dire legato al tema del mese.

In questo primo mese, dedicato non a caso all’idea di “iniziare”, parleremo di Attaccare bottone (Alessandro Aresti), Rompere il ghiaccio (Antonio Montinaro), e di Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare (Rosa Piro); partiremo però non da uno modo di dire vero e proprio, bensì – eccezionalmente – da un motto latino, Per aspera ad astra (Rocco Luigi Nichil), sperando che questo possa essere di buon auspicio per tutti noi in questo momento difficile.      

Dal prossimo mese – che sarà dedicato alle citazioni d’autore, dalla letteratura al cinema – gli utenti potranno intervenire per chiedere di approfondire la storia di un modo di dire legato al tema proposto: mensilmente sarà selezionata una richiesta tra quelle pervenute alla redazione attraverso le pagine social di Treccani (entro la prima metà del mese).

E ora tutti pronti: partiamo in quarta!

 

 

I modi di dire (o espressioni idiomatiche, o fraseologiche, o anche frasi fatte) sono delle combinazioni di parole che presentano un legame piuttosto stretto tra loro, e che condividono alcune caratteristiche specifiche che li distinguono da altri aggregati come proverbi o tormentoni: innanzitutto, sono costituite da una serie di parole che si presentano in una sequenza piuttosto rigida e che non possono essere sostituite con altre; inoltre, non sempre è possibile interpretare l’espressione mettendo insieme il significato delle parole che la costituiscono. Per esempio, in mettere sul tappeto (detto di un argomento, di una questione che si vuole portare in discussione), si rimanda al tappeto del tavolo da gioco, e al linguaggio dei giocatori che su quel tappeto depongono le carte. L’espressione, fissata in ambito diplomatico, deriva dal francese mettre qqc. sur le tapis ed è attestata in senso figurato (dunque di qualcosa che si pone all’attenzione per discuterne) dalla fine del XVI secolo. Evidentemente quello specifico tappeto (o al limite il tavolo che ne è ricoperto) sono centrali nell’immagine, e il significato non potrebbe essere colto riferendosi a un comune tessuto destinato ad essere collocato sul pavimento.

 

Il senso figurato

 

Come si può vedere, una peculiarità dei modi di dire è la loro possibilità di essere usati in senso figurato: si parte da un dato esperienziale, ma ci si può distaccare dal significato più immediato per riferirsi a un concetto più generale. Continuando ad esemplificare, si può notare che i modi di dire costruiti con la parola patata si usano sempre per descrivere situazioni negative, chiaramente collegate allo scarso valore dell’ortaggio o alla sua forma sgraziata, ma in ognuno di essi si coglie un dettaglio specifico: in essere una patata si insiste sulla scarsa intelligenza, in (muoversi/cadere come) un sacco di patate sulla goffaggine e in naso a patata sulla forma poco elegante del naso, in patata bollente si rimanda alla proprietà della patata appena bollita di trattenere il calore dell’acqua (in questo caso si trasferisce il senso materiale del dolore della scottatura per alludere a quello provocato da una situazione difficile da gestire). Risulta un po’ più oscura invece l’interpretazione dello spirito di patata o di patate (espressione con cui si scredita una battuta sciocca, detta da qualcuno che pensa invece di essere arguto), che si riferisce a un tipo di alcool (spirito), ricavato dalla patata, con il quale vengono prodotti liquori meno pregiati rispetto a quelli derivati dai cereali.

 

Perché li usiamo?

 

Si spiega così perché si sono fissate – in ogni lingua – moltissime espressioni che si usano per dare una certa coloritura al discorso, per alludere a situazioni, moti dell’animo, pensieri, imprese o altro che possono essere rappresentate in una forma incisiva, che tutti immediatamente possono cogliere. A differenza di altri abbellimenti retorici, infatti, le espressioni idiomatiche funzionano solo se possono poggiare su una condivisione di fondo: è importante che chi deve interpretare il messaggio sia in grado di coglierne, non tanto le implicazioni storiche o etimologiche, ma senz’altro il senso traslato, il valore, il grado di formalità e in generale la carica espressiva. Prendere alla lettera le espressioni idiomatiche provocherebbe lo stesso senso di straniamento che si ottiene quando espressioni diffuse in altre lingue vengono tradotte parola per parola: il risultato è un’immagine insensata, spesso del tutto indecifrabile. Per questo le espressioni idiomatiche sono spesso accompagnate da forme di presa di distanza (per così dire, come si dice, come diciamo nel posto x, come dicono i tali, ecc.), che servono ad assicurarsi – specie quando si sospetta che l’espressione usata non sia poi così nota – che l’interlocutore alzi il livello di attenzione e si ponga in una condizione adatta a coglierne tutte le implicazioni, sia di significato, sia di stile.

Insomma, dominare il repertorio dei modi di dire costituisce la prova che i partecipanti allo scambio possono servirsi della lingua nella sua complessità, e possono comunicare facendo leva su un patrimonio di conoscenze comuni che arricchiscono di sfumature testi di vario livello. Proprio per questo è utile conoscere con esattezza il meccanismo di composizione di ciascuna espressione evitando di servirsene in modo approssimativo: una delle più comuni forme di dileggio dell’altrui imperizia linguistica è proprio basata sulla scarsa competenza di espressioni che un altro gruppo usa invece con sicurezza. Schernire chi prende lucciole per lanterne o fischi per fiaschi è da sempre un modo per sottolineare la propria superiorità, per ribadire che la lingua presenta tante insidie e che anche i modi di dire costituiscono una componente culturale importante per ogni lingua e sono un bagaglio di conoscenze indispensabili per dare spessore al proprio eloquio.

 

Perché ci interessano?

 

Dal momento che le espressioni idiomatiche sono il risultato di una stratificazione di significati, che parte da un uso concreto e poi si diffonde in forma figurata, spesso ci si trova di fronte a modi di cui non si conosce più l’origine e che risultano a volte anche molto distanti dall’ambito nel quale sono nati. Come per le parole, anche i modi di dire passano da un settore all’altro e proprio il fatto che diventino irriconoscibili rende più facile il loro riuso altrove: forse se fossimo coscienti del valore iniziale di certe espressioni faremmo maggiore resistenza ad usarle in contesti più generali. Basta pensare a entrare nel vivo (“passare alla parte più importante di qualcosa”), in origine riservato all’incidere la carne viva dopo essersi esercitati su cadaveri, oppure al lavaggio del cervello (calco dall’inglese brain washing), che, prima di essere usata scherzosamente in riferimento alla perdita di autonomia di giudizio, riguarda il trattamento di violenta coercizione psicologica e fisica che ebbe una concreta attuazione come tecnica di polizia in stati autoritari.

La curiosità che suscitano spesso i fatti di lingua riguarda dunque anche i modi dire, che come le parole semplici (e a volte in modo ancora più stabile) tengono in vita qualcosa del passato: può risultare sorprendente scoprire, come nei casi appena citati, il cambio di destinazione d’uso, oppure ritrovare in modi di dire ancora vitali le tracce di usanze ormai scomparse: in venire ai ferri corti (“arrivare a uno scontro più aspro”) ritroviamo il passaggio, nel combattimento corpo a corpo, dalle spade (armi lunghe) ai pugnali; in essere la copia carbone (“un’imitazione, non sempre di qualità analoga all’originale”) c’è la tecnica – usata fino a pochi decenni fa nella composizione dattiloscritta – di frapporre tra due fogli un foglio di carta sottile ricoperta da uno strato colorato per ottenere una copia. In altre espressioni figurate troviamo la piccola e la grande storia (Carlo Magno: farne quante Carlo in Francia; i moti del 1848: fare un quarantotto; essere una Caporetto, cioè una grave sconfitta, come la disfatta subita dall’esercito italiano nel 1917); riconosciamo personaggi del passato come i grandi filosofi (cercare con il lanternino, che ricorda la ricerca dell’Uomo condotta da Diogene), le figure mitologiche (Apollo come personificazione della bellezza, Ercole della forza, Narciso della vanità, Penelope della fedeltà), i luoghi immaginari (il paese di Bengodi, cioè un luogo – come spiega lo stesso nome – dove regna l’abbondanza); i passi dei Vangeli: sembrare Lazzaro risuscitato “avere un aspetto cadaverico”, lavarsi le mani (come Ponzio Pilato intento a liberarsi del peso della condanna di Gesù), dare a Cesare quel che è di Cesare (cioè a ciascuno il suo, secondo l’invito di Gesù a pagare le tasse ai romani dopo aver mostrato l’effigie dell’imperatore incisa sulle monete), fare da Marta e da Maddalena (cioè cose molto diverse tra loro, come i ruoli attribuiti ai due personaggi, simboli della vita attiva e di quella contemplativa).

 

Dal saper di sale all’andare in tilt

 

A differenza dei proverbi, che rimandano a una visione del mondo spesso superata, i modi di dire hanno una prospettiva di durata più stabile, perché applicabili a situazioni di portata più generale. Un certo ricambio è del tutto fisiologico, ma molte espressioni entrate in uso nei secoli passati sono tuttora largamente compresi e circolanti in testi di diversa tipologia e, specie nei linguaggi più recettivi, come quello giovanile, entrano in circolazione espressioni nuove legate alle scoperte tecnologiche e alla contaminazione tra linguaggi settoriali diversi (dal gioco del flipper arriva andare in tilt, dall’elettronica mettere in standby). Molte espressioni sono state immesse nell’uso dai grandi autori, che a loro volta le hanno trovate nella tradizione. Il saper di sale, nel senso di “essere difficile da sopportare”, riprende il monito di Cacciaguida nella commedia dantesca; l’immagine del vaso di coccio tra vasi di ferro, che Manzoni ha consegnato ai posteri come simbolo della fragilità di Don Abbondio, deriva da una favola di Esopo e prima che nei Promessi sposi è ripresa da La Fontaine. Gli esempi potrebbero continuare, ma nell’impossibilità di quantificare, in un ipotetico borsino delle parole, il reale impatto delle espressioni idiomatiche anche più comuni, ci si può limitare a qualche osservazione di portata generale: è un fatto che, soprattutto nella lingua parlata e in quella delle generazioni più giovani, la vitalità dei modi di dire si sia attenuata; tuttavia la componente idiomatica trova un uso frequente – a volte sconfinante fino al riuso stereotipico – soprattutto nella scrittura giornalistica. Complici l’efficacia delle immagini evocate, la necessità di ricorrere a un registro brillante per catturare l’attenzione dei lettori e la comodità di disporre di un materiale preconfezionato, nei giornali abbondano frasi fatte, anche rielaborate in forme più creative. Il fenomeno interessa anche le forme di scrittura digitate sul web, che spesso si avvalgono di analoghe tecniche retoriche. I modi di dire compaiono così come hashtag nei social network, come titoli di campagne di stampa, come slogan pubblicitari.  

 

I criteri di questa rubrica

 

Questa rubrica nasce per raccontare l’origine di alcuni modi di dire e stimolare l’interesse dei lettori nei confronti di un comparto così ricco di storia e di curiosità, pur nella consapevolezza che è impossibile dare conto nei dettagli di un patrimonio così vasto. Lo faremo dunque in modo rapsodico, senza la pretesa di offrire una classificazione sistematica. D’altra parte la natura stessa delle espressioni idiomatiche renderebbe difficile un ordinamento univoco. Molti sono i criteri adottabili e adottati da studiosi diversi nei tanti repertori lessicografici pubblicati finora: si potrebbe considerare un criterio temporale, per epoca di ingresso nella lingua italiana, per frequenza d’uso, per regione o lingua di provenienza, per registro. Qui si è adottato un criterio tematico, per parola chiave, che può essere completato in tanti modi: espressioni che si riferiscono ad animali (essere una mosca bianca, prendere il toro per le corna), a parti del corpo (avere la testa tra le nuvole, fare man bassa, non stare nella pelle), al cibo (essere un pezzo di pane, mettere troppa carne al fuoco) ai luoghi (essere in alto mare, cercare per mari e monti). Ma gli stessi modi potrebbero essere classificati anche in base ad altre parole chiave, come i colori (vedere rosso, mettere nero su bianco, raro come un cane giallo), oppure in base all’ambito di provenienza: dal mondo contadino, dai Vangeli, dalla guerra, dall’economia, dallo sport. Nessuno di questi criteri esclude gli altri: durante l’anno scopriremo dunque le tante facce di espressioni che ritroviamo nei testi italiani antichi e moderni e che aggiungono un po’ di brio (o di sale?) alla nostra lingua.  

 

 

Bibliografia

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Luigi Beccaria, Per difesa e per amore, Milano, Garzanti, 2006

Luigi Beccaria, Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura, Torino, Einaudi, 2007

Federica Casadei, Metafore ed espressioni idiomatiche. Uno studio semantico sull’italiano, Roma, Bulzoni, 1996

Tiziana Emmi, Le espressioni idiomatiche. Proposta per una tipologia dei dizionari fraseologici dell’italiano, in «Siculorum Gymnasium», N.S. a. LVIII – LXI 2005-08, pp. 675-719

Federico Faloppa, Modi di dire, in Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2011

Carlo Lapucci, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Garzanti – Vallardi, 19902

Ottavio Lurati, Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti, 2001

Ottavio Lurati, Per modo di dire... Storia della lingua e antropologia nelle locuzioni italiane ed europee, Bologna, CLUEB, 2002

Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha, Bologna, Zanichelli, 1992

Lucilla Pizzoli, Modi di dire, vol. 16 della collana Le parole dell’italiano, a cura di Giuseppe Antonelli, Milano, CdS, 2020

B. Monica Quartu, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Rizzoli 1993 (edizione online Hoepli)

Luca Serianni, Sulla componente idiomatica e proverbiale nell’italiano di oggi, in Lingua storia cultura: una lunga fedeltà. Per Gian Luigi Beccaria, a cura di Pier Marco Bertinetto, Claudio Marazzini, Elisabetta Soletti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010, pp. 69-88

Giovanna Turrini, Capire l’antifona. Dizionario dei modi di dire con esempi d’autore, Bologna, Zanichelli, 1995.

 

Immagine: Color band

 

Crediti immagine: nasir khan from Dhaka, Bangladesh, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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