17 maggio 2021

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

Questo articolo inaugura il tema del mese della rubrica Per modo di dire. Un anno di frasi fatte: i modi di dire danteschi. Si tratta di espressioni usate da Dante nella Divina Commedia che utilizziamo ancora oggi, spesso senza neppure sapere di citare il Sommo Poeta.

Seguiranno Galeotto fu il libro (Antonio Montinaro) e Stai fresco (Pierluigi Ortolano), mentre nell’ultima settimana, come nei mesi precedenti, saranno i lettori a scegliere: sulla pagina Facebook Per modo di dire. Un anno di frasi fatte potrete infatti indicare il modo di dire dantesco che vi interessa e Debora de Fazio lo approfondirà.

 

 

«Coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo»

 

Varcato l’ingresso dell’Inferno, luogo di dannazione da cui è esclusa ogni possibilità di salvezza («Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate» [Inf. III 9] recita l’eloquente quanto sinistro avvertimento alla sommità della porta), Dante si trova bruscamente immerso in una confusione di sospiri, lamenti, pianti, grida. Provengono dalle anime di coloro che hanno condotto un’esistenza, dice Virgilio, «sanza ’nfamia e sanza lodo» (v. 36): gli ignavi, quelli che in vita «mai non fur vivi» (v. 64), non presero mai posizione, non scelsero mai tra il bene e il male. Condannati ad andare dietro a un vessillo insignificante, in una sorta di grottesca processione, sono tormentati fino a sanguinare da sciami di vespe e mosconi (il loro sangue, che cola fino a terra, è il nutrimento di vermi ripugnanti): secondo la logica del contrappasso, il vessillo è simbolo del partito mai preso, le vespe e i mosconi di quello stimolo all’azione che mancò loro in vita. Dice ancora Virgilio:

 

Questi non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa:

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

(vv. 46-48)

 

Con l’ultimo verso – che potrebbe essergli stato ispirato da un analogo verso («trapassa e non ti caglia», v. 1778) del Trésor, opera del maestro Brunetto Latini (cfr. Latini 1985) – Dante esprime, per bocca di Virgilio, il proprio disprezzo per la categoria umana degli ignavi. Fra i quali è compreso nientemeno che un successore di Pietro, se «l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto» (vv. 59-60) è davvero, come ritiene la maggioranza dei commentatori, Celestino V, il papa che abdicò a pochi mesi dall’elezione, permettendo l’ascesa al soglio pontificio di Bonifacio VIII. Personaggio, quest’ultimo, fra i più invisi al poeta perché, nel propiziare la vittoria, nelle lotte intestine a Firenze, dei Guelfi neri sui Guelfi bianchi, sarà artefice indiretto del suo esilio (per suggerire come Bonifacio, ancora in vita quando il viaggio ultraterreno inizia, sia già destinato alla bolgia dei simoniaci, nel canto XIX Dante userà l’escamotage del dannato che lo scambia per l’aborrito papa).

Chi conosce la biografia del poeta non si sorprende della scelta di riservare un luogo apposito dell’Inferno (anzi, più correttamente, dell’Antinferno, nello spazio fra la porta d’ingresso e la riva dell’Acheronte) agli ignavi, al pari di lussuriosi e golosi, eretici e iracondi, violenti e traditori. Animato da una profonda passione civile, Dante partecipò attivamente alla vita politica della Firenze del suo tempo, arrivando a occupare posizioni di rilievo nell’ambito del governo cittadino (fu «[c]onsigliere comunale (diremmo oggi) fra il 1295 e il ’97»: Pasquini 2015: 28). Egli è un esempio illustre di intellettuale impegnato che, rifiutando lo sdegnoso isolamento dal mondo nella torre d’avorio, mette le proprie idee e il proprio ingegno al servizio della comunità di appartenenza. La condanna dantesca del disimpegno e dell’apatia civile e politica è paragonabile a quella che sarà espressa seicento anni più tardi, sulle pagine del giornale “La città futura” (numero unico, datato 11 febbraio 1917), da Antonio Gramsci:

 

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

 

Il motto dantesco tra (pseudo)citazioni e meme

 

Con la diffusione dei social media è letteralmente esploso il fenomeno del citazionismo, la pratica di accompagnare una qualsiasi affermazione con una frase, divenuta più o meno proverbiale, pronunciata da (o attribuita a) un personaggio di riconosciuta autorevolezza (un uomo politico, un romanziere, un poeta, un filosofo, ecc.). Le citazioni, come ci insegna la retorica, sono «i veicoli dell’argomento d’autorità», «per cui si attribuisce valore probante all’opinione di un esperto, di un maestro (“ipse dixit”), di un personaggio illustre» (Mortara Garavelli 200811: 77).

Nella classifica degli eserghi più sfruttati nei discorsi e nelle interazioni social un posto tutt’altro che irrilevante è occupato dal verso dantesco di cui qui ci occupiamo, con la precisazione che, rispetto al significato assunto nel contesto originale, nell’uso odierno esso non veicola esattamente un sentimento di riprovazione verso gli indolenti e i pusillanimi, verso quei membri della collettività che abdicano ai doveri politici, sociali e morali che l’appartenenza a tale collettività imporrebbe. Piuttosto, esprime quell’atteggiamento di superiorità e noncuranza nei confronti di una malignità, una provocazione, un attacco, un insulto proveniente da un interlocutore la cui pochezza e meschinità sono tali da non meritare una nostra risposta, e quindi la nostra considerazione. È l’atteggiamento, per esempio, fatto proprio di recente da Dario Franceschini, nell’ambito delle polemiche seguite a un articolo del quotidiano tedesco “Frankfurter Rundschau”, pubblicato lo scorso 25 marzo (il giorno in cui in Italia si celebrava il secondo Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, di cui quest’anno ricade il settecentenario dalla morte), nel quale l’estensore avrebbe malevolmente cercato di ridimensionare l’importanza di Dante per la storia letteraria e culturale italiana ed europea: in qualità di ministro della Cultura, Franceschini ha voluto “rispondere” a suo modo citando proprio il verso dantesco (fig. 1).

Fig. 1

Per fortuna Franceschini non è inciampato nella tanto vituperata (dai guardinghi “filologi” del web) pseudocitazione Non ti curar di loro, ma guarda e passa, diversamente da quanto accaduto al noto giornalista Beppe Severgnini in una risposta, datata 2 gennaio 2007, a un lettore del suo blog Italians, sul sito web del Corriere della Sera: Severgnini è stato prontamente redarguito dai vigili utenti del suo frequentatissimo spazio di discussione. A parziale discolpa del giornalista va detto che questa variante, che il Treccani online (s.v. non ti curàr di lór, ma guarda e passa) definisce un’«[a]lterazione popolare», ancorché filologicamente errata (ma inattaccabile, a dire il vero, se non virgolettata), è più diffusa: una ricerca su Google delle stringhe Non ti curar di loro e Non ti curar di lor restituisce rispettivamente 47.300 e 10.800 risultati, mentre di Non ragioniam di loro e Non ragioniam di lor le attestazioni sono, nell’ordine, 11.600 e 22.700.

La gaffe, comunque, non è neanche lontanamente paragonabile a quella di cui si è reso responsabile il neosottosegretario all’Istruzione, in quota Lega, Rossano Sasso, il quale, in un post su Facebook dello scorso febbraio, ha attribuito a Dante la massima Chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto: peccato, però, che a pronunciarla non sia stato l’Alighieri bensì Topolino, in una parodia disneyana della prima cantica, L’Inferno di Topolino, pubblicata tra il 1949 e il 1950, in cui il celebre topo vestiva i panni del poeta della Divina Commedia.

La variante Non ti curar… non è, una volta tanto, da imputare all’azione “manipolatrice” del famigerato web: si direbbe, infatti, assai diffusa già negli anni Cinquanta, se nel film di Dino Risi Pane, amore e…, del 1955, è pronunciata da uno dei protagonisti, il comandante dei vigili urbani Carotenuto (interpretato da Vittorio De Sica). La scena è la seguente: la procace pescivendola Sofia (Sofia Loren), che ha ricevuto una visita in casa da Carotenuto, suo spasimante, viene richiamata al balcone dalle sguaiate urla, provenienti dalla strada, a lei indirizzate da una donna: questa la accusa di aver favorito per un posto di vigile urbano, grazie al suo ascendente sul comandante, un giovane del paese, Nicolino (per il quale, in effetti, Sofia nutre una certa “simpatia”, pienamente ricambiata). La pescivendola, infuriata, si appresta a scendere in strada per affrontare l’avversaria, ma il giudizioso Carotenuto la dissuade: «Voi non dovete abbassarvi! […] non ti curar di lor!».

Oggi l’ampia diffusione della variante si misura anche dalle numerose declinazioni scherzose, ad opera dei buontemponi della rete, circolanti in forma di meme (figg. 2, 3 e 4).

Fig. 2 (fonte: https://besti.it/65055/NON-TI-CURAR-DI-LORO,-MA-MAGNA-E-BASTA).

Fig. 3 (fonte: https://www.pinterest.it/pin/468796642443797106/).

Fig. 4 (fonte: https://www.pinterest.it/pin/589338301213709332/).

L’ultima delle tre esprime quell’invito, scherzoso ma non troppo, a reagire a un attacco rendendo pan per focaccia, piuttosto che a passarvi sopra “signorilmente”. Come, con parole quasi identiche, D’Annunzio suggeriva di fare, nei confronti dell’opposizione antifascista, a Benito Mussolini, come si legge in un telegramma del marzo 1926 (che riporto di seguito nella sua interezza):

 

Non ti curar di loro ma guarda e schiacciali. Torno al Vittoriale e poi ritorno qui per stare al Campo della Promessa. Riceverai lunga lettera con notizie e proposte. Ti abbraccio. Gabriele D’Annunzio (da Gatti 1956: 420).

 

Un invito che sappiamo bene essere stato, purtroppo, pienamente recepito.

 

Bibliografia

Gatti, Gugliemo, Vita di Gabriele D’Annunzio, Firenze, Sansoni, 1956.

Latini, Brunetto, Il Tesoretto, introduzione e note di Marcello Ciccuto, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1985.

Mortara Garavelli, Bice, Manuale di retorica, Milano, Bompiani, 200811 (prima ed.: 1988).

Pasquini, Emilio, Vita di Dante. I giorni e le opere, Milano, BUR saggi, 2015 (prima ed. BUR: 2006).

Treccani online = Vocabolario Treccani.

 

Il ciclo Per modo di dire. Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

 

Immagine: Canto III de L'Inferno

 

Crediti immagine: Dante-Handschrift Ende des 15. Jahrhunderts, Vatikanische Bibliothek zu Rom, Public domain, via Wikimedia Commons


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