11 giugno 2021

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

 

Con questo modo di dire ancora una volta partorito dall’ingegno di Dante Alighieri rispondiamo alla domanda posta dalla nostra lettrice Giusi il 28 maggio scorso sulla pagina Facebook Per modo di dire. Un anno di frasi fatte.

Siamo nuovamente nella prima cantica, e seguendo un percorso a ritroso (dopo le citazioni dal XXXII di Pierluigi Ortolano, Stai fresco!, e dal V di Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro) ritorniamo al terzo canto, là dove nasce anche il modo di dire trattato per questa rubrica da Alessandro Aresti (Non ragioniam di lor, ma guarda e passa).

Quello di cui ci occupiamo è l’ultimo dei nove versi che compongono l’iscrizione sulla porta dell’Inferno, la sua terribile chiusa:

 

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e 'l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

(Inf. III, vv. 1-9)

 

Dante scorge queste parole «scritte al sommo d’una porta», quella che conduce all’Inferno, come spiegherà Virgilio: nella lunga prosopopea, splendida invenzione dantesca che rimarca il grave ammonimento per chi entra, si mescolano suggestioni classiche e bibliche (Isaia, il vangelo di Matteo, il ricordo virgiliano, ma anche la consuetudine medievale di porre sulla porta delle chiese, dei cimiteri o anche delle città iscrizioni in cui ci si rivolge alla persona che sta per accedere al luogo).

Le tre terzine sono giustamente notissime, splendide nella loro cesellatura (retorica e lessicale): la martellante anafora tripartita nella prima terzina (per me si va), le perifrasi (città dolente, perduta gente), le figure etimologiche (dolente, dolore; etterne, etterno), ecc.

In particolare il passaggio dalla prima terzina all’ultima linea è segnato semanticamente mediante un «graduale crescendo dell’immagine: il dolore, l’eternità del dolore, l’ineluttabile perdizione» (Grabher 1953: 30) che porta all’esortazione lapidaria ad abbandonare ogni speranza: la loro pena è per sempre. È il grande tema metafisico dell’eternità delle pene infernali (ai dannati è negata anche la speranza, ossia la fiduciosa attesa di un bene: EncDant s.v. speranza) che accompagnerà costantemente il Poeta nella prima parte del suo viaggio e che qui si preannuncia «in una delle sue più allucinanti orchestrazioni» (Fabbri 1963: 42).

Bosco-Reggio (1993: 36) notano in questo verso una eco virgiliana delle tante che percorrono il poema: «facilis descensus Averno, / noctes atque dies patet atri ianua Ditis; / sed revocare gradum superasque evadere ad auras, / hoc opus, hic labor est» (Eneide VI, vv. 126-29; ‘facile è scendere nell’Averno, giorno e notte la porta di Dite è aperta; ma ritornare sui propri passi e uscire alla luce, qui sta lo sforzo e la difficoltà’).

 

Citazioni e riprese letterarie

 

Che il verso sia diventato ben presto noto lo dimostrano i numerosi commenti danteschi: da Boccaccio («quia in inferno nulla est redemptio») a Guido da Pisa, da Cristoforo Landino a Giovan Battista Gelli («orribilissima sentenzia») a Guiniforte Barzizza («parole orribili»), per non parlare della magistrale interpretazione che, nell’ottica complessiva del canto, ne dà Francesco De Sanctis nella sua insuperabile Storia della letteratura italiana (p. 211).

Così come sue citazioni – integrali e non – ricorrono a macchia di leopardo in varie opere letterarie. Partiamo dal primo caso. Dalle Rime dubbie di Antonio Tebaldeo («Perché ogni aiuto, consiglio e governo / ho perso, e gionto in tanta avversitate,/ in lacrimosa vita, in pianto eterno, / abiterò con l'anime dannate / portando il breve ch'è scritto a lo 'nferno: / “Lasciate ogni speranza voi ch'entrate”»: cfr. BibiIt), alle Lettere di Isabella Andreini Canali (attrice, scrittrice e poetessa vissuta nella seconda metà del ’500, cfr. Pannella 1974) al duca Carlo Emanuele I di Savoia: vi è riportato un amoroso contrasto fra Pirro e Mutia in cui, secondo un consolidato cliché, è presente il seguente scambio di battute:

 

«[…] si che lasciate ogni speranza d’havermi per moglie»

«Sareste voi mai per mia sventura la porta dell’inferno sopra della quale è scritto, lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate?»

«Peggio, se peggio si può credere»

(Andreini Canali 1634: 392)

 

Nel ’700 è in una tragedia in italiano di Carlo Goldoni, Enrico re di Sicilia (1736): «Potessi anch’io dalle moleste cure / della Corte sottrarmi. Ma può dirsi / a colui ch’una volta ivi s’inceppa: “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”» (atto quarto, scena prima).

Citazioni parziali del verso (con varie soluzioni, come mostreremo meglio più avanti), rimandi e riprese sono anche più diffusi. Solo qualche esempio: «“[…] Lasciate ogni tristezza, o voi che intrate”. / Queste parole de un color iocondo / sopra la porta di la gran cittate / de or vidi scripte in un marmoreo tondo» (1510, Antonietto Campofregoso, Cerva bianca, GDLI s.v. marmoreo), «Io n’abbia a uscir, ogni speranza è tolta» (1545, Ludovico Ariosto, I cinque canti, p. 1782), «Tu brami questo mal, io quel desio; / né io posso te, né tu me tór d’impaccio. / Or chiariti a bastanza / del fato rio, lasciamo ogni speranza» (1584-85, Giordano Bruno, De gli eroici furori, GDLI s.v. chiarito), «Re caduti, lasciate ogni speranza» (1806, Vincenzo Monti, Il bardo della Selva nera, cfr. BibiIt), «Ma il mio sperare finora è riuscito vano, né sento di aver fatto guadagno. Troppo grave è il mio male; tutta la metà sinistra del mio corpo è sempre perduta, non mi restando altro di vivo che il cuore, nel quale non ha più luogo che il sentimento della mia disgrazia, e mi risuona dentro la fantasia a tutte l’ore una voce che mi grida quel terribile verso: Lasciate ogni speranza, ecc.» (1826, Vincenzo Monti, in una lettera a Gian Giacomo Trivulzio, scritta dopo aver subito un colpo apopletico; cfr. BibiIt).

 

Tra citazione e modo di dire

 

Se nella letteratura non mancano certamente richiami, possiamo senz’altro affermare che a fare da cassa di risonanza al verso dantesco, tanto da farlo entrare nella lingua comune ad indicare variamente situazioni di difficoltà o di pericolo (perlopiù in modo scherzoso), siano stati i mezzi di comunicazione, la stampa in primis (come osservato da Serianni 2010), ma non solo, come vedremo. Allo stesso modo dalla documentazione risulta abbastanza chiaro come il fenomeno abbia avuto il suo acme proprio a partire dalla fine dell’Ottocento, con una decisa impennata nella seconda metà del Novecento.

Dagli archivi storici de La Stampa e del Corriere della sera possiamo estrapolare numerose attestazioni dell’espressione. La prima ricorrenza nel quotidiano torinese presenta già, precocemente, una riformulazione del verso (se ne conserva la prima parte, ma se ne modifica la seconda): «lasciate ogni speranza, o voi che uscite» (26 novembre 1869, p. 2; si parla della fine del terzo ministero Menabrea sostituito da uno presieduto da Lanza). La struttura si ritrova, pochissimi anni dopo, anche nel giornale di Milano: «ma sembra ch’egli dica “lasciate ogni speranza o voi che udite”» (Corriere della Sera, 25 gennaio 1880, p. 2, così il giornalista commenta un discorso di Giuseppe Saracco).

 

A questa altezza cronologica, però, prevale ancora la mera citazione legata a contesti che richiamano molto da vicino il famoso passo del terzo canto. Qualche esempio tratto da La Stampa: «Ho detto ci minaccia; ma non devo aver detto esatto per molti mal maritati ai quali la proposta del Morelli piacerà. Essi crederanno di veder levate dal portone del loro inferno matrimoniale la scritta dantesca “Lasciate ogni speranza, o voi che siete entrati”» (17 maggio 1878, p. 1; a proposito di una quanto meno precoce proposta di legge sul divorzio presentata dal socialista Salvatore Morelli, il quale «ha la specialità – sempre per La Stampa – dei progettini di legge mezzo serii e mezzo umoristici, purché c’entri il gentil sesso in qualsiasi modo e forma»), «Oh, per quei disgraziati si possono veramente ripetere le parole che Dante ha messo al sòmmo della porta dell’inferno “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. La galleria del Gottardo è il loro inferno» (6 marzo 1880, p. 1; in riferimento allo sfruttamento del lavoro minorile); «[…] e segna sulla porta della Corte d’Assise: lasciate ogni speranza o voi ch’entrate» (14 febbraio 1884, p. 3), «E qui, davanti a questo tunnel, si tratta definitivamente ora d’entrarci o di non entrarci. “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”» (17 ottobre 1929, p. 3), «Divampa la guerra mondiale. Se Londra aveva una porta una porta aperta alle spie tedesche, su di essa si sarebbe dovuto leggere il verso di Dante “lasciate ogni speranza voi che entrate”» (28 maggio 1931, p. 1), «All’ingresso dello stadio potrà figurare il verso “Lasciate ogni speranza voi che entrate…” e non sarà certamente rivolto ai tifosi fiorentini!» (24 settembre 1932, p. 3).

 

Variazioni sul tema

 

Decisamente di minore frequenza, ma tutt’altro che assente, è poi l’impiego soltanto della prima parte del verso, Lasciate ogni speranza. Esso compare sia nel corpo del testo, sia come titolo di articoli di argomenti disparati: dalla politica interna (Corriere della Sera, 19 marzo 1878, p. 1, in cui si deplora l’incapacità della Sinistra di restare unita) alla cronaca (La Stampa, 24 novembre 1904, p. 2, a proposito di usa sentenza emessa dal tribunale di Versailles sul diritto dei viaggiatori in treno di suonare il campanello d’allarme in caso di bisogno urgente), fino agli affari esteri (Corriere della Sera, 18 settembre 1877, p. 2). Qualche esempio: «poveri potenti, lasciate ogni speranza!» (La Stampa, 25 febbraio1874, p. 2), «senza quella bacchetta magica del denaro lasciate ogni speranza» (La Stampa, 10 marzo 1875, p. 1), «No, non si può dire altro ai monarchici se no come dice il nostro poeta “Lasciate ogni speranza”» (La Stampa, 14 aprile 1931, p. 1).

La formula ricorre anche nel titolo di un film (Lasciate ogni speranza) degli anni Trenta (esce nel 1937) del regista Gennaro Righelli che racconta la storia di un impiegato teatrale, “maniaco dantista”, a cui il Poeta rivela in sogno i numeri per fare una quaterna, ma anche la data della sua morte.

Una riformulazione del modo di dire ricorre nella pubblicità delle pillole Pink (utili per debellare l'anemia e varie altre patologie) che utilizza lo slogan Non “lasciate ogni speranza” (La Stampa, 19 marzo 1903, p. 3; Corriere della Sera, 13 luglio 1916, p. 2).

A partire dalla seconda metà del secolo scorso poi l’espressione idiomatica si svincola con decisione dal contesto originario e diventa di uso frequente, a volte fino a sconfinare nello stereotipo (Pizzoli 2020 e 2021), soprattutto come ingrediente dello stile brillante.

E come tale il verso dantesco ha subito e continua a subire modificazioni e riscritture con varie soluzioni. Ne presentiamo una veloce carrellata tratta questa volta da la Repubblica:

- variazione della seconda parte del verso (spesso seguita da una frase che funge da nota esplicativa): «Lasciate ogni speranza, o voi che non ci avete pensato in tempo: non ci sono più biglietti per il concerto del beniamino del festival: Uto Ughi» (14 settembre 2000, p. 10), «Lasciate ogni speranza, voi che ricorrete» (14 aprile 2004, p. 5), «Lasciate ogni speranza voi che ci visitate...» (26 agosto 2010, p. 1), «lasciate ogni speranza e andate a piedi» (15 marzo 2013, p. 3);

- mutamento nel vocativo, anche qui con inserti che servono a chiarire il contesto: «lasciate ogni speranza, o pirati della strada: beffare l’autovelox non si può, e nemmeno protestare dopo la notifica dell’infrazione commessa» (31 agosto 2001, p. 2), «Lasciate ogni speranza o voi nigeriani che entrate in Italia» (20 settembre 2000, p. 58);

- corredamento con un’espansione dell’espressione idiomatica, che però resta intatta: «lasciate ogni speranza o voi che entrate (almeno per oggi, a Roma) è scattato a mezzanotte lo sciopero nazionale dei trasporti locali che rischia di mettere in ginocchio la città» (16 dicembre 2002, p. 1), «lasciate ogni speranza o voi ch’entrate nella stazione di Mergellina...» (14 aprile 2009, p. 1).

 

Pseudocitazioni da Mike ad oggi

 

Giovedì 27 settembre 1956, a Lascia o raddoppia, celeberrimo programma della paleotelevisione condotto da Mike Bongiorno, si presenta la signorina Lucia Verde di Napoli. La sua materia è “frasi, versi, aforismi e motti celebri”. Il presentatore le rivolge la prima (che poi sarà anche l’ultima) domanda: «L’ultimo verso dell’iscrizione sulla porta dell’inferno dantesco è diventata proverbiale perché insegna a non cullarsi troppo ciecamente nelle illusioni e nelle speranze. Qual è questo verso?» (La Stampa, 28 settembre 1956, p. 4). La candidata risponde «Perdete ogni speranza voi che entrate». Mike la corregge, con piglio da filologo, e la congeda con un signorile «Sono dolente. Buona sera signorina».

A parte la curiosa interpretazione che gli autori del programma proponevano del nostro verso dantesco, è interessante notare che la gaffe è tutt’altro che isolata (come succede per altre citazioni dantesche, come ha ben mostrato Alessandro Aresti in questa stessa rubrica per Non ragioniam di lor, ma guarda e passa). Da una ricerca su Google infatti si possono rinvenire oltre 3000 risultati dell’errata formulazione che è tutt’altro che isolata anche nella stampa, con diverse soluzioni (qualche esempio da la Repubblica: «Niente, perdete ogni speranza» (8 luglio 1988, p. 52), «Ed è una specie di “perdete ogni speranza, voi che ci provate”» (14 aprile 1995, p. 7) «... Manca solo la scritta “Perdete ogni speranza o voi che entrate”» (28 settembre 2002, p. 2), «In via Marina perdete ogni speranza voi che guidate» (1 settembre 2008, p. 1).

 

Un verso notissimo, il nostro, non solo in Italia e in italiano: Carbonaro (2006: 205) ne documenta l’uso proverbiale già nel sedicesimo secolo nell’isola di Creta, attestato anche nell’opera didattico-moraleggiante Παλαιἁ καὶ Νέα Διαθήκη, Antico e Nuovo Testamento, che narra di una discesa nell’Ade, in cui vi è una forte somiglianza con la linea dantesca (il suo autore, Ioannikios Kartanos, era però stato imprigionato a Venezia).

Un’ulteriore testimonianza della fortuna “pop” del padre della nostra lingua, le cui parole continuano a risuonare ad ampio raggio: slogan e nomi di locali pubblici, titoli di libri (Alessandro Locatelli, Lasciate ogni speranza, voi che taggate, Milano, Rizzoli, 2015; Nicolás Arispe, Lasciate ogni pensiero o voi ch'intrate, Modena, Logos, 2018), meme, hashtag nei social network (come opportunamente notato da Pizzoli 2021), canzoni (come non ricordare il tormentone estivo di qualche anno fa, Tra le granite e le granate, firmato Francesco Gabbani: e sulle spiagge arroventate/ lasciate ogni speranza voi ch'entrate).

E infine, mi si permetta una nota di colore personale: la scritta, filologicamente inappuntabile, ha campeggiato per un paio d’anni sulla porta di una classe quinta del Liceo in cui ho insegnato (vergata su un banale pezzo di cartone). Quella volta l’avvertimento era rivolto a noi, poveri docenti, che ponevamo piede in quell’aula.

 

 

Bibliografia minima di riferimento

Andreini Canali 1634 = Isabella A. C., Lettere della signora Isabella Andreini padovana, Comica Gelosa, & Academica Intenta, nominata l’Accesa. Aggiuntovi di nuovo li Ragionamenti piacevoli dell’istessa, Venezia, Combi.

Archivio Corriere della Sera.

Archivio la Repubblica.

Archivio storico La Stampa.

BibiIt = Biblioteca italiana.

Aresti 2021 = Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, in Lingua italiana Treccani, 17 maggio 2021.

Bosco-Reggio 1993 = Umberto B.- G. Reggio (a cura di) 1993, Dante Alighieri. La Divina Commedia, Firenze, Le Monnier.

Carbonaro 2006 = Giovanna C., Il viaggio nell'Ade nella letteratura cretese del XV-XVI secolo, in Medioevo romanzo e orientale. Il viaggio nelle letterature romanze e orientali, V Colloquio Internazionale Medioevo romanzo e orientale – VII Convegno della Società Italiana di Filologia romanza (Catania-Ragusa 24-27 settembre 2003), a cura di G. Carbonaro, M. Cassarino, E. Creazzo, G. Lalomia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, pp. 199-212.

De Sanctis 1996 = Francesco D.S., Storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi.

GDLI = Grande Dizionario della Lingua Italiana, diretto da S. Battaglia e G. Barberi Squarotti, 21 voll., Torino, UTET, 1961-2002, con due Supplementi diretti da E. Sanguineti, 2004 e 2009, e un Indice degli autori citati a cura di G. Ronco, 2004.

Fabbri 1963 = Dante Alighieri. La Divina Commedia, Milano, Fratelli Fabbri Editori.

Grabher 1953 = Carlo G., La Divina Commedia, Principato.

Pannella 1974 = Liliana P., Canali, Isabella, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XVII.

Pizzoli 2020 = Lucilla P., Modi di dire, Milano, R.C.S. MediaGroup.

Pizzoli 2021 = Lucilla P., Colorare i discorsi, in Lingua italiana Treccani, 8 marzo 2021.

EncDant = Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana fondata da Giovanni Treccani, vol. V (SAN-Z), 1984.

Segre 1954 = Cesare S. (a cura di), L. Ariosto, Opere minori, Milano-Napoli, Ricciardi.

Serianni 2010 = Luca S., Sulla componente idiomatica e proverbiale nell’italiano di oggi, in Lingua storia cultura: una lunga fedeltà. Per Gian Luigi Beccaria, a cura di Pier Marco Bertinetto, Claudio Marazzini, Elisabetta Soletti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, pp. 69-88.

 

 

Il ciclo Per modo di dire... Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Pierluigi Ortolano Stai fresco!

Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro

 

Immagine: Inferno, Canto III

 

Crediti immagine: Gustave Doré


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