18 giugno 2021

Fare la mosca cocchiera

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

Questo articolo inaugura il percorso tematico del mese di giugno 2021 “Favole, fiabe e altre storie”, all’interno della rubrica “Per modo di dire. Un anno di frasi fatte”. Si tratta di espressioni che si trovano nelle favole, nelle fiabe o nei racconti e che sono diventati modi di dire nella lingua italiana.

Seguiranno “Brutto anatroccolo” (Lucilla Pizzoli) e “Avere la coda di paglia” (Giulio Vaccaro), mentre nell’ultima settimana, come nei mesi precedenti, saranno i lettori a scegliere: sulla pagina Facebook “Per modo di dire. Un anno di frasi fatte” potrete infatti indicare il modo di dire inerente alle favole, alle fiabe o altre storie che vi interessa e che Rocco Luigi Nichil approfondirà.

 

La mosca è un animale fastidioso, è risaputo, e per le sue caratteristiche, di cui ogni essere vivente fa esperienza, si ritrova citata in alcuni modi di dire che ne rimarcano la sgradevole ostinazione a importunare chiunque prenda di mira. In araldica, inoltre, l’immagine della mosca è usata come elemento decorativo di blasoni nobiliari: l’insistenza nel molestare infatti è stata assimilata, in questi casi, alla tenacia nella battaglia (Volpicella 2008: 221). Tra le espressioni più famose in cui ricorre il nostro insetto segnaliamo essere il figlio della mosca bianca o essere una mosca bianca per indicare una persona che ha doti rare all’interno di un gruppo; e ancora non si può avere il miele senza le mosche per dire che per ogni traguardo, per ogni bene raggiunto, si deve mettere sempre in conto di riceverne qualche fastidio; e, infine, fare la mosca cocchiera con cui si suole additare chi, pur non avendone capacità e requisiti, si illude o si vanta di possederli, pretendendo di guidare altri o di assumersi responsabilità.

 

L’origine dell’espressione

 

Fare la mosca cocchiera è la traduzione italiana del modo di dire francese (faire / jouer) la mouche du coche, ossia ‘(fare / comportarsi come) la mosca della carrozza, come la mosca cocchiera’ con cui in francese si allude a un aiuto molto vantato ma in realtà inconsistente (Biason 2002: 243). L’espressione si diffonde in francese dopo la pubblicazione delle favole di Jean de La Fontaine nel 1671, tra le quali si trova la favola La coche et la mouche (‘La carrozza e la mosca’), che riportiamo di seguito in traduzione italiana e che abbiamo riadattato dalla traduzione di Emilio De Marchi:

 

La carrozza e la Mosca

Per una strada lunga, erta, sassosa e tortuosa, esposta al sole, procedevano a stento sei robusti cavalli, tirando una Carrozza. I viaggiatori, donne, vecchi e frati, avendo pietà dei cavalli, erano scesi: i cavalli sudati e trafelati erano lì lì per cedere, quando arriva una Mosca, che volando, punzecchiando di qua, ronzando di là, pensa che tocchi a lei spingere la carrozza. Si posa sul timone, poi siede sulla punta del naso del cocchiere e quando vede che la carrozza bene o male cammina, si imbaldanzisce tutta la sciocchina.

Va e viene e si riscalda con la boria di un grande ufficiale, quando spinge in battaglia i soldati dispersi verso la vittoria.

- E non vi pare indegno, - pensava quella stolta bestiola, - che a spingere sia sola, mentre quel frate legge tranquillamente il breviario e questa donna canta? Forse che cantando si tira la carrozza? -.

Intanto che l’insetto ronza queste note moleste, la carrozza arrivò su in cima. E la Mosca: - Buon Dio, siamo finalmente arrivati su queste alte colline. Ehi, signori cavalli, ringraziatemi, la strada diventa pianeggiante, dovreste pagarmi per ciò che ho fatto! -.

Così fanno certi arruffoni che in alcune iniziative sembrano essere indispensabili e invece rovinano tutto, gente importuna, inutile e noiosa (La Fontaine, Favole, VII, IX).

 

Mette conto di ricordare che La Fontaine aveva preso spunto dalla favola di Fedro La mosca e la mula:

 

Una mosca posata sul timone del carro rimproverava la mula dicendo: «Come sei lenta! Non vuoi camminare più in fretta? Bada che non ti punga il collo con il mio stiletto». Quella rispose: «Le tue parole non mi turbano; temo invece questo qui che, seduto a cassetta, tenendomi aggiogata mi dirige con la frusta e trattiene la mia bocca con il morso che si copre di schiuma. Perciò smettila con la tua sciocca arroganza; so bene quando c’è da prendersela comoda e quando correre». Con questa favola si può deridere a ragione chi non vale nulla e pronuncia vane minacce (Fedro, Favole).

 

In entrambi i casi, il personaggio della Mosca svela l’attitudine tutta umana di questo insetto di attribuirsi capacità e meriti che non ha: nella favola di Fedro pretenderebbe di pungere la Mula con il suo stiletto nel caso questa non aumentasse il passo, una minaccia dinanzi alla quale la Mula ovviamente non si scompone, ma anzi definisce l’insetto sciocco e arrogante, dal momento che la puntura di una mosca non sarà mai temibile quanto la frusta del padrone che la obbliga a camminare più rapidamente. La Mosca, infatti, si era illusa invano di poter spingere la Mula ad avanzare con i suoi punzecchiamenti. Nella favola di La Fontaine, invece, la Mosca si vanta di aver trascinato una carrozza e i suoi cavalli fino alla cima della collina, illudendosi che saltellare dal naso del cocchiere al muso dei cavalli sia stato determinante per affrontare la ripida salita. Benché il personaggio di Fedro e La Fontaine abbiano caratteristiche simili, in italiano è passata soprattutto la morale mediata dalla favola di La Fontaine, da cui emerge il comportamento di chi si attribuisce meriti che non ha in imprese realizzate da altri.

 

Chi ha usato il modo di dire per la prima volta?

 

Il primo a introdurre l’espressione mosca cocchiera in italiano in forma plurale, poi diventata un vero e proprio modo di dire e usata soprattutto al singolare, fu quasi certamente Giosuè Carducci che, in un articolo dal titolo polemico Mosche cocchiere, allude chiaramente alla morale della favola francese di La Fontaine. Prima del poeta toscano, troviamo l’espressione mosca del cocchio, ossia ‘mosca della carrozza’ (una traduzione letterale del titolo della favola di La Fontaine La mouche du coche), utilizzata sempre con vena polemica in testi ottocenteschi (cfr. GDLI s.v. cocchiere; Spongano 1980: p. 338; Lurati 2001: pp. 567-568).

Migliorini (1975: p. 72) conferma la paternità di Carducci che aveva usato l’espressione nel 1897, nell’articolo citato, in risposta a due interventi del venticinquenne Ugo Ojetti, in merito a questioni di lingua e letteratura italiane. In un articolo uscito nella «Revue de Paris» nel 1896 e in un discorso tenuto a Venezia e poi pubblicato nella «Vita italiana» il 21 aprile dello stesso anno (per la ricostruzione della polemica attingiamo da Tomasin 2007), Ugo Ojetti aveva sostenuto, in linea con gli epigoni manzoniani, che non vi fosse in Italia una capitale culturale capace di assicurare unità e organicità alla produzione letteraria italiana, che non vi fosse ancora una lingua letteraria condivisa da tutti gli scrittori e che mancavano scuole (fatta eccezione per i Veristi) che potessero orientare le scelte dei letterati. In entrambi gli articoli è citato Carducci, riconosciuto come poeta influente ma solo per un circolo ristretto di allievi, eccessivamente critico nei confronti della poesia dei giovani poeti e considerato a cavallo di due epoche letterarie, quella della tradizione e quella nascente. Ojetti, inoltre, vagheggiava una «letteratura mondiale», che trascendesse le tradizioni letterarie nazionali. La risposta di Carducci non tardò: nel suo testo non si cita mai Ojetti, ma sono ripresi punto per punto i temi toccati nei due interventi del 1896. Alla letteratura mondiale, Carducci opponeva il programma classicista, mentre alla questione della mancanza di un’unità linguistica letteraria sostenuta da Ojetti (che è accostato ai manzoniani) opponeva l’evidenza che la varietà delle tradizioni linguistiche non aveva impedito il sorgere di importanti prosatori. I toni usati da Carducci furono molto aspri e il giovane Ojetti fu appellato in vari modi, tra i quali quello di mosca cocchiera, usato per tratteggiarne la faciloneria e l’arroganza: Ojetti, cioè, come la mosca di La Fontaine, sembrava sentirsi investito, senza alcuna autorità né autorevolezza, dall’obbligo di guidare e spronare la carrozza della tradizione letteraria italiana sull’irta salita del cambiamento:

 

Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente - Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdruscita e sgangherata, co’ sedili che paiono schiene d’asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla […] (Carducci 1897, in Tomasin 2007: p. 199).

 

Ojetti rispose ancora a Carducci, che però non replicò più. A chiudere la polemica fu Giovanni Pascoli che, in difesa del Maestro, rimproverò al giovane letterato lo sprezzo portato per la generazione di letterati precedente.

 

Usi del modo di dire in politica

 

A partire dai primi anni del Novecento, l’espressione fu ripresa soprattutto negli ambienti e nei partiti della sinistra italiana. Filippo Turati la userà in uno scritto del 1913, in una feroce critica agli avversari politici, per indicare una «persona che crede e vuol far credere di avere qualche funzione importante di direzione»:

 

e il quotidiano stillicidio di una propaganda, che fa appello esclusivamente ai romanticismi impulsivi dei sofferenti, forse traduce, più che altro, la favola della “mosca cocchiera”, che presume di guidare, in cotesto duplice solco, l’aratro della sedizione (Turati 1913, in De Fazio 2007: p. 115).

 

All’interno di contesti e dibattiti politici, ancora una volta chiaramente polemici, anche Antonio Gramsci si servì a più riprese dell’espressione per apostrofare gli intellettuali (non risparmiò nemmeno Benedetto Croce), gli avversari e quindi i fautori dello stato fascista, a partire proprio dal futuro duce che avrebbe definito, nel 1924, mosca cocchiera:

 

L’on. Mussolini, che aspira al ruolo di abilissimo e accortissimo deputato, apparirà nella sua veste reale: una mosca cocchiera, un apprendista negromante che ha imparato la formula per evocare il diavolo, ma ignora quello che può ricacciarlo all’inferno (Gramsci 1973: p. 140).

 

Negli altri scritti gramsciani, la locuzione travalicherà la morale di Fedro e di La Fontaine per diventare espressione di un giudizio storico-politico adoperato contro coloro che si illudono di poter essere alla testa di un movimento politico, pensando persino di averlo fatto nascere, piuttosto che considerarlo frutto di una «volontà collettiva» (Frosini 2012):

 

ogni individuo che prescinda da una volontà collettiva e non cerchi di crearla, suscitarla, estenderla, rafforzarla, organizzarla, è semplicemente una mosca cocchiera, un “profeta disarmato”, un fuoco fatuo (Gramsci 1975: p. 1663).

 

Dopo Gramsci, l’espressione divenne comune negli ambienti del Partito Comunista, come ci ricorda il libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli, Al lavoro e alla lotta. Le parole del PCI (Roma, Harpo, 2017), in cui tra le 180 espressioni nate in seno al PCI, tra cui bottegone, gatto selvaggio, tigre di carta, compare anche mosca cocchiera.

 

Bibliografia

BIZ: Biblioteca Italiana Zanichelli. DVD-ROM per Windows per la ricerca in testi, biografie, trame e concordanze della Letteratura italiana, testi a cura di Pasquale Stoppelli, Bologna, Zanichelli, 2010.

Biason 2002: Maria Teresa Biason, Retoriche della brevità, Milano, il Mulino.

Carducci 1897: Giosuè Carducci, Mosche cocchiere, in «La vita italiana», 16 marzo 1897, citato da Giosuè Carducci, Prose scelte, Milano, RCS, 2013.

De Fazio 2007: Debora De Fazio, Il sole dell'avvenire. Lingua e lessico e testualità del primo socialismo italiano, Lecce, Congedo Editore.

Fedro, Favole, traduzione a cura di Giannina Solimano, Garzanti, 2012 [consultato nella versione ebook senza numero di pagine].

Frosini 2012: Fabio Frosini, Contro il pessimismo (degli intellettuali), in «Ricerche», n. 11 (http://www.kainos-portale.com/index.php/11-ignoranza-e-cultura/58-ricerche/204-contro-il-pessimismo-degli-intellettuali).

GDLI: Grande Dizionario della Lingua Italiana, diretto da Salvatore Battaglia e Giorgio Barberi Squarotti, 21 voll., Torino, UTET, 1961-2002, con due Supplementi diretti da Edoardo Sanguineti, 2004 e 2009, e un Indice degli autori citati a cura di Giovanni Ronco, 2004 [si cita dalla versione in rete: http://www.gdli.it].

Gramsci 1973: Antonio Gramsci, Scritti politici II, a cura di Paolo Spriano, Torino, Einaudi, vol. 11.

Gramsci 1975: Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi.

La Fontaine, Jean de, Favole, traduzione a cura di Emilio de Marchi, Roma, Newton & Compton, 1994.

Lurati 2001: Ottavio Lurati, Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti, 2001.

Migliorini 1975: Bruno Migliorini, Parole d’autore, Firenze, Sansoni.

Ojetti 1986: Ugo Ojetti, Quelques litterateurs italiens, in «Revue de Paris», 1896, pp. 876-902.

Spongano 1980: Massimiliano Spongano, Studi in onore di Raffaele Spongano, Firenze, Boni.

Tomasin 2007: Lorenzo Tomasin, Appendice. Mosche cocchiere. Edizione e commento, in Id., «Classica e odierna». Studi sulla lingua di Carducci, Firenze, Olschki, pp. 169-200.

Volpicella 2008: Luigi Volpicella, Dizionario del linguaggio araldico italiano, a cura di Girolamo Marcello del Majno, Udine, Paolo Gaspari.

 

 

Il ciclo Per modo di dire. Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Pierluigi Ortolano, Stai fresco!

Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro

Debora de Fazio, Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

 

Immagine: Le Coche et la Mouche

 

Crediti immagine: Jean de La Fontaine, Public domain, via Wikimedia Commons

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0