23 settembre 2021

La volpe, le ciliegie e altro ancora

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

La nostra rubrica ricomincia da dove si era arrestata: il seguente articolo, che per una volta invade l’universo paremiologico, completa idealmente il precedente (La volpe e l’uva), e chiude la sezione dedicata ai modi di dire derivanti a “Favole, fiabe e altre storie”. Ringraziamo ancora il lettore Francesco F. (a cui nel frattempo si è aggiunto Stefano C. con altre interessanti suggestioni) per averci dato la possibilità di affrontare questo tema, scrivendo alla nostra pagina Facebook Per modo di dire. Un anno di frasi fatte.

Dalla prossima settimana, spazio invece ai modi di dire legati in generale al mondo animale.

Ricominciamo, dunque. Buona lettura!

 

Nondum matura est*

 

Al di là dell’intricata questione legata alla trasmissione dell’opera esopica e fedriana nel Medioevo, non stupisce che la favola La volpe e l’uva – antica quanto nota – possa aver ispirato nel corso del tempo molteplici espressioni proverbiali, sospese tra wellerismo (Come disse la volpe all'uva: lasciala stare, che è acerba), modo di dire (Fare come la volpe con l’uva) e proverbio propriamente detto (Quando la volpe non arriva all'uva dice che è acerba).

L’assenza dell’apologo in una parte consistente della tradizione manoscritta, del resto, non significa che la storia non fosse conosciuta nel Medioevo, quanto piuttosto che si irradiò seguendo strade diverse: in effetti, al di là di quanto già detto nel precedente appuntamento (vedi), echi della presenza della favola sembrano potersi rintracciare – per quanto l’interpretazione non sia del tutto pacifica – anche in alcuni proverbi mediolatini di area tedesca registrati da Walther (1963-69) e ripresi da Mordeglia (2010, p. 222), da cui si cita: Invenit ad vites callem sibi callida vulpis (‘La volpe astuta trova da sé il sentiero per le viti’), Vulpis sepe viam per vites invenit aptam (‘La volpe trova spesso la via giusta per le viti’), Illa vulpi immitis uva est, quam nequit contingere (‘Quell’uva è acerba per la volpe che non è in grado di raggiungerla’) e ancora Divertit vescas vulpecula vitis ad escas (‘La piccola volpe si ferma presso i cibi magri della vite’; anche ‘La piccola volpe si imbatte nei…’, “interpretando” diverto come deverto, come in Poggio Bracciolini, Liber facetiarum, 163, «Vulpes […] divertit ad rusticum», che M. Ciccuto traduce «Una volpe […] s’imbatté in un contadino»), quest’ultimo tratto da Müllenhoff/Scherer (1892, vol. I, p. 60), che si ritrova nella variante Divertit vescis vulpecula vitis ab uvis (‘La piccola volpe si allontana/se ne va dall’uva magra della vite’) in Wegeler (1877, n. 601) e Piper (1884, p. 284).

Difficilmente si potrebbe dire la stessa cosa per la sentenza latina Nondum matura est (‘Non è matura’), diversa per forma, ma non per contenuto dal modo di dire Fare come la volpe con l’uva: «Questa espressione tuttora comunemente usata a proposito di chi non riesce in un’impresa e si consola affermando che i risultati di quell’azione sarebbero stati comunque di poco valore, costituisce la conclusione di una favola di Fedro (4, 3, 4) derivata da Esopo (15 ab Hausrath)» (Tosi 2017, n. 2227, p. 1976). «Nondum matura est; nolo acerbam sumere» dice infatti la volpe nella versione della favola di Fedro risalente al I sec. d.C., parole che riecheggiano, a distanza di quasi due millenni, sulle pagine dei giornali («La storia della volpe e dell’uva l’ha già raccontata qualcun altro. Ma “nondum matura est” purtroppo vale come didascalia della Nazionale di ieri», Gianni Mura, la Repubblica, 16.10.2013, p. 66), come nelle aule parlamentari («De Cataldo. Noi ci aggreghiamo e ci disaggreghiamo sulle iniziative politiche, sulle ipotesi. // Vernola. Nondum matura est! // De Cataldo. […] I radicali ci sono ed emergono, quindi lasciamo perdere il nondum!», Atti parlamentari, Camera, VIII legislatura, [seduta del 10 ottobre 1979], p. 2538), solo per ricordare due campi d’uso tra i tanti possibili.

Com’è noto, tuttavia, l’opera di Fedro venne riscoperta molto tardi e le sue favole (o almeno gran parte di esse, tra cui la nostra) furono date alle stampe per la prima volta soltanto nel 1596, dall’umanista francese Pierre Pithou (vedi la favola LXI, De vulpe et uva, pp. 53-54, nell’edizione del 1598); per tutto il Medioevo, invece, l’apologo circolò nelle versioni del Romulus, in cui le parole della volpe suonano in modo assai diverso: «Nolo te acerbam et immaturam» nelle recensioni Gallicana e vetus (ma con diversa interpunzione), «“Nolo te” inquid “Manducare acervam sed revertar ad te postea, dum eris matura”», nella Wissemburgensis (vedi Thiele 1910, LXXI, pp. 240-242).

L’espressione Nondum matura est rappresenta dunque, in questa formulazione, una citazione cólta, nata dopo le prime edizioni di Fedro, sebbene prestissimo, come prova la raccolta Florilegium magnum di Gruter (1624), in cui la massima rientra tra gli esempi propri della Simulatio («Vulpis est: Nondum matura est: nolo acerbam sumere», t. II, p. 722).

In passato, tuttavia, non era rara l’abitudine di riportare alla fine di un’argomentazione, ovviamente a scopo polemico, non già la sola espressione Nondum matura est, ma l’intero (o quasi) apologo fedriano (vedi Guastuzzi 1755, p. 75). E va detto, inoltre, che spesso la formula latina compare come interpretazione di un proverbio italiano (o di un’altra lingua) più che come sentenza a sé stante; così, ad esempio, nel Vocabolario etimologico siciliano di Pasqualino (1785-1795), alla voce Gurpi (‘volpe’): «La gurpi quannu nun pò ghiunciri a la racina, dici ch’è agra; si dice ironicamente d’uno, il quale mostri disprezzare quel che più ama, e desidera, la volpe non vuol ciriegie. E come disse la volpe all’uva: lasciala stare ch’è acerba. […] nondum matura est, nolo acerbam sumere» (vol. II [1786], p. 273). D’altra parte, anche le celebri testimonianze letterarie richiamate da Tosi (2017, n. 2227) non ripropongono la formula nella versione latina, ma nelle rispettive lingue: «Voi non sapete che la volpe, quando non potè arrivare all’uva, disse che era acerba?» dice in modo caustico, a proposito di Benedetto Giulente, donna Ferdinanda a don Mariano ne I Viceré di De Roberto (1894, p. 48), e il narratore poco dopo ripete, in un inciso, «quando la volpe non arriva all’uva! gridava la zitellona» (p. 87); nella traduzione del romanzo di José Saramago Storia dell'assedio di Lisbona (2017), invece, si legge «È ancora acerba, disse la volpe», che rende alla lettera l’aforisma portoghese «Estão verdes não prestam, disse a raposa», utilizzato dallo scrittore (Saramago 1989, p. 165).

 

La volpe e le ciliegie

 

Tra le forme del modo di dire Fare come la volpe all’uva, il GDLI registra, oltre che la variante alla vite, di cui abbiamo già parlato (vedi), anche la soluzione al ciliegio, per la quale propone un passo di Carducci: «Ma Peirolo non glie la passa: – Bernardo, da vero è costumato chi non può altro e fa come la volpe al ciliegio: quando l’ebbe girato e cercato d’ogni parte, e vide le ciliege troppo alte e lontane, disse che non valevano nulla» (Un poeta d’amore nel secolo XII; cfr. Nuova Antologia, XXVI, 1° marzo 1881, p. 14, da cui si cita). Il medesimo riferimento a Peirol, trovatore provenzale fiorito tra il XII e il XIIl sec., si ritrova anche, nello stesso anno in cui scrive Carducci, in un saggio di Tullio Ronconi: «Peirols, che in una tenzone rimprovera al nostro Bernardo di sprezzare come la volpe le ciliegie quando non le poteva cogliere» (p. 25). Entrambi citano la tenzone Peirol, com avetz tan estat, traendola dall’edizione di Bartsch del 1868 (Chrestomathie provençale, Elberfeld, R.L. Friderichs), non molto diversa, nella sostanza, dalla più recente edizione critica di Ruth Harvey and Linda Paterson (The Troubadour ‘Tensos’ and Partimens, Cambridge, Boydell & Brewer Ltd, 2010, 3 voll.), in cui si legge: «Bernat, ben es acostumat / qui mais no.n pot c’aissi perdo / que la volps al sirieis dis o / qan l'ac de totas partz cercat: / las sirieias vic loing de se / e dis que non valion re, / Atressi m’avetz vos gabat» (vol. II, p. 144, vv. 36-41; ‘Bernart, è normale che chi ha fatto di tutto inutilmente a un certo punto si arrenda, che è quello che disse la volpe al ciliegio quando lo ebbe esaminato da tutte le parti: vide che le ciliegie erano fuori della sua portata e disse che valevano nulla. Ti sei vantato con me nello stesso modo’).

In realtà, dietro quella che potrebbe apparire una semplice citazione erudita, si cela una delle espressioni proverbiali più antiche legata alla nostra favola. L’accostamento tra la volpe e le ciliegie in chiave gnomica, che non doveva apparire inusuale ancora ai tempi di Carducci, a giudicare da altri scritti coevi («I Francesi fecero come la volpe che non vuole le ciliegie […]», Gregorovius 1900-1901, vol. IV, p. 540), è attestato fin dalla prima metà del Cinquecento: nel volume anonimo Opera quale co(n)tiene le Diece Tavole de proverbi, Sententie, Detti, & modi di parlare (1535) compare infatti il proverbio «Anche la Vuolpe, no vuol cerese» ([c. 4a]; vedi inoltre «Passer la Volpe de ceriese» [c. 26a]), riproposto poco tempo dopo anche nella raccolta Bonne reponse a tous propos («Traduict de la langue Italiene & reduyt en nostre vulgaire francoys», 1547: «Anche la volpe non vol ceriese», [c. 8a]), dov’è tradotto col francese «Ainsi dit le regnard des cerises» (vedi anche «Pascere la volpe de ceriese» tradotto con «Paistre le regnard des cerises», [c. 65a]).

Certamente importante per la diffusione del proverbio è stato il volume Modi di dire toscani di Paoli (1740, p. 151, n. LXXIX: «La volpe non vuol ciregie»), ripreso da vari repertori lessicografici, dialettali e italiani – si pensi, rispettivamente, a Pasqualino (1785-1795, vol. II [1786], p. 273, s. v. Gurpi: «la volpe non vuol ciregie») e a Gherardini (1852-1857, vol. VI, p. 334, s. v. Volpe; vedi anche la voce Luglio, vol. IV, p. 106: «La volpe non vuol ciriege. Noi Lombardi diciamo in proverbio: Quel ch’io non posso aver, va’ ch’io te ’l dono») – , per quanto l’espressione compaia anche in altre collezioni di proverbi e modi di dire, come quella del Barosso (1837, p. 4, qui, però, con una notevole variazione di significato oltre che di forma: «Altro che ciriege vuol la volpe!»), quella dedicata di Pasqualigo, dedicata ai proverbi veneti (1857-58, vol. II, p. 68: «La volpe no vol sariese (ciriege)», con la precisazione «Perchè non ci arriva»), quella infine di Lorenzo da Volturino (1894: «La volpe non voleva ciliege», p. 498; «Anche la volpe non voleva le ciliegie, e poi scoteva la coda nel gambo», p. 698).

Notevoli sono anche le attestazioni in àmbito letterario, che ci riportano, solo per fare pochi esempi, andando a ritroso, all’ambiente veneziano del Settecento – Gasparo Gozzi («Come la volpe le ciregie sprezza / che sono in cima troppo e non le arriva, / voi, che siete legate alla ca­vezza, / sprezzate il secol che di sé vi priva», La Marfisa bizzarra [1766], canto IX, ottava 34), Carlo Goldoni («Eugenio. Né anche la volpe non voleva le ciriegie», La bottega del caffè [1750], atto II, scena 18) e la traduzione de L'École des maris di Molière, ascrivibile ancora a Gozzi («La volpe non voleva le ciriegie. Fate bene», La Scuola de’ mariti, atto II, scena 9 [vedi Opere del Moliere, Venezia, Novelli, 1756, tomo III, p. 29], laddove l’originale riporta unicamente «Vous faites bien», atto II, scena 6), nonché, ancora più indietro nel tempo, a un corrosivo commento di Alessandro Tassoni (1609) a un verso del Petrarca («POCO prezzando quel, ch’ogn’huom desia. ] La volpe non volea ciregie», p. 38), che destò a lungo enorme impressione («[…] che che se ne gracchj quel critico, il quale al terzo verso scrive disavvedutamente in nota la volpe non volea ciriegie, mostrandosi per queste parole indegno affatto di penetrare nel santuario di questo intellettuale amore, pel quale il sommo Alighieri si manifesta più grande in un volo, che il Tassoni in tutto il suo poema su quella vecchia Secchia», Biagioli 1821, p. 381).

Si potrebbe dunque pensare che l’innovazione sia nata in provenzale, come sembra provare Peirol, e sia passata più tardi in italiano, ma la presenza degli stessi riferimenti nell’Epistola XIII di Pietro Abelardo (1079-1142) Invectiva in quemdam ignarum dialectices (PL 178, coll. 351-356; Smits 1983, pp. 271-277) – «un vigoroso attacco contro coloro che, pur essendo ignoranti di dialettica, ne condannano l’uso, simili alla volpe della favola di Fedro che non riuscendo a mangiare le ciliegie le disprezza come acerbe» (Parisi 2010, p. 12) – suggerisce piuttosto un’origine più antica e una trafila diversa (per la datazione dell’epistola, cfr. Allegro 2008, pp. 185-186, a cui si rimanda anche per una fondamentale disamina dell’opera); le parole con cui si apre la lettera, del resto, lasciano pochi dubbi in proposito: «Mystica quaedam de vulpe fabula in proverbium a vulgo est assumpta. Vulpes, inquiunt, conspectis in arbore cerasis, repere in eam coepit, ut se inde reficeret. Quo cum pervenire non posset, et relapsa decideret, irata dixit: Non curo cerasa; pessimus est eorum gustus» (Smits 1983, p. 271; ‘Una certa misteriosa favola è ripresa dalla gente comune in un proverbio. Una volpe, dicono, avendo scorto delle ciliegie su un albero, cominciò a strisciarci sopra per ristorarsi. Perciò, non essendo potuta salire ed essendo precipitata all’indietro, disse arrabbiata: “Non mi interessano le ciliegie, hanno un pessimo sapore’). Il passo appare particolarmente significativo, giacché attesta l’esistenza già in quegli anni di un proverbio popolare derivato da una fabula che Abelardo definisce mystica (‘misteriosa, segreta’), ma non è privo di difficoltà, perché non chiarisce se Abelardo avesse diretta conoscenza dell’apologo (e in quale versione, quella del Romulus vulgaris?), né in quale lingua fosse diffuso il detto citato (in francese?). Va detto poi – cosa da poco – che non esistono manoscritti che tramandano per intero l’epistola: il testo, infatti, fu edito per la prima volta nel Seicento da André Duchesne, che lo trasse da una fonte a noi sconosciuta, e sulla base di questo riproposto più tardi da Victor Cousin e da Jacques Paul Migne, nell’Ottocento, nonché, più di recente, da Smits nel 1893 (a oggi, non mi è stato possibile controllare il ms. lat. 2816 della Bibliothèque nationale di Parigi, contenente alcuni frammenti dell’epistola).

Di fatto, però, la presenza in Roffredo Epifanio da Benevento (1170-1243) di un’analoga espressione, riferita a papa Onorio III – «[…] tam lator canonis illius, quam et duo consiliarii qui fuerunt pure Theologi, fecerunt sicut vulpes, quae dum non posset gustare de cerasis, coepit illa publice vituperare», Libelli iuris canonici, cit. in Savigny 1844, p. 225 (‘sia il legislatore di quel canone, sia i due consiglieri che erano teologi senza macchia, si comportarono come la volpe, la quale, che non potendo assaggiare le ciliegie, cominciò a disprezzarle pubblicamente’) –, ripresa poi da Giovanni d’Andrea (1271ca.-1348) e da Prospero Fagnani (1598-1678), per i quali sia rinvia a Errera (2018, p. 12), sembra dissuadere dall’idea di attribuire a Pietro Abelardo l’innovazione, a meno che non si riesca a dimostrare che Roffredo abbia attinto direttamente da questi, senza conoscere il detto popolare.

Si può anche ipotizzare, in linea di massima, l’esistenza di un codice fedriano a noi ignoto contenente una diversa versione della favola, ma si tratterebbe di una strada poco percorribile sotto diversi punti di vista, non ultimo il problema della diffusione nel linguaggio proverbiale di più lingue di una variante rara, se non unica.

Non meraviglia, al contrario, che un adagio popolare possa alterare, anche sensibilmente, il contenuto di un racconto: lo dimostra, tra l’altro, il detto svedese Surt, sa räven om rönnbären, in cui la volpe (räven) dice di non gradire le bacche di sorbo (rönnbären) perché acide (Surt), cosa che in effetti corrisponde alla realtà (si tratta del cosiddetto “Sorbo degli uccellatori”, le cui bacche sono particolarmente aspre) e rende finanche paradossale il proverbio (un aforisma simile esiste anche in finlandese, vedi).

L’eventualità che l’espressione La volpe non vuol ciriegie – per citare la variante più diffusa – sia nata dalla fantasia popolare, tuttavia, comporta di fatto l’impossibilità di definirne in modo netto la genesi e la sua storia più remota.

E se dopo tante parole ora dicessimo che la cosa non importa poi tanto, in fondo non saremmo molto diversi da quella volpe.  

 

 

Riferimenti bibliografici

Allegro, Giuseppe, Apologia della dialettica. L’Epistola XIII di Pietro Abelardo. Introduzione, testo e  traduzione, in «Pan», 24 [2008], pp. 181-196.

Barosso, Pierantonio, Proverbj e detti proverbiali, Torino, presso l'editore (Tipogr. di G. Pomba e C.), 1837.

Biagioli, Niccolo Giosafatte, Rime di F. Petrarca, tomo I, Parte seconda, Comento storico e letterario di G. Biagioli, Parigi, presso l’editore in via Rameau, n°. 8 (dai torchi di Dondey-Dupré), 1821.

Bonne reponse a tous propos. Livre fort plaisant et delectable, auquel est contenu grand nombre de Proverbes, et sentences joyeuses, et de plusieurs matieres, desquelles par honnesteté on peult user en toute compaignie. Traduict de la langue Italiene et reduyt en nostre vulgaire francoys, par ordre d'Alphabet, Paris, Par Gilles Corrozet, 1547.

De Roberto, Federico, I vicerè, Milano, Casa editrice Galli di C. Chiesa e F. Guindani (Tip. Luigi di Giacomo Pirola), 1894.

Düringsfeld, Ida, e Reinsberg-Düringsfeld, Otto, Sprichwörter der germanischen und romanischen Sprachen, Leipzig, Hermann Fries, 1872-75, 2 voll.

Errera, Andrea, La natura ancipite della massima: legista sine canonibus parum valet, canonista sine legibus nihil, in «Historia et ius», 14 [2018] (http://www.historiaetius.eu/uploads/5/9/4/8/5948821/14_16_errera.pdf)

Gherardini, Supplimento a' vocabolarj italiani, Milano, dalla stamperia di Gius. Bernardoni di Gio., 1852-1857, 6 voll.

Gruter, Jan [Janus Gruterus], Florilegium magnum, seu Polyantheae, Argentorati, sumptibus Haeredum Lazari Zetzneri, 1624, 2 tomi.

Guastuzzi, Gabriello Maria, Conferma, e difesa del parere sopra il Rubicone degli Antichi, in Nuova raccolta d'opuscoli scientifici e filologici, tomo I, Venezia, Appresso Simone Occhi, 1755.

Lorenzo (de Nigris) da Volturino, La scienza pratica. Dizionario di proverbi e sentenze, Quaracchi, Tip. Del Collegio di S. Bonaventura, 1894.

Migne, Jacques Paul, Patrología Latina, vol. 178, Paris, 1855.

Mordeglia, Caterina, Dalla favola al proverbio, dal proverbio alla favola. Genesi e fortuna dell’elemento gnomico fedriano, in «Philologia Antiqua», 3 [2010], pp. 207-230.

Müllenhoff, Karl, e Scherer, Wilhelm, Denkmäler deutscher Poesie und Prosa. Aus dem VIII-XII Jahrhundert, 1892, 2 voll.

Opera quale co(n)tiene le Diece Tavole de proverbi, Sententie, Detti, & modi di parlare, che hoggi dì da tutthomo nel comun parlare d'Italia si usano, Stampate in Turino, per Martino Cravoto, & soi compagni, 1535.

Paoli, Sebastiano, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, Venezia, Appresso Simone Occhi, 1740.

Parisi, Domenica, Quaestio, rationem reddere e mytho-logia nel Metodo Filosofico e Teologico di Pietro Abelardo, in «Revista Internacional d’Humanitats», 19 [maggio-agosto 2010], pp. 9-16.

Pasqualigo, Cristoforo, Raccolta di proverbi veneti, Venezia, Tip. del commercio, 1857-58, 3 voll.

Pasqualino, Michele, Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, Palermo, dalla Reale Stamperia, 1785-1795, 5 voll.

Piper, Paul, Die älteste deutsche Litteratur bis um das Jahr 1050, Berlin/Stuttgart, W. Spemann, [prefazione 1884].

Pithou, Pierre (ed.), Phaedri, Aug. liberti, Fabularum Aesopiarum libri 5, Lugduni, Batavorum, ex officina Plantiniana, 1598 (1a ed.: Augustobonae Tricassium, excudebat Io. Odotius typographus regius, 1596).

PL = vedi Migne.

Roncoroni, Tullio, L'amore in Bernardo di Ventadorn ed in Guido Cavalcanti, Bologna, Fava e Garagnani, 1881.

Saramago, José, Historia do cerco de Lisboa, Lisboa, Caminho, 1989 (Storia dell’assedio di Lisbona, trad. it. Rita Desti, Milano, Feltrinelli, 2017). 

Savigny, Friedrich Carl, Storia del diritto romano nel Medio Evo, vol. II, Parte prima, Firenze, per Vincenzo Batelli e compagni, 1844.

Smits, Edmé Renno, Peter Abelard. Letters IX-XIV. An Edition with an Introduction, Groningen, Rijksuniversiteit, 1983.

Thiele, Georg (ed.), Fabeln des lateinischen Äsop für Übungen ausgewählt, Heidelberg, Winter, 1910.

Tassoni, Alessandro, Considerazioni sopra rime del Petrarca, Modona, appresso Giulian Cassiani, 1609.

Tosi, Renzo, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano, BUR Rizzoli, 2017 (1a ed. aggiornata).

Wegeler, Julius, Philosophia patrum, in lateinischen Versen und ihren Uebersetzungen, Confluentibus [Coblenza], Hergt, 1877.

 

 

* Ringrazio per i preziosi suggerimenti, senza i quali non sarei stato in grado di licenziare questo scritto, gli amici Giuseppe Noto, Luca Ruggio e Debora de Fazio.

 

 

Il ciclo Per modo di dire. Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Pierluigi Ortolano, Stai fresco!

Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro

Debora de Fazio, Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

Rosa Piro, Fare la mosca cocchiera

Lucilla Pizzoli, Brutto anatroccolo

Giulio Vaccaro, Avere la coda di paglia

Rocco Luigi Nichil, La volpe e l’uva

 

 

Immagine: Trafostation - 2 / Jütchendorf, Ludwigsfelde

 

Crediti immagine:  Löwe 48, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0