19 marzo 2021

Attaccare (un) bottone

Per modo di dire…

“Finita la seduta incontrai salone sottosegretario che attaccommi bottone tre quarti d’ora. Liberato corsi caffè. Vuoto. Perdonatemi, dandomi modo rintracciarvi” (Baldini 1956 [1920]: 122-123).

 

Si tratta di un passo contenuto in una sorta di saggio, svolto con toni salottieri, di Antonio Baldini (Roma 1889 – Roma 1962), che prende la penna per riflettere sapidamente sui cambiamenti intervenuti, tra la fine dell’Ottocento e il primo quarto del Novecento, nella corrispondenza amorosa, fattasi almeno nelle forme più “pratica” e ironica: «Nel 1890 si scriveva: “Abbandonata da te trovo conforto baciando fotografia”. Nel 1924: “Domani puoi venire trovarmi liberamente, confrontare ritratto originale» (Baldini 1956 [1920]: 121).

 

Un approccio di quarantacinque minuti

 

Nel passo è presente una delle prime attestazioni letterarie della locuzione idiomatica attaccare bottone, che si presentava invece non ancora lessicalizzata alcuni decenni prima – nel 1875, per l’esattezza – in un racconto di Giovanni Faldella (Saluggia 1846 – Vercelli 1928): «Pippo che ha, come si dice, il vino cattivo, aveva già incominciato ad attaccare qualche bottone al Direttore del Ballo» (Faldella 1942 [1875]: 22).

Tuttavia, quanto all’uso (e al significato) dell’espressione nel contesto specifico, a molti di noi odierni lettori qualcosa certamente sembra non quadrare; la determinazione temporale successiva all’attaccomi bottone baldiniano (tre quarti d’ora), in particolare, sembra quantomeno impropria: se è vero – come è vero – che il suo significato è ‘iniziare a parlare con qualcuno per tentare un approccio’, resta da spiegare come un approccio, che per definizione dura lo spazio di pochi istanti, passati i quali cessa di essere tale, possa prolungarsi per ben quarantacinque minuti. La (eventuale) situazione di perplessità si risolve con la consultazione di un qualsiasi dizionario dell’uso: il significato ‘iniziare a parlare con qualcuno per tentare un approccio’, infatti, è solo una diversa accezione, e per di più, apparentemente, secondaria, rispetto a quella ‘trattenere qualcuno a lungo con chiacchiere noiose’.

Della nostra espressione dava una definizione sostanzialmente identica («tenere un discorso noioso»), negli anni Dieci del secolo scorso, un “lessicografo” d’eccezione: Benito Mussolini. Il futuro Duce, in una pagina del suo diario di guerra, datata 15 febbraio 1917, annotava, in un breve elenco di espressioni gergali in uso fra i commilitoni impegnati al fronte durante la Prima Guerra mondiale, proprio attaccare un bottone (Mussolini 1934: 231).

 

Il o un bottone? Offline o online?

 

Il Grande Dizionario della Lingua Italiana della Utet (GDLI), i cui volumi che contengono le voci attaccare e bottone, e quindi la nostra locuzione, risalgono agli inizi degli anni Sessanta, registra solo questa accezione, e tra l’altro nella variante con articolo indeterminativo attaccare un bottone: l’altezza cronologica a cui ci troviamo, oltre all’esclusività dell’accezione data, suggeriscono la già asserita primarietà cronologica (e quindi semantica) di questa accezione su quella oggi più diffusa. Che un bottone sia, figurativamente, un ‘discorso lungo e importuno’, risulta tra l’altro più palese nel brano seguente (da questo e da quello baldiniano visto sopra il GDLI, s.v. bottone, trae i due esempi a corredo della definizione):

 

Ha, la donna onesta, infinito rispetto per il marito; e – ripeto – non ne dice mai male. Capisce che, senza di lui, la baracca domestica non filerebbe, ed anzi tiene, in ogni momento, bene presente tale assioma. Se qualcuno le domanda, al telefono: – C’è vostro marito? – la donna quieta ed onesta non attacca un bottone telefonico; ma, piuttosto, risponde con brevi domande. Intanto, va dal marito, e l’informa del nome del rompiscatole (Bartolini 1954: 108).

 

Oggi un bottone può essere attaccato non solo al telefono (cellulare) ma anche e soprattutto online, in genere allo scopo di corteggiare qualcuno, come del resto già accade(va) offline: non è certamente un caso che una ricerca sul motore di Google dell’espressione attaccare bottone restituisca fra i suggerimenti di ricerca a piè di pagina, oltre ad “attaccare bottone con una ragazza” o “attaccare bottone con un ragazzo”, “come attaccare bottone in chat”. È pur vero che, se da un lato l’avvento dei social media ha conosciuto un aumento esponenziale degli attaccabottoni (parola registrata in una sede lessicografica ufficiale per la prima volta dal Panzini, nella quarta edizione del suo Dizionario moderno: Panzini 1923), e la mutazione dei vecchi pappagalli della strada in pappagalli da tastiera, allo stesso tempo è diventato molto più semplice sbarazzarsi in modo spiccio degli uni e degli altri: è sufficiente “bloccare” il seccatore (il “contatto indesiderato”, più tecnicamente) schiaffandolo nella “lista nera”.

 

Il bottone era un cauterio

 

L’espressione ha origine in ambito medico. Anticamente la cauterizzazione veniva praticata con l’ausilio di uno strumento la cui estremità – quella propriamente usata per cauterizzare – era costituita da un elemento simile nella forma a un bottone, motivo per cui lo strumento, chiamato anche, alla latina, cauterio, prese la denominazione bottone (di fuoco) (vd. LEI, s.v. *bot(t)-, 1577-1578, da cui si ricava che la prima attestazione è del nap. ant., nella Pratica de citreria breve – una raccolta di ricette di medicina veterinaria in volgare italiano ma anche in latino e catalano – di Mathia Mercader, del 1475). Di qui l’estensione al significato ‘qualcosa che è doloroso come un cauterio’ sarà avvenuta presto: la documentazione del LEI, tuttavia, relativamente a quest’accezione figurata è di molto successiva, dacché il primo esempio è in uno scritto di Antonio Gramsci del 1930.

 

Il bottone della calunnia

 

Sempre attingendo dai dati del LEI, risulta più antica del “bottone” del Mercader – data al 1421 – l’espressione attaccare (o affibbiare) bottoni ‘dir male di qualcuno’, ‘calunniare’, documentata nei Ricordi di Giovanni di Paolo Morelli (Firenze 1371 – Firenze 1444): «Guarda ch’ella […] non sia troppo vana, come di vestimenti, d’ire a tutte le feste e a nozze […] ché al dì d’oggi vi s’usa gran disonestà, e di gran bottoni vi s’attacca, tali che non ne vanno se non col pezzo» (Trolli 1976: 130). In questo caso il bottone è non più effetto (‘qualcosa di doloroso’) ma causa: una calunnia – o, più blandamente, un ‘motto pungente’, una ‘frecciata’ (LEI, s.v. *bot(t)-, 1578.36; cfr. anche Lurati 2002: 127-128, dove è citato anche, a p. 127, il verbo sbottonare, con lo stesso significato) – può provocare un dolore emotivo non meno grande di uno fisico. Una variante dell’espressione è documentata in un passo dell’Ercolano dove, alla domanda dell’interlocutore su come tradurrebbe in fiorentino il virgiliano spargere voces ambiguas, Benedetto Varchi (autore e partecipante al dialogo) risponde:

 

Non solamente con due voci, come essi fanno, cioè dare, o, gittare, o, sputare bottoni, ma eziandio con una sola, sbottoneggiare, cioè dire astutamente alcun motto contra chi che sia per torgli credito e riputazione, e dargli biasimo e mala voce; il che si dice ancora appicar sonagli, e, affibiar bottoni senza ucchiegli.

 

L’alternativa affibbiare, più “specialistica” rispetto ad attaccare, e l’aggiunta senza occhielli (che pare sottolineare meglio il carattere di infondatezza della diceria, ingiustificata tanto quanto l’applicazione di un bottone dove non vi sia un corrispondente occhiello) sottraggono questa espressione al semplice “status” di variante dell’altra, suggerendone altresì un diverso ambito d’origine (quello dell’attività sartoriale).

In definitiva, se ne può forse concludere una parziale autonomia, d’origine e d’uso, di attaccare (un) bottone rispetto ad attaccare/affibbiare bottoni. La prima locuzione, scaturita dalla pratica curativa della cauterizzazione, è sopravvissuta nei secoli, fino ai giorni nostri, col significato ‘trattenere qualcuno a lungo con chiacchiere noiose’, cedendo il passo più recentemente, almeno in termini di diffusione, a un significato che ne riduce l’azione del “trattenimento” al solo approccio iniziale, in genere allo scopo di corteggiamento. La seconda locuzione, col significato ‘calunniare, screditare qualcuno’ ha invece avuto corso in epoca antica, e si configura oggi come “semplice” reperto storico.

 

 

Bibliografia

Baldini Antonio, Beato fra le donne, Milano, Arnoldo Mondadori, 1956 (prima edizione: La dolce calamita ovvero La donna di nessuno, Bologna, L’Italiano, 1920).

Bartolini Luigi, Signora malata di cuore, Firenze, Vallecchi, 1954.

Faldella Giovanni, Figurine, a cura di Giansiro Ferrata, Milano, Bompiani, 1942 (prima edizione: Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1875).

GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia, diretto da Giorgio Bàrberi Squarotti, 21 vol., Torino, UTET, 1961-2003 (due Supplementi, a cura di E. Sanguineti, del 2004 e del 2009, e un Indice degli autori citati nei volumi I-XXI e nel Supplemento 2004, a cura di G. Ronco, 2004).

LEI = Lessico Etimologico Italiano, fondato da Max Pfister, diretto da Wolfgang Schweickard e Elton Prifti, Wiesbaden, Reichert, 1979-.

Lurati Ottavio, Per modo di dire. Storia della lingua e antropologia nelle locuzioni italiane ed europee, Bologna, CLUEB, 2002.

Mussolini Benito, Scritti e Discorsi di Benito Mussolini. Dall’intervento al fascismo, Milano, Hoepli, 1934.

Nocentini Alberto, L’Etimologico. Vocabolario della lingua italiana, con la collaborazione di Alessandro Parenti, Firenze, Le Monnier, 2010.

Panzini Alfredo, Dizionario moderno. Supplemento ai dizionari italiani. Milano, Hoepli, 1923, 4a edizione.

Treccani online = Vocabolario Treccani

Trolli Domizia, Il lessico dei Ricordi di Giovanni Pagolo Morelli, in «Studi di grammatica italiana», 5 (1976), pp. 67-175.

Varchi Benedetto, L’Ercolano. Dialogo di B. V. dove si ragiona delle lingue e in particolare della toscana e fiorentina […], edizione riveduta e illustrata da Pietro del Rio, in Firenze, Per l’Agenzia libraria, 1846.

 

Il ciclo Per modo di dire... è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l'elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

 

 

Immagine: Illustration of 4-hole sew-throughs (metal 'verbal' buttons)

 

Crediti immagine: Tyranny Sue, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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