13 ottobre 2021

Avere, dare, prendere la scimmia

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

Dopo Menare il can per l’aia (Alessandro Aresti) e (Fare il) Salto della quaglia (Antonio Montinaro), continuiamo a parlare di formule idiomatiche legate al mondo animale con questo articolo di Marcello Aprile, che ringraziamo per il suo prezioso contributo alla nostra rubrica.

La prossima settimana Rosa Piro chiuderà il tema del mese rispondendo alle richieste dei lettori, chiamati a indicare un’espressione tra Vedere i sorci verdi, Testardo come un mulo, Avere grilli per la testa. A voi la scelta.

Per il momento, come sempre, buona lettura!

 

Un animale simile a noi

 

Un mondo a noi lontano ci ha restituito e consegnato, il più delle volte senza che ne siamo consapevoli, un’eredità di modi di dire sopravvissuti alla concezione del mondo che li aveva generati. Una concezione che a noi appare crudele, popolata di sfilate di scherno e di punizioni grottesche per falliti, ladri, prostitute, ubriachi, omosessuali, ebrei, giocatori d’azzardo, per chiunque presentasse, insomma, caratteri percepiti come devianti rispetto al sistema sociale costituito. Le lingue europee hanno costruito un sistema simbolico molto complesso, in moltissimi casi fondato sull’associazione iconica con gli animali, che spesso, nel comportamento quanto nell’aspetto, presentano analogie vere o percepite con il comportamento umano. L’antropomorfia della scimmia (dal punto di vista della specie umana), all’interno di una miriade di modi di dire che fanno riferimento al portare un cane, cavalcare un asino a ritroso, e poi a capre, pecore, agnelli, vacche, tori, bufali, maiali, gatti, gioca un ruolo particolarmente significativo.

L’imponente documentazione raccolta dallo studioso che più di tutti ha lavorato sull’universo simbolico rappresentato dai modi di dire, Ottavio Lurati (autore, tra molti altri saggi, del memorabile Per modo di dire… Storia della lingua e antropologia nelle locuzioni italiane ed europee, Bologna, CLUEB, 2002), ci esime in molti casi da una faticosissima ricerca di dati nel passato e ci consente di raccoglierli e ripresentarli per i lettori di questa rubrica.

Le implicazioni culturali che stiamo per illustrare sono ampiamente condivise non solo dalle varie parlate italiane, ma anche da svariate lingue europee, come dimostrano le formule parallele che vi ricorrono insistentemente. Insomma, i modi di dire legati agli animali, compresi quelli che hanno come protagoniste le scimmie, non spuntano dal nulla o da creazioni originali di un individuo particolarmente ispirato, ma fanno parte integrante di una rete di dati antropologici diffusi in ogni parte dell’Europa del passato. Come osserva Lurati (p. 57), «Il ricorrere sistematico in varie lingue di un determinato simbolismo legato a certi animali non può derivare unicamente dalla fortuna di creazioni metaforiche particolarmente vivaci. Le regolarità che si scoprono all’interno del segmento di usi fraseologici qui analizzati vanno invece spesso viste alla luce di un diffuso e condiviso carattere simbolico che veniva proiettato sull’animale in diverse culture europee, valore che era radicato in una gamma di usanze, credenze e tipologie mentali che furono ben più determinanti nel costituirsi del discorso ripetuto che non la volontà dei locutori di operare in chiave di espressività».

 

La berta

 

Partiamo dalla forma. Nel ragionamento sono coinvolte anche forme ormai estinte dell’italiano e dei volgari antichi come simia, ma anche forme diverse come mona/monna (un arabismo da maimun che non ha nulla a che vedere con il nome dell’organo sessuale femminile nel nord-est, che deriva in ultima analisi dal latino domina) e come berta e bertuccia. E allora prendere la bertuccia nel senso di ‘ubriacarsi’ è già attestato nella continuazione del Ciriffo Calvaneo lasciato interrotto da Luca Pulci e ripreso da Bernardo Giambullari (1450-1525ca.), pubblicato per la prima volta a Roma da Giacomo Mazzocchi nel 1514:

 

A Ciriffo gli piace, e ’l vetro succia

Senza lasciar nel fondo il Centellino:

Ed è già cotto, e preso ha la Bertuccia,

E dice che vuol far un sonnellino.

 

Il passo, peraltro, entra nella terza Impressione del Vocabolario della Crusca e vi rimane fino all’ultima, quella ottocentesca (citiamo dal volume II, del 1866), in cui la voce viene trattata in modo più ampio: «Pigliare o Prender la bertuccia, è modo che vale Ubriacarsi; nato dal costume della scimmia, la quale è molto avida del vino, e quando possa averne se ne ubriaca» (p. 154), dove accanto alla citazione di Giambullari compare ora un passo – che gli stessi compilatori ritengono dubbio («qui però è in senso equivoco», ivi) – dei Canti Carnascialeschi di Giovambattista dell’Ottonaio (1482-1527), detto l’Araldo, stampati a Firenze nel 1559 [per Lorenzo Torrentino], nella celebre raccolta curata dal Lasca (A. F. Grazzini) («E qualcun anche ha preso Orsi e bertucce, standosi a sedere»).

 

La monna

Cambiamo modello lessicale. Se il modo di dire prendere la bertuccia è già attestato nella prima età moderna, più difficile è il discorso relativo a prendere (o pigliare) la monna, la cui prima testimonianza scritta rimanda al Malmantile raquistato di Lorenzo Lippi (1606-1665), notoriamente prezioso scrigno di idiomatismi fiorentini. Nelle Note al Malmantile, Paolo Minucci (1688) interpreta l’espressione prendere la nonna che compare nel dittico finale della decima ottava del primo cantare («Poichè la sera avea la buona donna / Cenato fuora e preso un po’ di nonna») come un’alternativa generica a pigliar la monna (p. 11; vedi anche la voce Mona, p. 234):

 

Ci sono più specie di briachi, fra’ quali son quelli, che li dicono cotti monne, che son coloro che per lo troppo vino bevuto, danno nelle buffonerie, e saltano, e chiacchierano spropositamente, facendo mille altre pazzie, e poi s'addormentano; e li dicono ancora Cotti nonne, o pigliar la nonna. E questo è nome generico, il quale comprende tutte le specie di briachi […].

 

Si tratta, però, di un semplice refuso per monna, come invece si legge nell’edizione del 1676 curata da Giovanni Cinelli Calvoli («preso vn pò di Monna», p. 3) e in quella di Biscioni del 1788 («preso un po' di monna», p. 18). Significativi sono anche, sempre nel Primo cantare, un verso dell’ottava 77 («S'imbriacaron come tante monne») e il soprannome Monnino attribuito nel verso finale dell’ottava 44 al personaggio di Dorian da Grilli (anagramma di Lionardo Giraldi, prevosto d’Empoli):

 

Or comparisce Dorïan da Grilli,

Che nella guerra è così buon soggetto,

Che metterebbe gli Ettori e gli Achilli,

E quanti son di loro, in un calcetto.

Scrive sonetti, canta ognor di Filli;

E, buon compagno, piacegli il vin pretto;

Rubato, per insegna, ha nel Casino

Il quattro delle coppe, che ha il Monnino.

 

La parola monnino (da monna ‘scimmia’) si riferisce alla bertuccia che campeggia sulla carta del quattro di coppe, ma indica anche un ‘motto arguto, mordace’, come quelli che Dorian da Grilli (alias Lionardo Giraldi) era solito dare (vedi la voce Monnino in Minucci 1688, p. 38).

L’espressione prendere la monna compare anche nella commedia di Benedetto Rassinesi (autore su cui si hanno poche informazioni biografiche) L’amore e le disgratie fanno impazzire, stampata a Bologna nel 1703: (Atto II, Scena 11: «[Teseo] Quanto m’ingannai, e vero è vero. // [Gnocco] Ouia via gomincia à tornare in se, sarà vn po cotto, ò gli à preso la monna per bene», p. 59) e ancor prima nella terza impressione della Crusca (1691), dove sono riportate le espressioni Pigliar la monna («o simili, in modo basso per Imbriacarsi») e Cotto come una monna («vale Briaco all'ultimo segno»), la prima corredata da un passo delle annotazioni di Francesco Redi al Bacco in Toscana (Ditirambo) del 1685 («Esser cotto come una monna, pigliar la monna ec. significano essere ubbriaco, e imbriacarsi») e dai versi di Lippi già visti (qui riportati come «Avea la buona donna Cenato fuora, e preso un po’ di monna»), il secondo da un passo del Ditirambo («Ma i satiri, che avean bevuto a isonne, Si sdraiaron sull’erbetta Tutti cotti, come monne») e ancora delle annotazioni a questo («Esser cotto come una monna, pigliar la monna, che significano essere ubbriaco, e imbriacarsi, non solamente son modi di dire usati da noi Toscani, ma ancora da altre nazioni»).

 

La scimmia

 

E veniamo a scimmia. Qui le attestazioni, tranne la prima, sono relativamente tarde (le traiamo dal lavoro di Lurati citato sopra). A Napoli, nella prima metà del Seicento, Basile scriveva pigliare la signa per la coda, mentre in Sicilia, nel 1868, Traina segnava, nel suo vocabolario siciliano, il paragone ’mbriacu comu ’na signa. Per ‘ubriacarsi’, nei dialetti piemontesi si dice(va) pié la sümia, in veneziano ciapàr la símia, nel gergo dei detenuti pavesi piá la sümia. E non basta. «Locuzioni in cui si ricorre all’immagine della scimmia per dire che uno è ubriaco sono correnti da secoli in varie lingue europee» (ancora Lurati, a p. 60). Le abbiamo in spagnolo, catalano, provenzale, in tedesco (almeno dal Seicento), nel gergo dei marinai inglesi ottocenteschi, nel gergo dei militari svizzeri; se non direttamente, anche in francese, dato che vin de singe, vino di scimmia, allude a uno dei vari tipi di ubriacatura. Un reticolo così fitto non può dipendere da un’unica fonte, ma rappresenta, e qui confermiamo senza alcuna incertezza il giudizio di Lurati, una risorsa autoctona per ogni lingua o ogni dialetto. Il problema implica due differenti visioni: la domanda è se siamo in presenza di un prestito linguistico oppure di una concettualizzazione culturale che riguarda simboli comuni delle lingue europee. A nostro avviso non c’è alcun dubbio che le cose stiano nel secondo modo.

 

Avere la scimmia

 

C’è poi, a parte il livello simbolico della «symia [che] è uno animale di cotale natura che ella vole contrafare ciò che vede fare», come si legge nel Bestiario pisano della fine del XIII secolo (TLIO), il concetto di ‘burla’ in cui entra spesso berta (non il nome proprio, ma la scimmia), e soprattutto la questione delle sfilate di scherno con cui venivano messi alla gogna e puniti gli autori di svariate colpe di cui abbiamo parlato all’inizio, in cui le attestazioni del tipo avere + un animale + addosso sono centinaia; e in questo la scimmia fa la sua parte.

In italiano moderno, tuttavia, avere la scimmia sviluppa nuovi valori, probabilmente su pressione dell’inglese to have a monkey on back (qui il meccanismo interlinguistico del prestito potrebbe invece aver giocato un ruolo importante), e si riferisce non più all’ubriachezza ma alla dipendenza da droghe pesanti, morfine ed eroina.

La più antica attestazione finora nota era del 1965 (reperita ancora da Lurati); la retrodatiamo qui di una dozzina d’anni perché compare in un articolo di Mario Monti per il Corriere d’Informazione del 24 dicembre 1953 (p. 5):

 

E quali sono queste cause [psicologiche di dipendenza dalla droga]? Il caso di un certo Hector Maldonado sembra rispondere in modo soddisfacente alla domanda. Lo riporta lo scrittore Wenzell Brown nel suo recente Monkey on my Back, «Una scimmia sulla spalla» (questa espressione, nel gergo dei tossicomani, significa le sofferenze di chi, ormai assuefatto ad una droga, non riesce a procurarsene le dosi necessarie al suo bisogno).

 

All’uso di questo modo di dire si associano, ma siamo dopo la prima attestazione italiana, l’omonimo film del 1957 diretto da Andre DeToth, forse la canzone di Peter Gabriel Shock the Monkey del 1986, e certamente Monkey on my Back degli Aerosmith del 1989.

 

 

Il ciclo Per modo di dire. Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Pierluigi Ortolano, Stai fresco!

Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro

Debora de Fazio, Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

Rosa Piro, Fare la mosca cocchiera

Lucilla Pizzoli, Brutto anatroccolo

Giulio Vaccaro, Avere la coda di paglia

Rocco Luigi Nichil, La volpe e l’uva

Rocco Luigi Nichil, La volpe, le ciliegie e altro ancora

Alessandro Aresti, Menare il can per l'aia

Antonio Montinaro, Salto della quaglia

 

Immagine: Squirrel Monkeys - Colchester Zoo, Colchester, Essex, England

 

Crediti immagine: Keven Law from Los Angeles, USA, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0