27 gennaio 2022

Dirne quattro (ma anche un po’ di più)

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

 

I primi due articoli di questa sezione della rubrica – Chi fa da sé fa per tre? di Paolo Rondinelli-Antonio Vinciguerra e È un quarantotto (e altre quarantottate) di Luigi Matt – hanno ricordato quanto sia forte il valore simbolico dei numeri e come la loro ricorrenza nei proverbi e modi di dire sia legata a elementi culturali e alla ritualità del culto religioso.

 

Usi rituali

 

Nello specifico, ritornano spessissimo, sia nei proverbi (come quelli esaminati da Vinciguerra e Rondinelli) sia nelle espressioni idiomatiche numeri dalla fortissima valenza simbolica come tre (il numero perfetto e sacro in molte religioni) e sette (numero magico per eccellenza): per gusto di elenco, basterà attingere dal Dizionario dei modi di dire di Monica B. Quartu, che raccoglie espressioni ancora discretamente in uso, per ritrovare molti tre (di tre cotte (pop.), far diciotto con tre dadi, non c’è due senza tre, tre fili fanno uno spago, essere come le tre grazie, volere le tre otto (raro), far tre passi su un mattone, far primiera con tre carte, settimana dei tre giovedì, per tre soldi, variante di per due o per quattro soldi) e ancora più sette (consumare il bene di sette chiese, sudare sette (o quattro o nove) camicie, chiudere a sette chiavi, fare il giro (o la visita) delle sette chiese, chiudere con sette sigilli, avere le corna a sette palchi (raro), essere come la Madonna dei Sette Dolori, essere una delle Sette Meraviglie, segreto delle sette comari (raro), fare qualcosa con tutti i (sette) sentimenti, chiudere con sette sigilli, aver sette spiriti, avere sette vite come i gatti).

Accanto a questi usi, che potremmo in larga parte definire rituali, possiamo considerare anche molte altre funzioni svolte dai numeri nel nostro linguaggio quotidiano: la presenza di numeri (ordinali ma soprattutto cardinali) è solitamente associata alla necessità di quantificare in modo rigoroso oggetti o esperienze (considerando anche l’uso strumentale – finanche manipolatorio – dei numeri e delle statistiche nella pubblicità e nell’argomentazione politica, dove la pretesa precisione mira a conquistare consensi, servendosi di quello che Giuseppe Antonelli (2000) definisce “corredo numerico”: cfr. le osservazioni di Rosa Pugliese sul dare i numeri in politica in Pugliese 2008).

Descrivere con precisione è effettivamente la funzione principale dei numeri, e spesso questi, proprio per ribadirne la puntualità, vengono accompagnati da altri elementi che ne rinforzano l’esattezza, come nelle espressioni “alle cinque in punto”, “sei arance di numero”, “dieci invitati precisi”, “un centone tondo tondo”, “42 anni compiuti”, “mezzo litro di latte, non (una goccia) di più”, “cinque minuti, cinque”, ecc.

Questo succede perché accanto alla precisione esiste anche un’altra funzione – apparentemente paradossale – finalizzata ad esprimere piuttosto il contrario della precisione, e cioè la dimensione approssimativa: è «proprio nell’uso approssimato dei numerali» che risulta evidente «la ricchezza pragmatica della lingua, cioè la possibilità, messa in atto quotidianamente,  di sfruttare il sistema linguistico secondo un’ampia gamma di usi, adeguati a differenti contesti – non solo quindi per pensare, veicolare informazioni, strutturare un discorso, ma anche per rispondere a una serie di funzioni interpersonali, per esprimere emozioni, per confessare incertezze o fingere sicurezze ecc.» (Bazzanella 2011, ma si rimanda per approfondimenti all’intero volume).  

 

La funzione approssimativa

 

L’approssimazione si affida soprattutto a numeri semplici (ed è stata studiata soprattutto in relazione alla ricorsività, anche nelle lingue di comunità appartenenti a culture diverse, degli stessi numeri, il che suggerirebbe una similarità della rappresentazione mentale della realtà che coinvolge anche i numeri: cfr. Dehaene-Mehler (1992), che identificano tra gli schemi ricorrenti in molte lingue in particolare i numeri 10, 12, 15, 20, 50 o 100).

Naturalmente negli scambi quotidiani si usano più spesso le cifre che fanno riferimento ai sistemi di numerazione decimale, duodecimale e vigesimale, tuttora persistenti in molte culture, in parte influenzati anche dalla numerazione con le dita (un’analisi corpus-based dei numerali che esprimono vaghezza si legge in Voghera 2017; per un’analisi antropologica delle forme della numerazione, anche in culture diverse, cfr. per es. Squillacciotti 1996).

Questa funzione approssimativa è di grande interesse specie riguardo alla presenza dei numeri nei proverbi e nei modi di dire: se da una parte, infatti, osserviamo la ricorsività degli stessi numeri (per i quali, non a caso, esistono anche degli specifici corrispondenti lessicali: decina, dozzina, quindicina, ventina, ecc.), dall’altra notiamo che la scelta dei numeri approssimati è del tutto arbitraria e non ha le stesse corrispondenze nei proverbi e nei modi di dire di lingue diverse (il che va riportato alla ben nota difficoltà di tradurre gli elementi idiomatici da una lingua all’altra: per le – mancate – corrispondenze di numeri tra italiano e danese cfr. per es. Strudsholm 2011). Ancora Carla Bazzanella (2011), rimandando a Lavric (2010), cita a questo proposito gli esempi di frasi idiomatiche in cui l’immagine è corrispondente ma il numerale di cui ci si serve è diverso («al due spagnolo di dos pasos corrisponde il tre tedesco in drei Schritte; alle quattro gocce spagnole (cuatro gotas) il tre in francese e tedesco (trois gouttes, drei Tropfen); ai quattro gatti italiani e ai cuatro gatos spagnoli corrispondono i fünf Maxeln tedeschi; se gli italiani mangiano a quattro palmenti, i francesi comme quatre, i tedeschi für drei»).

 

L’importanza del quattro

 

Tra i diversi numerali usati nelle frasi idiomatiche in italiano per descrivere l’approssimazione spicca soprattutto il numero quattro, che ricorre in moltissime espressioni (ma che a differenza degli altri numeri già visti non possiede un sostantivo che indichi un gruppo di elementi equivalenti a quel numero: con questo valore per il due esiste il paio, spesso usato con valore approssimato, ma un termine corrispondente manca sia per il tre sia per il quattro).

È evidente che la ricorsività di alcuni numeri si spiega con fattori esterni, perché quelle quantità si trovano più facilmente nell’ambiente naturale (cfr. ancora Dehaene-Mehler 1992). Nel caso del quattro, la sua presenza in certe locuzioni ed espressioni fraseologiche si giustifica per motivi oggettivi: parlare a quattr’occhi ‘in confidenza, senza testimoni’ implica per forza la presenza di due sole persone; suonare un pezzo a quattro mani presuppone l’attività contemporanea di due pianisti; parlare ai quattro venti ricorda l’esistenza di quattro punti cardinali ai quali sono collegati i venti principali; e i quattro angoli della terra rimandano alla visione dell’Apocalisse nella quale vengono evocati i quattro angeli  che trattengono i quattro venti (Ap. 7,1).

In altre espressioni, tuttavia, la scelta di affidare al quattro (e non al cinque, per esempio) il ruolo di esprimere un’entità ridotta può sembrare una caratteristica piuttosto arbitraria della nostra lingua. Arbitraria ma non esclusiva: se il due, il cinque e il dieci sono tra i numeri più usati per la formazione di costruzioni con piccoli numeri in francese, spagnolo e italiano, ma in spagnolo e italiano, come numeri della vaghezza, si aggiunge anche il quattro (Voghera 2017). Nella fraseologia, però, notiamo che anche in francese il quattro è il numero prescelto per indicare una quantità minima (tra gli esempi riportati dal TFLi si trovano écrire quatre lignes à qqn; à quatre pas d’ici; avoir quatre sous d’économies, e le espressioni familiari un de ces quatre matins (anche à un de ces quatre, pop.) e de quatre sous ‘di poco valore’ (equivalente all’italiano da quattro soldi), ma anche per la numerosità (comme quatre vale ‘molto, enormemente’, per es. nelle espressioni boire, manger, faire du bruit comme quatre, e all’abbondanza rimandano espressioni come ne pas avoir quatre bras; par les quatre chemins e aux quatre coins de ‘dappertutto’).

Anche in italiano il quattro può assumere valore approssimato per indicare una quantità modica, anche in alternanza con il due (fare due/quattro passi, fare due/quattro chiacchiere, fare quattro salti, dirne quattro, valere quattro soldi, dire quattro parole in croce, essere in quattro gatti), ma anche dell’abbondanza: la locuzione a quattro a quattro è usata fin dal Quattrocento per indicare un gran numero (GDLI riporta ess. da Luca Pulci a Ippolito Nievo, ma possiamo registrarne usi specializzati anche nell’italiano contemporaneo, come salire/scendere scale/gradini/scalini (a) quattro a quattro); darne quattro a uno è attestata nel Giorgini-Broglio con il significato di ‘dargliele di santa ragione’, e similmente dirne quattro (contro o a qualcuno) ‘rivolgergli rimproveri severi’ è rintracciata da GDLI da Aretino in avanti; il già citato mangiare a quattro palmenti (in alternanza, ancora una volta, con due), rimanda alle capacità delle macine del mulino di tritare grandi quantità di grano e passa a significare dunque, oltre a ‘mangiare avidamente’, anche ‘procurarsi guadagni illeciti’; similmente mangiare a (due) quattro ganasce vale ‘con grande avidità’ (anche in questo caso con un significato figurato di ‘speculare, fare grossi guadagni’, però considerato ormai arcaico da Zingarelli 2022).

 

Il piccolo, il grande, la maniera

 

Questa capacità del quattro di esprimere sia il piccolo sia il grande era stata rilevata già nella terza Crusca (1691), dove si registra la locuzione a quattro ‘maniera usata, per esprimere in quantità grande, di quella materia di che si tratta’, ma anche quattro ‘per Dinotare un piccol numero di che che sia, come Far quattro passi, mangiar quattro bocconi’.

Va precisato però, con Voghera (2017), che nelle costruzioni numerali idiomatiche il valore quantitativo si perde, e prevale invece l’espressione del significato relativo alla maniera: così «fare quattro chiacchiere non indica la durata della chiacchierata, ma il fatto che si tratta di un conversare informale. Lo stesso vale per fare quattro passi, che mette a fuoco il fatto che non ci sia una meta precisa, che si tratti di un’attività svolta per piacere e senza costrizione, più che la durata della passeggiata» (p. 172). 

Vale la pena di sottolineare un addensamento delle espressioni che contengono il quattro nell’area semantica del parlare: come rilevato da Rosa Pugliese (2011), il quattro ha in comune con il due e il tre una specifica applicazione in espressioni che rimandano alla parola, come le già citate dire quattro parole, fare quattro chiacchiere, parlare a quattr’occhi, ma anche dirne quattro, e soprattutto, con riferimento a una eccessiva minuzia nell’argomentare, spaccare il capello in quattro (cfr. ancora il francese couper les cheveux en quatre). Farsi in quattro (o in due), invece, torna ancora sul senso dell’amplificazione, e assume il valore di ‘moltiplicare i propri sforzi, adoperarsi in ogni modo per aiutare qualcuno o risolvere qualcosa’ (Zingarelli 2022).  

Altre sfumature si trovano in modi proverbiali, che alludono alla brevità di tempo (in quattro e quattr’otto) o servono per attestare la veridicità, la chiarezza di qualche cosa (è vero (o chiaro, evidente) come due e due fanno quattro (o come quattro e quattro fanno otto); cfr. Treccani online) o in veri e propri proverbi, come non dire quattro se non l’hai nel sacco, in cui la scelta del numerale è giustificata per ragioni di suono.

Per completare il quadro dei modi di dire che contengono il quattro, va citato infine il caso di fare il diavolo a quattro con il significato di ‘fare molta confusione, protestare, agitarsi per ottenere qualcosa’: in questo specifico modo il riferimento al quattro non è casuale, perché si rifà all’antica pratica delle rappresentazioni medievali, di cui il diavolo era un personaggio importante insieme alla Madonna, a Dio, all’anima e a santi diversi in relazione alle circostanze. Il popolo divideva queste rappresentazioni in «grandi diavolerie» e «piccole diavolerie», a seconda che vi comparissero più o meno di quattro diavoli.

 

Riferimenti bibliografici

Giuseppe Antonelli, Sull’italiano dei politici nella Seconda Repubblica, in Serge Vanvolsen et al. (a cura di), L’italiano oltre frontiera, vol. I, Firenze, Franco Cesati, 2000, pp. 211-234.

Carla Bazzanella, in collaborazione con Rosa Pugliese e Erling Strudsholm, Numeri per parlare. Da ‘quattro chiacchiere’ a ‘grazie mille’, Roma/Bari, Laterza, 2011. 

Stanislas Dehaene - Jacques Mehler, Cross-linguistic regularities in the frequency of number words, in “Cognition. International Journal of Cognitive Science”, 43, 1992, pp. 1-29. 

Eva Lavric, Hyperbolic approximative numerals in cross-cultural comparison, in Gunther Kaltenböck, Wiltrud Mihatsch, & Stefan Schneider (Eds.), in New approaches to hedging, Bingley, Emerald, 2010, pp. 123-164.

Rosa Pugliese, Talk-show, intervista e faccia a faccia: il discorso politico preelettorale, in L'italiano al voto, a cura di Roberto Vetrugno, Cristiana De Santis, Chiara Panzieri, Federico Della Corte, Firenze, Accademia della Crusca, 2008, pp. 355-414.

Rosa Pugliese, Pragmatica dei numerali, in Bazzanella 2011.

B. Monica Quartu, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Rizzoli, 1993 (edizione online Hoepli).

Massimo Squillacciotti (a cura di), Antropologia del numero. Categorie cognitive e forme sociali, Brescia, Grafo edizioni, 1996.

Erling Strudsholm, Numeri e Numbers nelle espressioni idiomatiche da lingua a lingua, Lingua italiana, Treccani.it (19 5 2011).

TFLi - Trésor de la langue française informatisé.

Treccani online, Vocabolario della lingua italiana Treccani.

Vocabolario degli Accademici della Crusca, edizione online.

Miriam Voghera, Costruzioni di piccoli numeri: la vaghezza intenzionale in funzione, in Oana-Dana Balaş, Adriana Ciama, Mihai Enăchescu, Anamaria Gebăilă, Roxana Voicu (a cura di), L’expression de l’imprécision dans les langues romanes, Bucureşti, Ars Docendi, 2017, pp. 162-175.

Zingarelli 2022. Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli.

 

 

Per iniziare

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Crediti immagine: Hannes Grobe, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

 

 

 

 


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