13 maggio 2022

Il diavolo e l’acquasanta

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

Legata probabilmente alle pratiche esorcistiche (dal momento che il diavolo secondo le credenze religiose ha paura dell'acqua santa o dell’acqua benedetta), l’espressione di natura ossimorica (essere come) il diavolo e l’acqua santa ‘(detto di) cose o persone assolutamente inconciliabili fra loro’ è ben documentata nelle fonti lessicografiche, a partire dai repertori sincronici. Essa ricorre, di norma, in formule di paragone (ma non solo, come vedremo più avanti) e formalmente si presenta in due tipi di strutture: una interamente nominale, che vede i due sostantivi in coppia, e una più complessa, di solito retta da una voce verbale.

Stando alla documentazione che abbiamo potuto consultare, il modo di dire si può attestare con certezza intorno alla prima metà dell’Ottocento, come in questo noto passo del capolavoro di Alessandro Manzoni in cui Agnese, la madre di Lucia, risponde alla richiesta della monaca di Monza di esporre con maggiori dettagli (Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto: l’anacoluto più noto della nostra storia letteraria) i motivi per cui veniva richiesta la sua protezione: «Illustrissima signora […] io posso far testimonianza che questa mia figlia aveva in odio quel cavaliere, come il diavolo l’acqua santa, voglio dire, il diavolo era lui; ma mi perdonerà se parlo male, perché noi siamo gente alla buona» (pp. 159-60).

In strutture simili, tutte fondamentalmente riconducibili ad una comparazione, il modo di dire è attestato precocemente, oltre che nella lingua, in non pochi dialetti italiani, come il milanese (vèss côme el diâol e l’âcqua sânta: Angiolini 1897), il veronese (èsar come ’l diàolo e l’acqua santa: Patuzzi-Bolognini 1900), il napoletano (nap. essere u diavulo e l’acquasanta: Andreoli 1887).

Non mancano ovviamente numerose variazioni sul tema, tutte riconducibili allo stesso significato. Ci limitiamo a mostrare un esempio tratto da Il gesuita moderno di Vincenzo Gioberti (1847) in cui a reggere è il verbo amare: «Così, poniamo che uno dei vostri facesse lettura di giuspubblico, egli sarebbe costretto […] a dare un’idea e descrivere gli ordini della monarchia rappresentativa, benché tutti sappiano che voi amate questa ragion di governo quanto il diavolo l’acqua santa» e alcune righe della novella L’opera del divino amore di Giovanni Verga in cui il secondo termine del binomio diventa un complemento di luogo: «Bellonia però, rimasta nel sangue bettoliera e tavernaia, in convento ci stava come il diavolo nell’acqua santa, e gliene fece ve­dere di ogni colore, a lui Pecu Pecu, e alle monache tutte quant’erano».

In realtà l’impiego dei due sostantivi antitetici ricorre ben prima in espressioni rette da verbi di movimento, quali fuggire e scappare, con il significato di ‘rifuggire da una situazione incresciosa, che si vuole assolutamente evitare’, come in questo passo tratto dalla commedia Fabritia di Lodovico Dolce (uscita a Venezia nel 1549, presso gli eredi di Aldo Manuzio): «Melino costui è fuggito da noi come il Diavolo dall’acqua santa […]» (p. 26v).

La locuzione compare a macchia di leopardo nelle fonti fino almeno alla metà dell’Ottocento e risulta registrata nel Tommaseo-Bellini, s.v. diavolo (1869): «Fuggire come il diavolo dalla croce o dall’acqua santa, dice paura o avversione».

Già in precedenza, però, un’espressione molto simile è attestata nel Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (1814), s.v. diánzen (deformazione tabuistica di diavolo, come chiaramente indicato dall’autore: «s’usa per ischivare la parola diavolo»): «Stà lontan come el dianzen de l’acqua santa. Fuggire checchessia come il fuoco di S. Antonio, odiarlo come il diavolo odia la croce». Nella successiva edizione dell’opera (1839-43, vol I. [1839]), l’espressione fraseologica ritorna nella stessa forma s.v. diàvol, ma vi è registrata anche la variante scappà come el diavol de l’acqua santa (che poi sarà quella adottata da Manzoni nei Promessi sposi nella “quarantana”: «[…] benché [don Abbondio] sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall’acqua santa», p. 101).

 

Fra croci, campane, e santi

Nella voce del Tommaseo-Bellini su citata compariva, come di significato analogo a fuggire come il diavolo dall’acquasanta, l’espressione fuggire come il diavolo dalla croce.

In realtà, scorrendo la ricchissima voce diabolus del Lessico Etimologico Italiano, possiamo trovare numerosi altri modi di dire e locuzioni che accostano diavolo con altre parole o nomi, notoriamente a lui opposti.

 

Con croce: [essere] più nemici che il diavolo delle croci (1354-55, nel Corbaccio di Giovanni Boccaccio), fuggi[re] più che i diavoli la croce (nelle Rime di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, pubblicate a cura di Antonio Maria Biscioni nel 1741-42, a più di un secolo e mezzo dalla morte dell’autore; anche nella variante con demonio, come in questo passo della Piazza universale [1585] di Tommaso Garzoni: «S’aggirano per le piazze, stanno a ascoltare i cantinbanchi, si riducono ne’ claustri de’ religiosi a far mille materie, e come vagabondi non han stanza ferma, ne sede permanente in luogo alcuno, fuggendo la scuola più che il demonio la croce, & la presenza del maestro come la faccia d’un serpe», p. 736), aborri[re] più che il diavolo la croce («Aborrisco più che il diavolo la croce i pennelli, i quali son tre mesi che non ho tocchi, nè so come fare a ripigliare», in una lettera di Salvatore Rosa del 1656, cfr. l’edizione curata di Uberto Limentani, p. 113), , essere come il diavolo e la croce («Due persone diconsi essere Il diavolo e la croce. Sì avverse tra loro che non si possan patire», Tommaseo-Bellini, s.v. croce; Quartu-Rossi 2012), essere il diavolo e la croce («Di persone che si odiano», Strafforello 1883, vol I, p. 479; Lapucci 1984), [essere] diavolo e croce («In un villaggio sotto la montagna del Friuli […] v’aveano un tempo due fratelli, che a vederli come a conoscerli, erano veramente diavolo e croce», nella novella La viola di S. Bastiano di Ippolito Nievo [1956, p. 187; ma già in «Florilegio romantico», Serie decimaquarta, Milano, F. Sanvito, 1860, p. 64]).

L’espressione è ben documentata anche nei dialetti, già a partire da vocabolari ottocenteschi. Ci risulta almeno in Piemonte (scapè una côsa com el diavo la cros: di Sant’Albino 1859), a Bergamo (es diaol e crus: Tiraboschi 1873), a Mantova (èsar diàol e cros: Arrivabene 1882), a Parma (j’en cmè al diavol e la crosa: Pariset 1885), a Reggio (stèr lontàn cómm’ al dièvel alla crós: VocAnon 1832), a Bologna (el i ein cm’ è al diavel e la cróus: Coronedi 1869), nei dialetti toscani (sono il diavolo e la croce: Fanfani 1863).

Con campana: andà intes cmè [andare d’accordo come] al diavól e il campan nel dialetto piacentino: Foresti 1836).

Ancora, ad essere chiamati in causa sono i nomi di alcuni santi, che secondo la tradizione hanno combattuto il demonio o sono stati da lui tentati, uscendone vittoriosi: [essere] il diavolo e sant’Antonio (in Toscana: Fanfani 1863), essiri comu lu diavulu e san Binnardu (in Sicilia: Traina 1872), essiri comu lu diavulu e san Micheli ib.

 

E oggi?

Il modo di dire, variamente formulato, è frequentissimo nella scrittura giornalistica di tutte le tinte, forse con una leggera prevalenza nella cronaca politica. A titolo d’esempio, nel febbraio 2021, in occasione del discorso di Mario Draghi in Senato per ottenere la fiducia la Repubblica commenta: «Curioso, le uniche due frasi riportate sono di Cavour e del Papa, cioè all’epoca il diavolo e l’acqua santa (per dire: Pio IX sospese a divinis il prete che aveva osato assolvere Cavour in punto di morte). L’unità nazionale pure nelle citazioni».

 

 

Bibliografia minima di riferimento

Andreoli 1887 = Raffaele Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Torino, Paravia.

Angiolini 1897 = Francesco Angiolini, Vocabolario milanese-italiano, con segni per la pronuncia, preceduto da una breve grammatica del dialetto e seguito dal repertorio italiano-milanese, Torino, G. B. Paravia e C. Edit.

Arrivabene 1882 = Ferdinando Arrivabene, Vocabolario mantovano-italiano, Mantova Eredi Segna.

Cherubini 1814 = Francesco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, 2 voll., Milano, Dalla stamperia reale.

Cherubini 1840 = Francesco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, 5 voll., Milano, Società tipografica de' Classici italiani, 1839-1856.

Coronedi 1869 = Carolina Coronedi Berti, Vocabolario bolognese-italiano, 2 voll., Bologna, Stabilimento tipografico.

DELI = M. Cortelazzo, P. Zolli, Il nuovo etimologico. DELI. Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, seconda edizione a cura di M. Cortelazzo e M.A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999. 

di Sant’Albino 1859 = Vittorio di Sant’Albino, Gran dizionario piemontese-italiano, Torino, Società l’Unione tipografico-editrice.

Foresti 1836 = Lorenzo Foresti, Vocabolario piacentino italiano, Piacenza, Fratelli del Majno Tipografi.

GDLI = Grande Dizionario della Lingua Italiana, fondato da S. Battaglia e poi diretto da G. Barberi Squarotti, 21 voll., Torino, UTET, 1961-2002.

Giuseppe Giusti, Raccolta di proverbi toscani, Firenze, Le Monnier, 1853.

GRADIT = Tullio De Mauro (dir.), Grande dizionario italiano dell’uso, 8 voll., Torino, UTET 1999-2007.

Fanfani 1863 = Pietro Fanfani, Vocabolario dell'uso toscano, Firenze, Barbera.

Lapucci 1984 = Carlo Lapucci, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Vallardi.

LEI = Lessico etimologico italiano di †Max Pfister, Wolfgang Schweickard, Elton Prifti, Wiesbaden, Reichert, dal 1979-[l’articolo diabolus è in LEI 19, 144-230].

Ippolito Nievo, Novelle campagnuole, a cura di Elio Bartolini, Milano, A. Mondadori, 1956.

Pariset 1885 = Carlo Pariset, Vocabolario parmigiano italiano, 2 voll., Parma, Ferrari e Pellegrini.

Patuzzi-Bolognini 1900 = Gaetano Lionello Patuzzi & Giorgio & Antonio Bolognini, Piccolo dizionario del dialetto moderno della città di Verona, Verona, Franchini.

Monica Quartu ed Elena Rossi, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Ulrico Hoepli Editore.

Salvator Rosa, Poesie e lettere inedite, trascritte e annotate da Uberto Limentani, Firenze, L. S. Olschki, 1950.

Gustavo Strafforello, La sapienza del mondo. Ovvero, Dizionario universale dei proverbi di tutti i popoli, Torino, A. F. Negro, 1883, 3 voll.

Tiraboschi 1873 = Antonio Tiraboschi, Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni, 2 voll., Bergamo, Tip. ed. f.lli Bolis.

Tommaseo-Bellini = Niccolò Tommaseo & Bernardo Bellini, Dizionario della lingua italiana, 7 voll. Torino, UTET.

Traina 1868 = Antonino Traina, Nuovo vocabolario siciliano-italiano, Palermo, Pedone Lauriel.

VocAnon 1832 = Vocabolario reggiano-italiano, 2 voll., Reggio, tip. Torreggiani e C.

 

 

Il ciclo Per modo di dire... Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Per iniziare

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

 

Citazioni d’autore

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

 

Echi danteschi

Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Pierluigi Ortolano, Stai fresco!

Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro

Debora de Fazio, Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

 

Fiabe e favole

Rosa Piro, Fare la mosca cocchiera

Lucilla Pizzoli, Brutto anatroccolo

Giulio Vaccaro, Avere la coda di paglia

Rocco Luigi Nichil, La volpe e l’uva

Rocco Luigi Nichil, La volpe, le ciliegie e altro ancora

 

Animali

Alessandro Aresti, Menare il can per l’aia

Antonio Montinaro, Salto della quaglia

Marcello Aprile, Avere, dare, prendere la scimmia

Rosa Piro, Grilli per la testa

 

Colori

Lucilla Pizzoli, Essere al verde

Debora de Fazio, Passare una notte in bianco

Alessandro Aresti, Avere una fifa blu

 

Numeri

Paolo Rondinelli e Antonio Vinciguerra, Chi fa da sé fa per tre? Quando i proverbi “danno i numeri”

Luigi Matt, È un quarantotto (e altre quarantottate)

Antonio Montinaro, Prendere due piccioni con una fava

Lucilla Pizzoli, Dirne quattro (ma anche un po’ di più)

 

Attribuzioni antonomastiche

Maria Antonietta Epifani, Paganini non ripete

Rosa Piro, La vittoria di Pirro

Debora de Fazio, Tallone d'Achille

Antonio Montinaro, Essere il/fare il Pigmalione

 

Parti del corpo

Pierpaolo Lala, Mani pulite

Rosa Piro, Lavarsene le mani

Rocco Luigi Nichil, Faccia da schiaffi… e d’altro tipo

Alessandro Aresti, Fare (il) piedino

 

Angeli e Demoni

Sergio Lubello, Anche i diavoli hanno i loro avvocati. Sul modo di dire “fare l’avvocato del diavolo”

Rocco Luigi Nichil, A casa del diavolo

 

Immagine: Tratta dal film The Devil's Advocate (1997) di T. Hackford

 


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