30 giugno 2022

Dalla Bulgaria con (poco) amore

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

 

Quando nel 2016 – a seguito dell’istituzione della commissione parlamentare sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio – Tullio de Mauro stilò l’elenco delle parole dell’odio circolanti in Italia per classificarle e analizzarle, cominciò questa triste lista, significativamente intitolata “Le parole per ferire”, con gli etnici, cioè i “nomi di un popolo straniero, spesso lontano e mal noto, usati per offendere una persona” (vedi). Si tratta di nomi di popolazioni in cui il sentire comune individua qualche caratteristica stereotipica negativa che viene ricondotta, in modo pregiudizievole, a tutti i componenti del gruppo, configurando il termine come un insulto a tutti gli effetti. Nella rassegna compaiono popoli vicini come i crucchi o lontani come gli zulù, antichi come gli ostrogoti, i vandali, o anche i mammalucchi, ma pure rappresentanti delle diverse regioni o aree della penisola italiana, ai quali vengono attribuite attitudini sgradevoli (dai genovesi ai napoletani, o, assecondando un atavico senso di superiorità della città sulla campagna, ai burini, terroni e polentoni).

Quest’uso distorto degli etnici si ritrova anche nei modi di dire, che hanno fissato in formulazioni stabili il pregiudizio etnico rendendo, come spesso succede con le espressioni idiomatiche, non sempre riconoscibile la ragione di assegnazioni così specifiche: alla base di frasi fatte come bestemmiare o fumare come un turco, fare l’indiano, filarsela all’inglese, fare il portoghese o parlare arabo, si possono trovano a volte – di là dal pregiudizio generico – episodi storici che sono stati poi dimenticati ma che hanno lasciato una traccia riconoscibile nella fraseologia italiana.

Nel caso della Turchia, per esempio, furono le rigide restrizioni al consumo di tabacco imposte invano nel XVII secolo dal sultano ottomano Muràd IV a determinare una successiva ripresa e diffusione massiccia dell’abitudine a fumare, al punto da far diventare proverbiale il detto in italiano fumare come un turco (ma non in altre lingue: per esempio in francese, dove pure è attestata l’espressione altrettanto pregiudizievole traiter quelqu’un à la turque ‘trattare crudelmente, senza riguardi’, per l’eccesso di fumo si ricorre ai pompieri: fumer comme un pompier). L’espressione fare il portoghese nel significato di ‘usufruire di un servizio senza pagare il biglietto’ sembra risalire «al sec. 18°, quando l’ambasciata del Portogallo a Roma, per festeggiare un avvenimento, organizzò una recita al teatro Argentina per la quale non erano stati distribuiti biglietti di invito, essendo l’ingresso gratuito per chi si presentasse come “portoghese”, cioè come cittadino del Portogallo» (Vocabolario Treccani online): paradossalmente, l’accusa di imbroglione venne attribuita agli aventi diritto e non ai cittadini romani che approfittarono dello spettacolo facendosi passare per portoghesi.

D’altra parte, la traccia della pratica di stigmatizzare popolazioni altre da sé attribuendo loro caratteristiche squalificanti è presente fin dall’antichità in moltissime lingue: le forme della discriminazione possono riguardare le diverse abitudini alimentari (gli italiani sono macaroni o spaghetti-eater per gli inglesi, i canadesi di origine inglese vengono chiamati mangiakekka dagli italo-canadesi, i tedeschi sono mangeurs de pommes de terre per i francesi), la lingua, la religione o altre usanze.

Il fenomeno dell’aggressività linguistica basata sulla discriminazione etnica è stato ampiamente studiato da antropologi, sociologi e naturalmente linguisti e, di recente, ha ricevuto una rinnovata attenzione anche nell’ambito degli interventi volti a contrastare le forme di incitamento all’odio sempre più diffuse online. La presa di coscienza della straordinaria potenza della rete nell’amplificare sentimenti e pregiudizi radicati in alcune comunità ha reso necessaria infatti l’applicazione di contromisure, mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica ma innanzitutto indirizzate agli organi di informazione che in molti casi contribuiscono a consolidare – anche attraverso l’uso delle parole – stereotipi a sfondo razziale. La commissione parlamentare istituita in Italia, infatti, è stata intitolata a Jo Cox, la parlamentare britannica uccisa nel giugno del 2016 da un neonazista con il pretesto delle sue battaglie contro la xenofobia, e ha preso le mosse dalla raccomandazione contro il discorso dell’odio adottata nel 2015 dalla Commissione Europea contro il Razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa: nella sua relazione finale, la commissione italiana ha richiamato il peso degli stereotipi negativi che anche attraverso il linguaggio contribuiscono a fornire false rappresentazioni e ad alimentare l’odio. Analogamente, nella Carta di Roma, un importante documento attualmente parte integrante del contratto di lavoro dei giornalisti, si sottolineano i rischi dell’etnicizzazione dei fatti di cronaca nell’aumentare la discriminazione contro determinati gruppi e si invita a citare la nazionalità, l’etnia, le origini, la religione o lo status giuridico dei protagonisti solo se «rilevanti e pertinenti per la comprensione della notizia» (Linee guida per l’applicazione della carta di Roma); indicazioni simili, fortemente centrate sull’uso delle parole, si leggono in altri progetti, come Parlare civile, Il Manifesto della comunicazione non ostile, ecc. Anche la legislazione italiana si è adeguata aggiornando la legge sulla prevenzione e repressione del delitto di genocidio (L. 962/1967, che consentiva l’identificazione di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso) con la L. 205/1993 (che punisce chiunque faccia propaganda fondata sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi). Nel 2016 è stato depenalizzato il reato di ingiuria (ma resta penalmente perseguibile la diffamazione) nell’ottica di insistere sulla gravità dell’istigazione all’odio: recenti pronunce della Corte costituzionale hanno specificato infatti che non va punita penalmente l’offesa rivolta allo straniero ma la propaganda della discriminazione xenofoba, sia nella forma di razzismo sia in quella di odio razziale.

 

I soliti ignoti (bulgari)

Insomma, il tema della discriminazione linguistica su base etnica – che in questa sezione della rubrica sui modi di dire viene trattata in riferimento alle provenienze – rientra pienamente nella riflessione sul politicamente corretto e sulla necessità di analizzare la storia delle parole e delle frasi fatte che hanno contribuito a consolidare l’immagine di alcuni gruppi nella nostra cultura.

Tra i tanti etnici che hanno generato espressioni stabili spicca il caso di bulgaro, che, come ha magistralmente ricostruito Enrico Testa nel suo Bulgaro. Storia di una parola malfamata (2019), ha catalizzato un’avversione spiccata: «è difficile trovare, tra i termini che indicano le varie nazioni d’Europa, un etnonimo che, al pari di bulgaro, abbia avuto in Italia, negli ultimi decenni, una sventura così singolare marcando, in veste di aggettivo, la parola a cui si è trovato via via connesso di tratti costantemente negativi» (p. 24).

In alcuni casi l’aggettivo bulgaro si trova in locuzioni usate per definire azioni specificamente riconducibili (sia pure in modo pretestuoso) a presunte attitudini al crimine da parte della popolazione bulgara: così chiave bulgara (un ingegnoso metodo di scasso che consentirebbe di violare le serrature senza lasciare traccia), ombrello bulgaro (quello che, dotato di veleno nel puntale, secondo una ricostruzione mai dimostrata da prove affidabili avrebbe ucciso il dissidente bulgaro Georgi Markov nel 1978) e anche pista bulgara (un’ipotesi investigativa poi rivelatasi infondata che avrebbe ricondotto l’attentato a papa Giovanni Paolo II, nel maggio del 1981, ai servizi segreti del regime bulgaro). Le locuzioni in questione, tutte condizionate dall’accezione fortemente squalificata dell’aggettivo bulgaro, sono però sempre usate in modo referenziale per riferirsi agli episodi che ne hanno determinato l’abbinamento.

 

Maggioranze ed editti 

In altri due casi, invece, assistiamo a un passaggio all’uso figurato che permette di assegnare le espressioni interessate, a pieno titolo, alla categoria dei modi di dire di cui ci stiamo occupando in questa rubrica. Si tratta delle locuzioni, particolarmente fortunate nella stampa italiana recente, maggioranza bulgara e editto bulgaro.

La prima, di più lungo corso nell’italiano contemporaneo, viene datata da Testa al 1989, quando, durante il 45° congresso milanese del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi, rieletto segretario con il 92,3% dei voti, manifestando al contempo imbarazzo e gratitudine, definì bulgara la percentuale delle preferenze ottenute.

Da quel momento in poi, e con particolare frequenza a partire dagli anni Novanta del Novecento, i giornali hanno definito bulgara qualunque decisione (maggioranza, ma anche elezione o votazione e soprattutto percentuale) condotta con metodi autoritari e dai risultati plebiscitari, senza potersi riferire a un episodio specifico della storia della Bulgaria. Le definizioni riportate dai dizionari dell’uso, in questo, non lasciano dubbi: tutti specificano l’uso figurato dell’aggettivo (Garzanti online, Treccani online), in molti casi sottolineandone il valore dispregiativo (Nuovo Devoto Oli, Gradit, Sabatini-Coletti, Zanichelli 2022) e compattamente collegando il significato al rigido dispotismo del regime filo-sovietico imposto in Bulgaria nel periodo che va dal secondo dopoguerra alla caduta del muro di Berlino.

 

La storia della seconda locuzione, altrettanto nota, ci riporta al 18 aprile 2002, quando Silvio Berlusconi, in visita ufficiale a Sofia in qualità di presidente del Consiglio, definì «criminoso» l’uso della televisione pubblica fatto da Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi; solo con le nuove nomine del Consiglio di amministrazione della RAI si sarebbe, secondo Berlusconi, posto fine all’«occupazione militare da parte della sinistra», consentendo un ritorno alla televisione «non faziosa, oggettiva e non partitica» (vedi). La sospensione dei programmi in cui operavano i personaggi coinvolti ebbe reazioni pesanti e la decisione di Berlusconi venne definita in vari modi (da ukase bulgaro a diktat bulgaro), finché non si stabilizzò nella formula editto bulgaro, usata anche in altri contesti, su evidente influsso della locuzione precedente, per definire una decisione presa dall’alto e senza diritto di replica.

 

Alle radici dello stereotipo

Come ricorda ancora con innumerevoli esempi Enrico Testa, le motivazioni di un trattamento negativo così persistente risalgono molto indietro nella storia: la cattiva fama dei bulgari in occidente trova origine nell’eresia dei bogomili (fine IX secolo), conosciuta anche come eresia bulgara, che subì uno stigma molto forte per tutto il Medioevo finché il termine non conobbe una dilatazione tale da poter includere tutti i gruppi ereticali d’Occidente; al pregiudizio di tipo religioso si sovrapposero presto anche le accuse di usura, di certi comportamenti sessuali (come la zoofilia e la sodomia) e di una generale propensione all’inganno e al malaffare. La dimostrazione della forza del disprezzo (esteso in generale al complesso delle popolazioni balcaniche, ritenute nell’immaginario europeo, anche per effetto delle relazioni dei viaggiatori transitati in quell’area, incapaci di controllo sociale) sta negli usi figurati di parole appartenenti alla stessa famiglia linguistica: per i Balcani abbiamo balcanizzare e balcanizzazione che indicano, non solo in italiano, il ‘ridurre uno Stato nelle condizioni di disordine o di frammentazione’; tra i derivati di bulgaro troviamo invece fin dal XIV secolo il verbo, ora di registro colloquiale, buggerare (e anche le forme buggerata, buggeratura), esiti del latino medievale, con le sue varianti *bŭlgerus e *bŭgerus con il valore di ‘sodomita’. Da notare che simili sviluppi si hanno anche nei dialetti dell’italiano e in altre lingue, come nell’antico francese bolgre (‘eretico’ e poi ‘sodomita’), con numerosi derivati, per arrivare nel catalano bujarró, nello spagnolo bujarrón, fino al tedesco Bugarïager ‘selvaggio’, e ancora con accezioni fortemente dispregiative, all’inglese (i sostantivi bugger ‘persona sgradevole’ e buggery ‘eresia, sodomia’, e il verbo to bugger ‘scassare, fottere, sodomizzare, sfinire’).  

 

La costruzione negativa dell’immagine balcanica in generale e bulgara in particolare affonda dunque le sue radici in tempi lontanissimi, resistendo anche ai movimenti centrati sulla lotta ai pregiudizi, come l’Illuminismo (Testa ricorda che nel suo Dictionnaire philosophique Voltaire, per esempio, usò parole di disprezzo nei confronti dei bulgari) e rimbalza nell’attualità attraverso una fraseologia particolarmente diffusa.

Nonostante la crescente sensibilità nei confronti del politicamente corretto, le iniziative istituzionali come quelle già citate e i richiami di singoli giornalisti (nella sua rubrica Cucù, per esempio, Sebastiano Messina include proprio maggioranza bulgara, insieme a fumare come un turco, fare l'indiano e fair play inglese tra i «luoghi comuni, rivelatisi falsi o smentiti dalla storia, che ormai vanno considerati errori blu e banditi dal lessico contemporaneo»; la Repubblica, 13 luglio 2021), continuano ad essere usate nella stampa formule su base etnica come queste, stantie ma di sicura presa sul lettore, in un’onda lunga difficile da fermare. I 352 risultati nell’archivio di Repubblica per l’espressione maggioranza bulgara (268 al singolare e 84 al plurale), infatti, sono equamente distribuiti nelle annate dal 25 giugno 1992 al 19 giugno 2022 (perdendo presto i segnali di presa di distanza, come le virgolette) e lo stesso vale per i 434 risultati per editto bulgaro: la locuzione (in 384 casi al singolare e in 50 al plurale) è ben rappresentata dall’8 marzo 2003 al 23 aprile 2022, sia in riferimento all’episodio che ha coinvolto Berlusconi, ma anche in senso figurato per riferirsi a un generico atto di prevaricazione.

È molto probabile che nella coscienza collettiva sfuggano i contorni dell’episodio originario, pur ancora fresco nella memoria, ma è altrettanto probabile che l’uso dispregiativo dell’etnico continui a rafforzare il senso di estraneità, quando non di aperta ostilità, nei confronti della popolazione bulgara nel suo insieme.

 

Ripercorrendo la ricostruzione di Elena Pistolesi, si può notare come l’ostilità dei media nei confronti degli stranieri è iniziata nel momento in cui gli arrivi di immigrati in Italia sono cresciuti e si è cominciato ad agire sulla paura scatenata dalla percezione dell’immigrazione (peraltro sovrastimata nei numeri rispetto ai dati reali): le strategie del discorso discriminatorio incentrato sugli stereotipi hanno creato il clima adatto perché l’intolleranza si trasformasse in insulto. L’enorme ricorso agli insulti nei social media poi – come dimostrato da Massimo Palermo – pur mantenendo forti elementi di continuità con le ingiurie presenti già nei testi medievali, rende tali atti ostili potenziati dalla novità del mezzo che li trasmette in una versione inedita della violenza verbale (decorporeizzata, anonimizzata, pervasiva). Non è un caso che la xenofobia sia una delle componenti sulle quali sono costruiti i testi di fake news (cosa che peraltro li rende più facilmente riconoscibili in quanto tali: cfr. Lokar-Ondelli et al.).

 

Se è vero che è impossibile estirpare il razzismo e l’intolleranza limitandosi a eliminare le parole discriminanti (e ce lo ricorda la recente polemica contro il vocabolario Treccani sulla presenza, tra le definizioni di donna, anche di termini fortemente svalutativi), c’è da augurarsi che una maggiore consapevolezza riguardo all’origine delle parole e una riflessione sulla scarsa fondatezza degli stereotipi presenti nella fraseologia idiomatica possa consentire di fare piccoli passi avanti nella possibilità di una convivenza civile tra persone diverse.

   

 

Riferimenti bibliografici

Tullio De Mauro, Le parole per ferire, Internazionale, 27/9/2016 (https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/09/27/razzismo-parole-ferire)

Federico Faloppa, Parole contro. La rappresentazione del ‘diverso’ nella lingua italiana e nei dialetti, prefazione di Gian Luigi Beccarla, Garzanti, Milano 2004.

Federico Faloppa, Razzisti a parole (per tacer dei fatti), Roma-Bari, Laterza, 2011.

Garzanti online: Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana, Milano, De Agostini Scuola – Garzanti Linguistica (disponibile online: https://www.garzantilinguistica.it).

GRADIT. Grande dizionario italiano dell’uso, a cura di Tullio De Mauro, Torino, Utet, 1999-2003. 

Alice Lokar - Stefano Ondelli - Fabio Romanini - Elia Silvestro, Credibile ma falso. Come riconoscere le fake news (quasi senza leggerle), Trieste, EUT, 2018.

Rocco Luigi Nichil, Clandestino. Storia linguistica di una parola chiave, Lecce, Milella, 2019.

Nuovo Devoto-Oli 2022 di Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Luca Serianni, Maurizio Trifone, Firenze/Milano, Le Monnier/Mondadori Education.

Massimo Palermo, L’insulto ai tempi dei social media: costanti e innovazioni, in “Lingue e Culture dei Media”, 4, 2, 2020, pp. 2-15.

Elena Pistolesi, La banalità dell’altro: dallo stereotipo all’insulto etnico, in Migrazione e identità culturali, a cura di Stefania Taviano, Messina, Mesogea, 2008, pp. 227-238.

Sabatini Coletti, Dizionario di Italiano. Edizione online tratta da il Sabatini Coletti, Dizionario della Lingua Italiana (disponibile online: https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/).

Stefano Telve, Etnonimi e xenofobia, in “La Crusca per voi”, XXXII, 2006, pp. 3-6.

Enrico Testa, Bulgaro. Storia di una parola malfamata, Bologna, il Mulino, 2019.

Treccani online: Vocabolario Treccani (disponibile online: https://www.treccani.it/vocabolario/ ).

Lo Zingarelli 2022. Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli.

 

 

Il ciclo Per modo di dire... Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Per iniziare

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

 

Citazioni d’autore

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Rocco Luigi Nichil, C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

 

Echi danteschi

Alessandro Aresti, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Pierluigi Ortolano, Stai fresco!

Antonio Montinaro, Galeotto fu il libro

Debora de Fazio, Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

 

Fiabe e favole

Rosa Piro, Fare la mosca cocchiera

Lucilla Pizzoli, Brutto anatroccolo

Giulio Vaccaro, Avere la coda di paglia

Rocco Luigi Nichil, La volpe e l’uva

Rocco Luigi Nichil, La volpe, le ciliegie e altro ancora

 

Animali

Alessandro Aresti, Menare il can per l’aia

Antonio Montinaro, Salto della quaglia

Marcello Aprile, Avere, dare, prendere la scimmia

Rosa Piro, Grilli per la testa

 

Colori

Lucilla Pizzoli, Essere al verde

Debora de Fazio, Passare una notte in bianco

Alessandro Aresti, Avere una fifa blu

 

Numeri

Paolo Rondinelli e Antonio Vinciguerra, Chi fa da sé fa per tre? Quando i proverbi “danno i numeri”

Luigi Matt, È un quarantotto (e altre quarantottate)

Antonio Montinaro, Prendere due piccioni con una fava

Lucilla Pizzoli, Dirne quattro (ma anche un po’ di più)

 

Attribuzioni antonomastiche

Maria Antonietta Epifani, Paganini non ripete

Rosa Piro, La vittoria di Pirro

Debora de Fazio, Tallone d'Achille

Antonio Montinaro, Essere il/fare il Pigmalione

 

Parti del corpo

Pierpaolo Lala, Mani pulite

Rosa Piro, Lavarsene le mani

Rocco Luigi Nichil, Faccia da schiaffi… e d’altro tipo

Alessandro Aresti, Fare (il) piedino

 

Angeli e Demoni

Sergio Lubello, Anche i diavoli hanno i loro avvocati. Sul modo di dire “fare l’avvocato del diavolo”

Rocco Luigi Nichil, A casa del diavolo

Debora de Fazio, Il diavolo e l’acquasanta

Antonio Montinaro, Fare il diavolo a quattro

 

Destinazioni e provenienze

Debora de Fazio, Andare a Patrasso

 

Immagine: Il meandro del fiume Arda

 

Crediti immagine: Evgeni Dinev from Burgas, Bulgaria, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons


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