08 aprile 2021

E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

 

Dopo l’introduzione di Lucilla Pizzoli (Colorare i discorsi) e i primi tre articoli accomunati dall’idea di “iniziare” – Attaccare bottone di Alessandro Aresti, Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare di Rosa Piro e Rompere il ghiaccio di Antonio Montinaro –, concludiamo il primo mese della rubrica Per modo di dire… Un anno di frasi fatte non con un’espressione idiomatica, ma con un motto latino, Per aspera ad astra.

Un’eccezione che intende essere un augurio a superare il difficile momento che stiamo vivendo: nel settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta, rinchiusi nella nostra selva oscura, anche noi presto usciremo «a riveder le stelle».

 

Oltre la spera che più larga gira

 

Il motto latino Per aspera ad astra (‘attraverso le asperità alle stelle’) indica come sia possibile raggiungere la gloria (astra) solo riuscendo a superare le avversità (aspera).

Si tratta di un’espressione particolarmente diffusa nella cultura contemporanea, tanto da essere stata inserita (registrata in latino e tradotta in codice Morse) tra i 55 messaggi destinati a eventuali forme di vita extraterrestri del Voyager Golden Record, il disco d’oro collocato sulle sonde spaziali Voyager 1 e Voyager 2 lanciate nel 1977, e ora in viaggio oltre il sistema solare.

Le citazioni dirette o indirette della massima, tuttavia, sono talmente tante, nella musica («Per aspera ad Astra / Le asperità conducono alle Stelle» canta Franco Battiato in Caliti Junku, nell’album Apriti sesamo del 2012), nel cinema (dal film russo Per aspera ad astra del 1981 all’americano Ad astra del 2019), nella televisione (Per aspera ad astra è il motto della Flotta Stellare nella serie televisiva Star Trek, in onda dal 1966), e in tanto altro ancora, che sarebbe qui impossibile tracciare un elenco esaustivo (ma si vedano, in proposito, le pagine dedicate al motto nella versione italiana e inglese di Wikipedia).

 

Da molte stelle mi vien questa luce

 

Diverse sono in realtà le varianti dell’aforisma: secondo il Vocabolario Treccani (s.v.), la formulazione Per aspera ad astra «sembra piuttosto recente» e sostituisce «un precedente per aspera ad ardua»; molti siti internet (tra cui la stessa Wikipedia) suggeriscono invece l’alternativa Per aspera sic itur ad astra.

Va detto innanzitutto che il motto riecheggia alcune formule tramandate dalla tradizione letteraria latina, come «non est ad astra mollis e terra via» (‘non c’è una via facile dalla terra alle stelle’), frase pronunciata da Megara, la sposa di Ercole, nell’Hercules furens di Seneca (v. 437), e il «sic itur ad astra» (‘così che si giunge agli astri’) con cui, nell’Eneide (IX, 641), Apollo esorta Ascanio, il figlio di Enea, a conquistare l’immortalità (Vocabolario Treccani, s.v. sic itur ad astra; cfr. Tosi 2017, nn. 2210 [Per aspera ad astra] e 2212 [Sic itur ad astra]).

Entrambe le espressioni, tradotte in chiave cristiana, divennero col tempo proverbiali, ma la seconda in particolare, citata anche da Petrarca nei Carmina varia (26, 74) e nel Secretum (I, p. 106), ebbe una fortuna straordinaria; si pensi alle parole con cui inizia il romanzo Chronicles of Canongate (1827) di Walter Scott, che pone in esergo proprio Sic itur ad astra: «“This is the path to heaven”. Such is the ancient motto attached to the armorial bearings of the Canongate, and which is inscribed, with greater or less propriety, upon all the public buildings, from the church to the pillory, in the ancient quarter of Edinburgh […]» (così nella traduzione di Virginio Soncini del 1840: «È questa la via del Cielo. Tale è l’antico motto che vedesi nell’arme della Canongate, e da queste parole, bene o male scritte, sono contrassegnati tutti gli edifizi pubblici dalla chiesa alla berlina di quell’antico quartiere d’Edimburgo»).

Il motto ebbe un nuovo slancio – e non solo in senso figurato – dopo le prime imprese aeronautiche della fine del Settecento: non è un caso, del resto, che Sic itur ad astra compaia nello stemma nobiliare donato da Luigi XVI a Pierre Montgolfier (padre dei due inventori della mongolfiera) nel 1783. Anche Jean-Pierre Blanchard, uno dei pionieri del volo, che nel 1785, in compagnia dell’americano John Jeffries, trasvolò per primo il canale della Manica, aveva scelto come motto Sic itur ad astra, ma a seguito dell’incerto volo sui cieli parigini del 2 marzo 1784 si guadagnò anche un caustico epigramma: «Au Champ-de-Mars il s’envola; / au champ voisin il resta là; / Beaucoup il ramassa / Messiuers, sic itur ad astra» (Audiffret 1835, p. 341, che tuttavia spiega come l’impresa fosse stata complicata dall’intervento di uno spettatore, «un élève de l’École-Militaire, nommé Dupont (et non point Bonaparte, comme on l’a prétendu)», che, furioso per non essere stato accettato a bordo, danneggiò il pallone areostatico poco prima della partenza). Versi che di fatto anticipano il capovolgimento di valore subito nel corso dell’Ottocento da Sic itur ad astra: «È motto che per lo più si dice in senso ironico e specialmente quando si vede salire qualche immeritevole intrigante a gradi e posizioni luminose» (Chiaves 1892, p. 76): un’ironia che richiama, a dire il vero, quella con cui Parini, nei frammenti inediti del Giorno analizzati da Carducci (1907, p. 230: «Fa’ core, o fanciullo, nel novel tuo valore. Cosi vassi a le stelle, o generato da numi e generatore di numi»), piegava al tempo stesso l’Eneide di Virgilio («Macte nova virtute, puer, sic itur ad astra») e il volgarizzamento del Caro (1581, p. 387: «A[h]i fanciullo in cui vertù s’avanza! / Così vassi à le stelle. Or ben tu mostri / Che dagli Dij sei nato, et ch’altri Dij / Nasceranno da te»).

Tuttavia, se ancor oggi Sic itur ad astra è interpretato soprattutto in chiave sarcastica, lo stesso non può dirsi per l’espressione Per aspera sic itur ad astra, che anche alla luce della sua recenziorità (non se ne trova traccia prima del 2008, vedi Rivista di studi politici internazionali, anno LXXV, n. 299 [Ottobre-Dicembre], p. 463) andrà letta come una ricostruzione paretimologica di Per aspera ad astra sulla base dell’emistichio virgiliano.

 

Tam ardua tam sublimia

 

Anche Per aspera ad ardua, richiamato dal Vocabolario Treccani (s.v. Per aspera ad astra), ricorda alcuni passi della letteratura latina: «Numerosi poi i luoghi […] in cui la virtus è definita ardua o tende ad ardue mete» (Tosi 2017, p. 1959, con rimandi che vanno da Orazio e Ovidio a Giovanni di Salisbury e Gualtiero di Châtillon). Compare però per la prima volta in questa formulazione in un epigramma indirizzato da Nicolaus Antherus (1590-1638), pastore luterano e docente di lingua ebraica, a Salomon Schweigger (1608, p. 29). Il che, se da una parte non esclude precedenti occorrenze, certamente traccia un solco nella storia del motto, soprattutto se associato alle successive attestazioni secentesche, per lo più di area germanofona e di ambiente luterano («quomodo per aspera ad ardua, per angusta ad augusta perveniamus», Küffner [1647], [p. 21]; Ebermaier 1653, p. 494; «Sic per angusta ad augusta, per aspera ad ardua felicissime tandem ascendit», Gutberlethus 1667, p. 5v).

Molto vicino al precedente, l’aforisma Per ardua ad astra, che caratterizza l’emblema dalla Royal Air Force fin dalla sua fondazione (1918). Un articolo pubblicato qualche anno fa proprio sul sito dell’aeronautica militare britannica (www.raf.mod.uk, ma oggi consultabile solo su archive.org), spiegava come la scelta risalisse ai tempi della Royal Flying Corps (1912-1918) e ne tracciava a ritroso la trafila, che dal tenente J.S. Yule conduceva al romanzo di H. Rider Haggard The People of the Mist (1894), e da qui fino alla tradizione dei motti araldici delle famiglie inglesi.

In effetti, la rivista The Aeroplane parla già il 4 settembre 1913 dell’adozione del motto da parte della RFC («The King has been pleased to approve of the Royal Flying Corps having as motto the phrase: “Per ardua ad astra” – (“Through difficulties to the stars”)», p. 818 della raccolta Luglio-Settembre); e nel romanzo di Haggard Per ardua ad astra compare (a p. 33 dell’edizione qui citata) nel motto della famiglia Outram, che in realtà ricalca, invertito nelle sue parti, lo storico Ad astra per ardua dei Drummond di Midhope, in Scozia (vedi Nisbet 1722, p. 68; Fairbairn/Butters 1860, vol. I, pp. 158, 531).

L’aforisma, tuttavia, compare già nel 1662, in un epicedio del medico tedesco Johannes Tackius (Johann Tacke, 1617-1676) per il langravio Giorgio II d’Assia-Darmstradt, pubblicato nella miscellanea Vita post vitam (Darmbstadii, Typis Christophori Abelii, [parte seconda], pp. 185-190), e pochi anni dopo, in un testo del teologo luterano Heinrich Müller (1667), che, variando sul tema della croce come via per il paradiso («Sic itur ad astra per ardua. Kreuz ist der Weg zum Himmel», p. 39), mescola in realtà tre aforismi latini: «Per crucem ad lucem, sic itur ad astra per ardua» (p. 548; per il proverbio Per crucem ad lucem, vedi Tosi 2017, n. 2211).

 

Per altra via, per altri porti

 

In un passo dell’ Institutio beatae vitae (1570), lo scrittore ecclesiastico Hubert Schuteput, che fu canonico dell’abbazia di Bethleém, presso Louvain, e mise insieme, tra l’altro, una raccolta ordinata di sentenze di Seneca, riassume con il titolo Ad caelum per aspera (properandum) la difficile strada che conduce verso il Paradiso («per asperum inter ad regnum», p. 130v), poi, richiamando l’Espistula ad amicum aegrotum (‘all’amico ammalato’) di San Girolamo (in realtà un testo anonimo della fine del IV secolo che compare nell’Appendix Hieronymiana, da qualcuno attribuito a Massimo di Torino), ne propone una descrizione che pare condensare molti aforismi su questo tema («Ad caelum nobis per aspera, per angusta, per duros anfractus, et loca fita est via […]», ivi), che culmina nella massima senecana dell’Hercules furens («Neque enim est ad astra mollis è terris via», ivi), seguita da una «sententiola» di Demetrio il Cinico (ma è Seneca, nel De Providentia, III 9): «Quantò plus tormenti, tantò plus erit gloriae» (ivi).

Se tuttavia non è difficile tracciare per il significato di Per aspera ad astra una linea di continuità tra la letteratura classica e gli scritti patristici e medievali (esemplari in questo senso, le argomentazioni di Tosi 2017, n. 2210), ripresi più tardi dalla trattatistica moderna, soprattutto luterana, non è altrettanto semplice scovare prima del Seicento attestazioni del motto in questa formulazione.

Certamente a un’interpolazione dev’essere ricondotta la presenza, in calce a una copia del Liber sextus Decretalium D. Bonifacii papae VIII (Venetiis, apud Iuntas, 1595), conservata presso la Biblioteca Pubblica Bavarese, dello stemma di Michael Irmel, preposto della Chiesa di San Nicola di Passavia (Passau), in cui compare il motto Per aspera ad astra: il teologo tedesco, infatti, assunse tale carica solo nel 1690 (Petrus 1765, p. 273).

Le attestazioni del motto Per aspera ad astra, in questa forma, tuttavia, irrintracciabili in precedenza, si moltiplicano improvvisamente nella prima metà del Seicento, e riconducono ancora una volta alla cultura luterana, tedesca e olandese. Qualche esempio, tra i più antichi e significativi: «Ex Orbe sic per aspera / Ad astra commigrabo: / Si fere Dei sententia; / Nullus recalcitrabo» (Clauderus 1627, p. 297); «Sic decet per crucem ad gloriam, per angusta ad augusta penetrare, et per aspera ad astra» (Heidfeld [†1624] 1631, p. 599); «Per angusta pii tendunt ad augusta: per patientiam ad patentia: per crucem in lucem: per aspera ad astra: per lethum ad laeta» (Sibelius 1644, p. 285); «per angusta ad augusta, per aspera ad astra, per malum ad caelum, insistamus Christi vestigia, ut evehamur ad caelorum fastigia» (Tarnovii 1645, p. 374).

Il motto, in realtà, si diffonde con una tale rapidità, anche in autori lontani tra loro, da inibire sul nascere ogni tentativo di tracciarne un percorso di irradiazione, tanto da far supporre, anzi, un antecedente comune a noi ignoto, forse legato alla predicazione evangelica. D’altra parte, a questo fanno pensare anche le paronomasie, spesso insistite, rintracciabili negli esempi citati, che consentono peraltro di evidenziare come, se non l’origine del motto, almeno la sua fortuna sia dovuta soprattutto al bisticcio aspera/astra, come notato da Tosi (2017 n. 2210).

Una fortuna che restò a lungo legata alla trattatistica religiosa, e che consentì all’aforisma di valicare i confini geografici e linguistici tedeschi, per giungere già nella seconda metà del Seicento in Inghilterra (cfr. Wilson 1676, che cita l’ebraista tedesco Martin Gejerus – «He leads them (saith Gejerus) per Aspera ad astra» – e glossa «even by Hell to Heaven», p. 145). Anche nella prima attestazione in un testo francese, che rinvia al secolo successivo e a un àmbito diverso da quello religioso, è possibile scorgere una traccia della sua origine, dal momento che il motto compare nella traduzione dello storico olandese Gerard van Loon (1732, p. 149). E non è un caso, probabilmente, che anche le prime occorrenze in area italiana siano legate, seppur in diverso modo, alla cultura tedesca, come prova un articolo del Foglio di Verona (Sulla questione italiana, 4 maggio 1849, p. 2), periodico del Regno Lombardo-Veneto, e una scheda dedicata da Giuseppe Valentinelli (1862, pp. 59-60) alla Biblioteca civica della cittadina olandese di Gouda, in cui – si legge – «[i] libri portano sul frontespizio l’impronta dello scudo tripartito della città, colla divisa Per aspera ad astra» (p. 60). Il motto, infine, compare anche nel blasone della famiglia Alberti di Enno, antica casata nobiliare di Genova, ma di origine trentina, a cui l’imperatore Carlo VI concesse con diploma del 12 ottobre 1714 il titolo di conti del Sacro romano Impero (Spreti 1928, vol. I, p. 339).

Un ulteriore indizio che rimanda all’area tedesca, ma che spinge al tempo stesso la ricerca nel campo, ancora poco indagato, dell’iconografia araldica.

 

Riferimenti bibliografici

Audiffret, H., Blanchard (Jean-Pierre), in Biographie universelle ancienne et moderne. Supplément, tomo LVIII [BER-BOQ], chez L.-G. Michaud, Paris, 1835.

Carducci, Giosuè, Studi su Giuseppe Parini, Il Parini maggiore, Bologna, N. Zanichelli, 1907.

Chiaves, Enrico, Proverbi e modi di dire latini più comuni, in «L’Istitutore. Foglio settimanale illustrato», Parte pedagogica, anno XL (1892).

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Ebermaier, Johann, New poetisch Hoffnungs-Gärtlein. Das ist: CCC. und XXX. Sinnbilder von der Hoffnung…, Tübingen, Gregorio Kerner 1653.

Fairbairn, James, Fairbairn’s Crests of the families of Great Britain and Ireland, ed. rivista da Laurence Butters, Edinburgh, Joseph Maclaren, 1860, 2 voll.

Gutberlethus, Wernerus (Werner Gutberleth), [Prefatione] a Gutberleth, Tobias [†1662], Poëmata pleraque posthuma, Leowardiae [Leeuwarden], Apud Lambertum Dronrijp, 1667.

Haggard, Henry Rider, The people of the Mist, in The works of Rider Haggard, vol. 16, New York, McKinlay, Stone & Mackenzie, 1894.

Heidfeld, Johann [†1624], Nonum Renata, Renovata, ac longe ornatius etiam, quam unquam antea, exculta Sphinx theologico-philosophica, Herbornaea [Herborn], 1631.

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Loon, Gerard (van), Histoire metallique des XVII provinces des Pays-Bas, depuis l’abdications de Charles-Quint, iusqu’a la paix de Bade en MDCCXVI. Traduite du Hollandois de monsieur Gerard van Loon. Tome premier -[cinquieme]} 1 1732

Müller, Heinrich, Geistlichen Erquickstunden, Franckfurt am Mayn, Balthasar Christoph Wusts, 1667.

Nisbet, Alexander, A System of Heraldry. Speculative and Practical: With the True Art of Blazon…, Edinburgh, J: MackEuen, 1722.

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Scutteputaeus, Hubertus (Hubert Schuteput), Institutio beatae vitae, e puris sacrarum literarum…, Antuerpiae [Anversa], apud Bellerum, sub Aquila aurea, 1570.

Schweigger, Salomon, Ein newe Reyßbeschreibung auß Teutschland Nach Constantinopel und Jerusalem, Nürnberg, Lantzenberger, 1608.

Sibelius, Caspar, Operum theologicorum. Tomus quintus. continens Conciones sacras in secundum et tertium apocalypseos Ioannis evangelistæ et apostoli caput, [parte seconda] Amsterledami, Sumptibus Henrici Laurentii Bibliopolae, 1644.

Spreti, Vittorio, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol I [A-B], Milano, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1928.

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Tosi, Renzo, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano, BUR Rizzoli, 2017 (1a ed. aggiornata).

Valentinelli, Giuseppe, Delle biblioteche e delle società scientifico-letterarie della Neerlandia, Wien, K. K. Hof und Staatsdruckerei, 1862.

Vondel, Joost (van den), De werken: 1648-1651. Salomon, Leiden, A.W. Sijthoff, [s.d.].

Wilson, John, The Vanity of Mans Present State, proved and applyed in a Sermon on Psalm 39.5…, London, Samuel Sprint, 1676.

 

Il ciclo Per modo di dire... è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

 

 

 

Immagine: Illustrazione di un artista finlandese (1894)

 

Crediti immagine: The British Library, No restrictions, via Wikimedia Commons

 

 

 


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