21 aprile 2021

Essere un carneade

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

«Carneade! Chi era costui?». Il celebre interrogativo che nel capitolo VIII dei Promessi sposi Alessandro Manzoni mette in bocca a don Abbondio, immerso in letture erudite poco prima dell’arrivo di Tonio e Gervaso per il matrimonio improvvisato di Renzo e Lucia, consegna alla storia il nome di Carneade, con il risultato paradossale di rendere celebre la figura di questo «uomo di studio, un letteratone del tempo antico», personaggio oscuro per don Abbondio e proprio per questo divenuto, per antonomasia, una persona mai sentita nominare.

È un risultato paradossale, certo, perché ancora oggi conosciamo piuttosto bene la figura di questo pensatore: nelle edizioni commentate dei Promessi sposi e nei dizionari non manca una nota biografica che presenta Carneade, filosofo greco nato nel 214 a.C. a Cirene e morto nel 129 a.C. ad Atene, dove aveva diretto l’Accademia, e noto per una discussa ambasceria a Roma, dove presentò un’orazione a favore della giustizia che poi smentì il giorno successivo, suscitando l’ira di Catone il censore che lo fece bandire dalla città.

Il suo pensiero, pervenuto attraverso le testimonianze dei suoi scolari e le citazioni di autori successivi, era concentrato nella critica allo stoicismo ed era teso a dimostrare l’impossibilità di ogni certezza. Manzoni si serve di un pensatore non troppo noto anche alla sua epoca, ma comunque di un certo rilievo, per descrivere la cultura un po’ abborracciata di don Abbondio, che «si dilettava di leggere un pochino ogni giorno» ma che si avvicinava alla scienza in modo poco sistematico, solo grazie alla disponibilità di un amico curato che gli prestava di volta in volta il primo libro che gli capitava a tiro.

Che il filosofo fosse poco noto lo sospettava già Sant’Agostino, dal quale molto probabilmente lo stesso Manzoni riprende lo spunto (in un suo dialogo Contra Academicos Trigezio dichiara a Licenzio di non conoscere il filosofo, non essendo lui greco: «Ego, ait, graecus non sum; nescio Carneades iste qui fuerit»; cfr. Randaccio 2021, p. 162).

La figura di Carneade aveva ricoperto invece un ruolo importante nel dibattito filosofico: il suo pensiero, contestato da Cicerone, venne più tardi ripreso dall’olandese Ugo Grozio, fondatore del giusnaturalismo, che rimproverava allo stoico l’aver voluto dimostrare che l’uomo è portato a seguire solo il proprio interesse.

Nel mondo antico lo troviamo citato nei Commentari alla Commedia di Benvenuto da Imola e nelle Epistole senili di Petrarca, che ricorda come Carneade, intento in meditazioni filosofiche, dimenticava persino di mangiare. Petrarca lo nomina ancora nei Trionfi (Trionfo della Fama, III, 97-105), nel drappello di letterati illustri greci e romani, ai quali è assicurata la notorietà dopo la morte, e ne ricorda la capacità oratoria:

 

Carneade vidi in suo’ studi sì desto

che, parlando egli, il vero e ’l falso a pena

si discernea; così nel dir fu presto

La lunga vita e la sua larga vena

d'ingegno pose in accordar le parti

che ’l furor litterato a guerra mena;

né ’l poteo far, ché, come crebber l’arti,

crebbe l’invidia, e col savere inseme

ne’ cori enfiati i suo’ veneni ha sparti.

 

Carneade è ricordato come retore poi da Equicola nel Libro de natura de amore (1525), da Machiavelli nelle Istorie fiorentine (1532), da Lando nella Sferza de’ scrittori antichi e moderni (1550), da Doni nei Marmi (1552-53), da Guazzo nella Civil conversazione (1574), da Garzoni nella Piazza universale di tutte le professioni del mondo (1585) e ancora da Vico nei Principi di scienza nuova (1725), e da Alessandro Verri, che in un numero del Caffè (1765, Di Carneade e di Grozio) confronta le dottrine di Carneade e di Grozio, per capire quale dei due «abbia seguita od oltraggiata la virtù».

E anche i contemporanei di Manzoni dovevano avere ancora una certa consuetudine con il filosofo: Foscolo lo cita nel suo volgarizzamento della Chioma di Berenice di Callimaco, tradotta da Catullo (1803), presentando i più illustri ingegni della città di Cirene, e Gioberti ne parla nel suo Del primato morale e civile degli Italiani (1843).  

Insomma, finché Manzoni non ci presenta la memorabile scena di un don Abbondio impacciato e cogitabondo, che rumina tra sé e cerca di recuperare i contorni di un nome che gli «par bene d’averlo letto o sentito», Carneade è a tutti gli effetti un filosofo, le cui teorie vengono discusse e intorno al quale si tramandano stravaganze e aneddoti, come per molti altri personaggi del passato (basta pensare a quanto abbiano invaso l’immaginario la botte di Diogene, la mela di Newton, l’abbraccio di Nietzsche al cavallo). E d’altra parte, è ben noto il ruolo avuto dai Promessi sposi nella diffusione nell’italiano otto-novecentesco di modi di dire, locuzioni fraseologiche e anche, come in questo caso, deonomastici: azzeccagarbugli ‘avvocato da strapazzo’ (già dal 1865, DELI), donabbondismo ‘pavidità, indecisione’ (1910, GRADIT), perpetua ‘domestica d’un sacerdote’ (dal 1830, DELI; i dati in Gomez Gane 2015: 191).

 

Un qualcuno o un signor nessuno?

 

Grazie al successo di quella scena, dunque, Carneade diventa il signor nessuno che conosciamo oggi, perdendo spesso anche la maiuscola (è il passaggio da nome proprio a nome comune, tipico del meccanismo dell’antonomasia: sui deonomastici cfr. Nel nome di Carneade, 2013). Il Grande dizionario della lingua italiana diretto da Salvatore Battaglia attribuisce ad Alfredo Panzini, negli anni venti del Novecento, la prima attestazione dell’uso di Carneade come ‘persona ignota o poco nota’, in un passo in cui il nome del filosofo viene reso al plurale: «altri Carneadi hanno complicato anche di più questa faccenda, perché assicurano che la virtù esiste e anche non esiste». Si noterà, però, che nel passo citato Panzini allude comunque alle risorse retoriche di Carneade, del quale si tramandava appunto la propensione a dimostrare tutto e il suo contrario. Nel GRADIT si anticipa invece l’uso di carneade nel senso di ‘personaggio ignoto ai più’, attribuendolo a un passo del teatro di Giacosa (1884).

L’affermarsi del significato attuale è graduale e passa inizialmente attraverso il rimando diretto ai Promessi sposi, come possiamo leggere in un articolo del «Corriere della sera» del 4-5 aprile 1876 («i sinistri, a loro volta, sostenevano la candidatura dell’avvocato Teodoro Buffoli di Brescia, candidato di importazione, il cui nome riusciva a molti degli elettori non meno ostico che quello di Carneade a don Abbondio», p. 1); ma nello stesso anno sulla stessa testata (23 dicembre 1876, p. 2) un editorialista anonimo si lamenta del fatto che l’intenzione di Manzoni di rappresentare la pochezza di don Abbondio fosse stata del tutto fraintesa: invece di scandalizzarsi dell’ignoranza di don Abbondio e dunque della propria, ci si è sentiti autorizzati a interpretare Carneade come “un’oscurissima persona, una nullità qualunque”. L’autore, prendendosela contro il gergo contemporaneo, commenta sconsolatamente:

 

Ebbene, che volete? Mi tocca i nervi, ecco, quando odo o leggo darsi del Carnèade a tutto pasto a persone che non hanno mai meritato un tanto onore. Mi sembra assolutamente una profanazione bell’e buona e dall’altra parte un tal documento dell’ignoranza di chi adopera quel nome tanto a sproposito, che arrossisco per lui, e l’animo mi ribolle di sdegno per l’offesa commessa contro la memoria di quel grand’uomo!

 

L’uso figurato dell’espressione comunque sembra ben affermato già nel 1877, come si ricava dal numero 62 della «Gazzetta Piemontese» (3.3.1877, p. 1), in cui si discute dell’incompatibilità alla candidatura dei ministri del culto come parlamentari:

 

Uno di essi, il maggiore Barattieri, per lo migliore, ha pensato di desistere dalla candidatura, che i suoi amici continuavano a propugnare, simultaneamente alla discussione sulle incompatibilità parlamentari, e così avrà l’on. Bonghi meno difficoltà a superare per rientrare in quell’Assemblea di Carneadi, di cui aveva parlato con sì poca reverenza, dopo di essere stato sgarato nell’antico suo collegio.

 

Analoghe retrodatazioni sono state da poco documentate da Giuseppe Randaccio (2021), che ne trova attestazioni in Baretti (1876) e in Collodi (1879), evidenziando un «uso sempre più frequente dell’antonomasia proprio a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento» (p. 163). Ovviamente è possibile trovare ancora qualche citazione di Carneade come personaggio storico, e non solo nei trattati di filosofia, segno del perdurare della sua notorietà di pensatore. Pirandello, per esempio, in un gustoso dialogo tra il Gran Me e il piccolo me immagina i due personaggi che battibeccano a proposito del prendere moglie e chiama in causa il filosofo:

 

- E poi?... Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li manderete a scuola da me?

- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl’infelici come te. Ma su ciò disputeremo a suo tempo. (Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me (Appendice alle Novelle): I. Nostra moglie, da La Tavola Rotonda, 2 novembre 1895).

 

Come espressione idiomatica, comunque, sia pure registrata in tutti i dizionari sincronici e nei principali repertori di modi di dire (per es. Pittàno 1992, Quartu 1993), essere un carneade non raggiunge una grande popolarità; il Gradit le assegna la marcatura di “basso uso” e in effetti non se ne trovano molte attestazioni nella narrativa novecentesca: è del tutto assente, per esempio, in quel significativo campione di testi letterari a cui è stato assegnato il premio Strega tra il 1947 e il 2006 (Primo Tesoro, 2007).

 

Vale la pena di soffermarsi però sull’uso che ne fa Luciano Bianciardi, il cantore dell’uomo qualunque, in una lettera del 1952 (da poco riproposta all’attenzione degli studiosi da De Martino 2018), destinata a Franz Brunetti, vicesegretario di redazione della rivista Belfagor, alla quale Bianciardi aveva intenzione di indirizzare una breve nota autobiografica per la rubrica intitolata “Nascita di uomini democratici”. In una precedente lettera a Brunetti Bianciardi si presenta con la consapevolezza di non essere un uomo speciale («il fatto è che io sono un bischero qualunque, d’accordo, ma sono anche un caso tipico, mediocre», 29/2/1952), con la stessa prospettiva che adotterà poi per descriversi nella Vita agra (1962): per questo, immedesimandosi alla perfezione nel personaggio dello scrittore ignoto, sente il bisogno di precisare «che non sarebbe superflua una nota di premessa del direttore, o anche redazionale, che chiarisse subito come stan le cose, e perché si pubblica la biografia di Carneade» (15/3/1952).

 

Il palcoscenico dei giornali

 

La fortuna recente di carneade è legata piuttosto alla carta stampata: come spesso si osserva per la diffusione dei modi di dire, sono più i giornali che l’uso comune a mantenere in vita le espressioni idiomatiche (Serianni 2010). Ne abbiamo una conferma scorrendo i numeri ricavati dagli archivi storici dei principali quotidiani italiani: 149 occorrenze per la “Stampa” dal 1867 al 2006 (114 singolare e 35 plurale), 496 per il Corriere della Sera dal 1876 al 2021 (376 singolare e 120 plurale), 1105 per la Repubblica dal 1984 al 2021 (789 singolare e 316 plurale).

Colpisce il fatto che moltissimi di questi casi siano legati a un contesto sportivo, con un meccanismo di costruzione del testo piuttosto simile in molti articoli: viene presentata con un certo clamore la parabola di un personaggio sconosciuto, che imprevedibilmente sbaraglia gli avversari e conquista successi nella sua disciplina. I carneadi del caso diventeranno poi anche campioni notissimi, ma il loro debutto è spesso annunciato da questa presentazione un po’ stupita e al tempo stesso compiaciuta: la dimostrazione che nello sport – forse a differenza che in altri ambiti – vale il principio del merito e che il successo può bussare anche alla porta di un perfetto sconosciuto. 

 

Riferimenti bibliografici

Adele Cozzoli et Riccardo Chiaradonna, «La figura del filosofo nella tradizione letteraria e filosofica antica», Aitia [En ligne], 5 | 2015, mis en ligne le 18 août 2015, consulté le 21 mars 2021. URL: http://journals.openedition.org/aitia/1201; DOI.

 

Biblioteca italiana, biblioteca digitale del Centro Interuniversitario Biblioteca italiana Telematica (CIBIT), Sapienza Università di Roma (bibliotecaitaliana.it).

 

Biblioteca italiana Zanichelli (BIZ), testi a cura di Pasquale Stoppelli, Bologna, Zanichelli, 2010.

 

Fulvia De Luise, Giuseppe Farinetti, Lezioni di storia della filosofia, Bologna, Zanichelli, 2010.

 

Domenico De Martino, La «biografia di Carneade»: nascita di Luciano Bianciardi “uomo democratico” (per «Belfagor» 1952), in «Acciò che il nostro dire sia ben chiaro». Scritti per Nicoletta Maraschio, a cura di Marco Biffi, Francesca Cialdini, Raffaella Setti, Firenze, Accademia della Crusca, 2018, I, pp. 361-375.

 

Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Milano, Garzanti, 1981.

 

Yorick Gomez Gane, L’onomaturgia di «latinorum», in «Studi di Lessicografia Italiana», XXXII, 2015, pp. 185-196.  

 

Grande dizionario della lingua italiana (GDLI), diretto da Salvatore Battaglia, Torino, Utet, 1960-2002.

 

Grande dizionario italiano dell’uso (GRADIT), a cura di Tullio De Mauro, Torino, Utet, 1999-2003.

 

Nel nome di Carneade. Speciale Treccani, con contributi di Enzo Caffarelli, Francesca Dragotto, Roberto Randaccio, Francesco Sestito, 2013.

 

Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha, Bologna, Zanichelli, 1992

 

Primo Tesoro della Lingua Letteraria Italiana del Novecento, a cura di Tullio De Mauro, Torino, Utet, 2007.

 

B. Monica Quartu, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Rizzoli 1993 (edizione online Hoepli: https://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/).

 

Roberto Randaccio, Nescio Carneades e la sindrome di Don Abbondio, in «RiON – Rivista Italiana di Onomastica», XXVII 1, pp. 161-165.

 

Luca Serianni, Sulla componente idiomatica e proverbiale nell’italiano di oggi, in Lingua storia cultura: una lunga fedeltà. Per Gian Luigi Beccaria, a cura di Pier Marco Bertinetto, Claudio Marazzini, Elisabetta Soletti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010, pp. 69-88.

 

 

Il ciclo Per modo di dire... Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

 

Crediti immagine: Unknown author, Public domain, attraverso Wikimedia Commons

 

 

 

 


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