28 aprile 2021

Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

Il fatto che titoli o frasi di film vengano riproposte nel linguaggio quotidiano è un fenomeno ampiamente predicibile, anche se difficilmente attestabile, perché vive nelle abitudini occasionali ed effimere dei gruppi di parlanti. Si tratta di fenomeni limitati nel tempo e nello spazio, circoscritti a gruppi solidali e il cui utilizzo rappresenta una marca di appartenenza al gruppo, una sorta di emblema di un lessico famigliare o di “clan”, che dipendeva dai comuni gusti cinematografici. Così ad esempio nella mia compagnia degli anni Novanta era d’obbligo citare reiteratamente battute dai film di Salvatores: se qualcuno diceva una str….ampalatezza, veniva immediatamente apostrofato con “Parli, parli, perdi un dente a panino e parli” (da Marrakech Express), mentre una proposta di uscita o viaggio veniva immancabilmente introdotta da un “Ciao X, vuoi venire in Marocco?” (dove X è il nome della persona a cui ci si rivolgeva e che sostituiva Cedro, il nome del personaggio citato nella battuta originale, anch’essa da Marrakech Express).

 

Il carattere estremamente fluttuante ed occasionale di queste produzioni linguistiche ha fatto sì che, a fronte di una diffusione verosimilmente ampia nell’uso, non ne resti praticamente traccia alcuna nella lessicografia. Per quanto non ci siano prove certe (ma è anche oltremodo difficile effettuare ricerche in tal senso) pare alquanto raro che tali usi siano usciti dal loro àmbito ristretto per trovare accoglienza in un dizionario dell’uso che ne attesti il raggiunto status di elemento stabile del lessico.

 

Ci si potrebbe aspettare maggior fortuna per i nomi di personaggi cinematografici (e in genere della televisione), visto che il fenomeno per cui da un nome proprio si ricava un nome comune è ben diffuso, con alcuni esempi ampiamente noti (cicerone ‘guida’ su tutti). Tuttavia sembra che nemmeno in questo caso ci siano casi eclatanti. Gianluca d’Acunti ci dà alcuni esempi di nomi di personaggi del cinema e della televisione che hanno trovato una certa fortuna nel linguaggio giornalistico: Arsenio Lupin ‘ladro gentiluomo’, James Bond (o 007) ‘agente segreto’, Bonnie ‘gangster in gonnella o in minigonna’, Diabolik ‘bandito mascherato’, Fantomas ‘criminale dotato di spericolata abilità’, Maigret ‘commissario, ispettore di polizia’, Marlowe ‘investigatore privato’, Mata Hari ‘fascinosa spia di sesso femminile’, Miss Marple ‘donna dalle insospettabili doti di investigatrice’, Sadik ‘killer sadico’, Serpico ‘poliziotto in borghese’. A questi si aggiungono Brancaleone ‘spaccone, fanfarone’, Dottor Stranamore ‘chi ha una concezione disumana della scienza’, Rambo ‘specie di superman invincibile che reagisce all’ingiustizia e alla violenza della società con l’iperviolenza e facendosi giustizia da sé’, Zelig ‘uomo-camaleonte, individuo abile ad assumere le caratteristiche di chi ha di fronte’. E inoltre Mister Hyde, Gattopardo ‘signorotto prepotente’ o ‘seguace del trasformismo in politica’, Lolita ‘ninfetta’ e Fantozzi ‘impiegato schiacciato dagli obblighi familiari e sociali a cui va sempre tutto storto’.

 

Di questi solo 007, Lolita, Fantozzi, Gattopardo e Brancaleone sono attestati nel GRADIT (ai quali andrà aggiunto almeno la Primula Rossa, personaggio romanzesco della baronessa Orczy e reso noto dal celebre film del 1934, da cui il deonimico primula rossa ‘ricercato dalla polizia che riesce abilmente a far perdere le proprie tracce o prolunga indefinitamente la latitanza; estens., persona inafferrabile, introvabile’).

 

Brancaleone sembra distinguersi dagli altri per tre peculiarità.

Innanzitutto è l’unico film a non prendere le mosse da un romanzo. Possiamo quindi essere certi che la fortuna linguistica risiede esclusivamente nella fama del film. Negli altri casi non si può escludere a priori una compartecipazione del romanzo “funfzi funfzi” (cinquanta e cinquanta – come direbbe Thorz l’Alemanno –), specie nei casi di romanzi di grande fama e diffusione.  

Inoltre: l’uso figurato non riguarda il nome del solo protagonista, ma si estende a tutta la sua banda di scapestrati: non abbiamo Brancaleone ma armata Brancaleone che designa in senso spregiativo un gruppo, una squadra, un’organizzazione raccogliticcia, sgangherata e inefficiente.

 

Infine, l’uso figurato di Armata Brancaleone è attestato appena tre anni dopo l’uscita della pellicola (1966) e l’anno prima del sequel Brancaleone alle Crociate (1970). A dimostrazione di uno status lessicale precocemente raggiunto (nonostante l’assenza dalla lessicografia ufficiale), le attestazioni si trovano in riviste e articoli specializzati di argomento storico («Così come uno stato maggiore che esce dalla palazzina comando, in una “Italia culturale anno 1943”. Ma dietro incalza, vinta forse, ma sempre speranzosa e risorgente in tanti “domani” per le prove orali, l’armata brancaleone», Scuola e città 1969, p. 194), sociologico («Fanno parte, insomma, di una armata Brancaleone di saggi letterari, di esperti in attesa del miglior offerente», Nantas Salvalaggio, Italia come non detto, 1974, p. 24; in cui si può notare un ulteriore traslato metaforico riferito ad enti non umani), politico («Malgrado gli sforzi dei consiglieri sovietici l’esercito cinese era ancora una specie di armata Brancaleone nella scia dei “signori della guerra” […]», Epoca, 1969, p. 33) e addirittura ecclesiastico-religioso («Più che scandalizzare, questa armata Brancaleone di liturgologhi transalpini provoca il disagio dei sacerdoti che leggono, riuscendo tutt’al più a far presa su qualche sprovveduto seminarista», Bollettino Ceciliano, vol. 66, 1971, p. 169).

A mo’ di paragone l’uso figurato di Fantozzi è attestato secondo il GRADIT nel 1990, cioè diciannove anni dopo l’uscita del libro (che fu peraltro uno straordinario successo letterario), quindici anni dopo l’uscita del primo film e nello stesso anno in cui compare il settimo episodio della lunga saga.

 

L’unico motivo di un tale successo linguistico di armata Brancaleone è appunto da rintracciare esclusivamente nell’enorme e incondizionato successo della pellicola. Un successo che a sua volta si deve probabilmente all’enorme empatia suscitata da questa accozzaglia di scapestrati nell’immaginario collettivo della cultura italiana, empatia che attraversa i decenni, fino a rendere l’armata Brancaleone una vera e propria icona in cui l’Italia riconosce sé stessa: “un’Italia scioperona, un’Italia vacanzona, un’Italia inflaziona, un’Italia della tettona, un’Italia della cosciona e, se mi permettete, come dice il Poeta, un’Italia della culona” (per dirla con le parole del Prof. Marcellini, impersonato da un altro grande e misconosciuto della cinematografia italiana, Giorgio Bracardi).

 

Bibliografia

De Mauro, Tullio (2007), Grande Dizionario Italiano dell’Uso. 5 voll., Torino, UTET, 2007.

D’Acunti, Gianluca (1994), I nomi di persona, in Storia della lingua italiana, a cura di L. Serianni & P. Trifone, Torino, Einaudi, 3 voll., vol. 2º (Scritto e parlato), pp. 795-857.

Salvalaggio, Nantas (1974), Italia come non detto, Torino, SEI, 1974.

 

Il ciclo Per modo di dire... Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l'elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

 

Immagine: L'armata Brancaleone (1966), regia di diretto da M. Monicelli

 


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