10 maggio 2021

C’è del marcio in Danimarca (e non solo lì)

Per modo di dire… Un anno di frasi fatte

Il 21 aprile scorso, in un commento al post Essere un Carneade della pagina Facebook Per modo di dire. Un anno di frasi fatte, Angelica Rizzato ha chiesto informazioni su C’è del marcio in Danimarca: «Ho sentito l’espressione “c’è del marcio in Danimarca”» – scrive, e aggiunge – «So che viene da Shakespeare, ma perché è così diffusa?».

In attesa della prossima serie dedicata alle citazioni dantesche, la domanda dell’utente – che ringraziamo – ci consente di approfondire, dopo due modi di dire legati alla letteratura – Essere un Carneade (Lucilla Pizzoli), appunto, ma anche Elementare, Watson! (Debora de Fazio) – e uno al cinema – Armata Brancaleone (Giorgio Marrapodi) –, un’espressione derivante dal teatro, ma ci dà anche l’opportunità di chiarire alcuni meccanismi di propagazione del linguaggio idiomatico.

 

Something is rotten

 

C’è del marcio in Danimarca è registrato oggi, oltre che dal Vocabolario on line di Treccani, su cui torneremo in seguito, solo dal GDLI (s.v. marcio: «espressione tratta dall'Amleto shakespeariano, usata, per lo più scherzosamente, con allusione a situazioni illecite, poco limpide, ecc.») e dal DI (s.v. Danimarca: «‘con allusione a situazioni illecite, poco limpide’»), che propongono le medesime fonti (Ferdinando Martini, Diario eritreo, 1946 [ma il passo risale al 1898], e Alfredo Panzini, Dizionario moderno; il DI precisa la data di quest’ultimo, rimandando alla quarta edizione del 1923, e aggiunge le locuzioni C’è qualcosa di marcio in Danimarca ‘qualcosa non va’ e C’è del putrido in Danimarca ‘id.’).

Non c’è dubbio che l’espressione inglese Something is rotten in the state of Denmark, da cui poi l’italiano C’è del marcio in Danimarca, derivi dall’Amleto di William Shakespeare (1564-1616), dove compare in una battuta di Marcello, guardia del re e compagno d’armi del principe Amleto, sul finire della quarta scena del primo atto. D’altra parte, le prime versioni a stampa dell’opera, che pure presentano significative differenze, concordano alla lettera su questo passo: «Something is rotten in the state of Denmarke» si legge infatti sia nel primo In-quarto (il cosiddetto “cattivo quarto”) del 1603, sia nel secondo In-quarto del 1604, come anche nell’In-folio del 1623, che raccoglie le opere del Bardo (Comedies, Histories and Tragedies; con la variante «Denmark» a partire dalla terza edizione del 1664).

L’OED registra l’espressione alla voce rotten («there is a corrupt element underlying a situation; (also in weakened sense) something is incorrect or unsatisfactory»), e propone, tra gli altri, esempi tratti dall’European Magazine, & London Review del 1786 e dal Central Law Journal del 1883.

 

Vizî occulti, molle corrotte e inferme cose

 

Tutt’altro discorso, invece, per quel che riguarda le traduzioni italiane.

La tragedia, al pari delle altre opere di Shakespeare, fu a lungo poco nota (se non del tutto sconosciuta) al pubblico italiano. Rimasta inedita la prima traduzione completa, portata a termine a più di un secolo e mezzo dalla sua composizione da Alessandro Verri, e non potendo considerare tale la traduzione italiana del rimaneggiamento di Jean-François Ducis, profondamente lontano dall’originale shakespeariano per forma e contenuti (manca del tutto, ad esempio, la scena in questione), sarà necessario aspettare il 1814 per la pubblicazione della prima versione dell’opera. Si tratta della trasposizione in versi di Michele Leoni, che così rende la battuta: «V’ha nello stato / Di Danimarca qualche vizio occulto» (p. 45; «il y a quelque vice caché dans l'état du Dannemarck», nella prima traduzione in francese, ad opera di Le Tourneur, del 1779). Altrove, perciò, bisognerà cercare la genesi dell’espressione idiomatica: non certo nella traduzione in prosa di Carlo Rusconi del 1838 («V’è qualche molla corrotta nello Stato di Danimarca», vol. I, p. 289; «molla fracida» dal 1867, p. 51), e nemmeno in quella in versi di Giulio Carcano del 1847, in cui si legge «Pur troppo / V’è in questo Danio suolo inferma cosa» (p. 58).

Neanche nella tradizione letteraria e teatrale novecentesca la frase ricalca con esattezza il modo di dire: basterà citare la versione di Montale, «C'è qualcosa di marcio in Danimarca» (a p. 52 nell’edizione del 1971), e quella di Squarzina per la messa in scena di Vittorio Gassman trasmessa dalla Rai nel 1955, in cui Marcello (l’attore Massimo Burelli) esclama: «Qualcosa è marcio nello stato di Danimarca» (qui il filmato conservato su Youtube). A differenza di queste ultime, tuttavia, la distanza che divide le soluzioni adottate da Leoni, Rusconi e Carcano dalla frase invalsa nell’uso comune non può essere giustificata con la naturale tendenza alla semplificazione che caratterizza le espressioni idiomatiche.

Siamo al punto di partenza, quindi.

 

Varianti e citazioni

 

A dire il vero, in una successiva edizione, Carcano modificherà la battuta, rendendola più vicina al nostro modo di dire: «Oh! alcuna cosa / Di putrido v’ha, certo, in Danimarca» (Carcano 1875, p. 37; cfr. «V’è qualcosa di putrido nello Stato di Danimarca», in Praz 1960, p. 159).

Formule affini, tuttavia, sono già attestate in precedenza, al di fuori del teatro. Già nella Storia d’Italia dal 1815 al 1850 di Giuseppe La Farina risalente al 1851, infatti, si legge: «quanto dureranno in questo stato le condizioni d’Europa non v’è alcuno che preveder possa. […] “Come tutto questo finirà?” domanda Orazio a Marcello nell’Amleto di Shakespeare, e Marcello risponde: “v’è qualche cosa d’imputridito nel regno di Danimarca”» (vol. IV, p. 675). Quattro anni dopo, il settimanale Lo Spettatore (anno I, n. 41 [11 novembre 1855], pp. 488-489) proporrà la traduzione (di una parte) della velenosa critica di William Hepworth Dixon a Maud, and other Poems di Alfred Tennyson (in originale su The Athenæum, n. 1449 [4 agosto 1855], pp. 893-895), in cui l’originale inglese «Something is deeply rotten in our state of Denmark» (p. 893) era reso con «“c’è adunque un qualche cosa di marcio sin al midollo nello stato morale della nostra Danimarca”» (p. 489), che una nota (ovviamente assente nell’originale) precisa essere «Frase presa dallo Shakespeare nell’Hamlet» (ivi). Nel volgere di poco tempo, poi, il passo ritorna ancora – solo per fare qualche esempio – nell’Annotatore friulano («C’è qualcosa di putrido in Danimarca; diceva Amleto», anno VI, n. 24 [17 giugno 1858], p. 207), nel settimanale veneziano L’Età presenteC’è qualcosa di marcio nella Danimarca, diceva il principe Amleto» anno II, n. 9 [5 marzo 1859], p. 133) e in un discorso alla Camera di Emilio Broglio («Un indugio così lungo obbliga assolutamente a dire come Amleto: ci è qualche cosa di guasto in Danimarca», Atti parlamentari, Camera, XI legislatura [Tornata del 12 marzo 1874], p. 2260).

Nel mezzo, un articolo del quotidiano milanese La Perseveranza che destò un certo clamore; lo ricorda Raffaello Barbiera sul Corriere della Sera del 21 maggio 1922, in occasione della chiusura del giornale: «[…] il Valussi, sulla cui docilità forse si confidava troppo, usci una bella mattina in un articolo con una di quelle frasi sbagliate che rovinano un giornalista. Alludendo al partito liberale moderato, uscì con le famose parole d’Amleto: “C’è del putrido in Danimarca!». I danesi del Consiglio direttivo lo pregarono di  rassegnare le dimissioni» (La fine della “Perseveranza”, p. 4). Valussi lasciò in effetti la direzione del giornale nel 1866 (sostituito da Ruggiero Bonghi), ma l’articolo (che non abbiamo avuto la possibilità di leggere) deve risalire almeno a due anni prima, come testimonia il Pasquino (Giornale umoristico, con caricature), che commenta ironicamente: «In Danimarca non c’è più qualche cosa di putrido – come disse Scakespeare [sic], e come ripetè la Perseveranza; ma c’è invece qualche cosa di gelato!» (anno IX, n. 2 [10 gennaio 1864] p. 11). La polemica ebbe evidentemente una forte eco se a distanza di più di dieci anni se ne rammentava ancora la memoria («Scrivono da Roma alla Gazzetta del Popolo di Firenze: “Il fallimento della Trinacria ha occupato a lungo in questi giorni il Consiglio dei ministri, ma le intenzioni del Governo sono tenute segrete, perchè, come dice Amleto e l'on. Pacifico Valussi: “C'è del putrido in Danimarca!”» (Gazzetta piemontese, 11 febbraio 1876, p. 2).

 

Dall’inglese all’inglese

 

L’alternarsi, negli esempi citati, di marcio, putrido, imputridito, guasto come traducenti di rotten presuppone verosimilmente un rapporto diretto con il testo inglese, chiarissimo, ad esempio, nel volume Il nuovo Chi si aiuta Dio l’aiuta di Gustavo Strafforello (1870): «[…] è evidente che, come dice Amleto della Danimarca: Something is rotten in Denmark, qualcosa di guasto, di corrotto, di marcio in Italia ci ha da essere» (p. 44; e ancora «V’è del marcio nello Stato Danimarca. Skakespeare, Amleto» in esergo al capitolo XVI, p. 310, in cui viene ripreso il medesimo argomento: «[…] quando scrittori onesti, profondi, autorevoli, come i due sucitati [Bogumil Goltz e Henry Theodore Tuckerman], pronunciano concordemente sopra di noi giudizi non troppo lusinghieri, è segno manifesto, che qualche po' di marcio ci ha da essere, something rotten, come dice Shakspeare nell'Amleto, parlando della Danimarca», pp. 311-312).

Analoghe citazioni, d’altronde, si riscontrano ancor prima in francese, come prova il Journal de Paris del 31 luglio 1812, che, tra le notizie straniere, propone l’«Extrait d’une lettre particulière» proveniente da Londra, in cui il passo dell’Amleto – nella forma There is something rotten in the state, ben documentata in inglese (vedi The North Briton, n. LXXVII [26 novembre 1768], p. 469) – è tradotto in modo letterale nella lingua d’arrivo: «Au surplus, cet état de choses rappelle naturellement l’expression énergique de Shakespeare dans son Hamlet: There is something rotten in the state. Il y a quelque chose de pourri dans l’Etat» (p. 2).

Nell’Ottocento, tuttavia, i rapporti tra le principali culture europee appaiono tutt’altro che serrati in rigidi compartimenti stagni. Si pensi, ad esempio, alla lettera scritta in francese nell’aprile del 1858 da Giuseppe Mazzini a Napoleone III, e subito riprodotta in inglese dal Morning Advertiser (e da altri) e in italiano da L'Italia del Popolo, per la traduzione di Aurelio Saffi: «Non balenan pugnali dove il voto può esprimere il pensiero dell’uomo; non si avventano bombe a carrozze di presidenti o di re, in America – nella Svizzera – in Inghilterra – in Belgio – in Piemonte. Non ci vengon richieste di leggi contro la cospirazione da quei paesi, ma solo da voi. Non è da ciò manifesto che “v’ha del marcio nello Stato" di Francia? E dobbiam noi gratificarvi di privilegi a mantener la “putredine"?» (Mazzini 1858, p. 19; «Does it not clearly show that “something is rotten in the state” of France?», p. 12, nella versione inglese). La lettera compare anche negli Scritti editi e inediti (pp. 17-41), dove una nota a piè di pagina precisa «Shakespeare, Amleto» (p. 36) e nell’introduzione al volume il curatore (ancora Saffi) ripropone il passo nuovamente in chiave politica («Eppure, sotto quelle mostre di autorità e di decoro, la tirannide imperiale era minacciata di lenta dissoluzione. Appariva da più segni sinistri che “v'era del marcio nello Stato.”», 1880, pp. XI-XII), rimandando in nota alla lettera di Mazzini. L’esempio risulta assai significativo perché chiarisce le ragioni che hanno portato alla proliferazione del modo di dire, solo in parte ascrivibili alla diretta conoscenza del testo shakespeariano (quanti, ancor oggi, tra coloro che utilizzano quest’espressione, possono dire di averla cavata direttamente dall’Amleto?).

 

Niente di marcio in Danimarca (ma altrove sì)

 

Un elemento a sostegno di quanto appena detto può essere forse rintracciato nell’errata attribuzione ad Amleto (e non a Marcello) della battuta in questione. Due esempi tratti dai quotidiani di fine Ottocento, che non sembrano giustificati dalla sintesi giornalistica: «Amleto diceva esserci qualche cosa di marcio in Danimarca. Bisogna, paragonando il lamento d'Amleto, dire che vi deve essere molto, ma molto di marcio in Russia» (Gazzetta Piemontese, 3 marzo 1879, p. 2); «C’è del putrido... Non in Danimarca, come diceva Amleto, forse a torto, ma in Ungheria […]» (Corriere della Sera, 22 agosto 1879, p. 1).

Non appare casuale, oltre tutto, la frequenza con cui l’espressione compare nell’ultimo scorcio del XIX secolo – sia nella forma oggi nota, sia in altre varianti – in contesti non teatrali, e soprattutto politici, dove spesso il riferimento alla Danimarca è sostituito con quello ad altri paesi («parafrasando Amleto: “C’è del marcio nell’impero di Russia!”», Gazzetta Piemontese, 20 aprile 1878, p. 7; «“C’è del marcio in Russia e come!”», Corriere della Sera, 25 aprile 1879, p. 1; ma anche: «“C’è del marcio in Danimarca!”», in un trafiletto sull’Ungheria, Gazzetta Piemontese, 8 novembre 1879, p. 2). Né mancano, ovviamente, allusioni a fatti di politica interna, sui giornali («La [Gazzetta della] Capitale vede in tutto questo tramestio la prospettiva di affaristi e carrozzini e finisce ripetendo “c'è del putrido in  Danimarca”», Corriere della Sera, 25 marzo 1877, p. 2) come nelle aule parlamentari («Qui c'è troppo evidentemente una questione di moralità da appurare; qui c'è del buio; c'è del putrido in Danimarca, e nell’elezione di Crema», Felice Cavallotti, Atti parlamentari, Camera, XIV legislatura [Tornata del 17 giugno 1880], p. 474, e in risposta: «Vi è del putrido in Danimarca, dice l’onorevole Cavallotti. Sì che ci è del putrido in Danimarca; e questo putrido, debbo con dolore dichiararlo […]», Alfonso Vastarini Cresi, p. 481). 

Citazioni come queste, d’altra parte, si trovano un po’ ovunque in questo periodo, nei commenti di un avvocato a una sentenza («Alla lettura del malaugurato processo a carico di Rossi e Bara, io, con animo sconfortato, ebbi a ripetere le proverbiali e significative parole: “Vi è del marcio in Danimarca”», Zuppetta 1878, [p. 83]), come nei giudizi su una parte della critica letteraria («Da quell’idolo in là non vedono essi [i giovani critici] più nulla di buono e di rispettabile. E allora dicono che c'è del putrido in Danimarca e, impugnato il piccone, si mettono a demolire spietatamente e pazzamente», Sarti 1881, p. 41). Notevole un passo di Tullio Massarani, che celia sull’argomento, anticipando così la curvatura ironica che prenderà più tardi il modo di dire: «Cecchè ne pensi Amleto, non c’è davvero niente di putrido in Danimarca; ma, si può confessarlo senza offesa, ci fa un poco freddo» (Nuova antologia di scienze, lettere ed arti, vol. XLII [1878], p. 604; a p. 244 in Massarani 1879, dove nell’indice si legge «Niente di marcio in Danimarca», p. 506).

 

Dalla citazione al modo di dire (e ritorno)

 

Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, l’espressione entra anche nei repertori lessicografici: Petrocchi (1887-1891) la registra tra gli esempi dell’uso figurato della voce marcioCi si tròva del màrcio in Danimarca, dice un soldato nell’Amlèto», vol. II [1891], p. 155), poco più tardi Panzini (1905) la lemmatizza persino, sia come Marcio in Danimarca (c’è del) sia come Putrido (c’è del putrido in Danimarca), con la prima quale semplice rimando alla seconda, glossata come «nota locuzione per significare corruzione, marcio, guasto organico. (Amleto I, 4)» (p. 393).

La citazione, ormai, stava diventando un modo di dire, malgrado la persistenza dei riferimenti all’opera di Shakespeare (a dire il vero già non sistematici prima, e sempre meno frequenti poi: «Quando degli organi dà questa specie escono con un vocabolario simile, vuol dire che c’è del marcio, in Danimarca», La Stampa, 22 luglio 1913, p. 3) e l’alternanza tra marcio e putrido (quest’ultima variante resisterà fino al 1915 su La Stampa – «alla fine dell’anno qualche giornale umoristico, nella sua rassegna, figurò il ministro danese, a Londra, che chiedeva a Sir Grey l’intervento del Governo per una edizione purgata di Shaspeare [sic] che non offendesse la Danimarca. “C’è qualche cosa di putrido in Danimarca” – dice a un punto Amleto», 31 maggio, p. 3 –, e molto più a lungo sul Corriere della Sera – qui, in realtà, nel Corriere d’informazione: «Come, ai tempi di Amleto, c’era del putrido in Danimarca, così qualcosa di simile – putrido, angoscioso, misterioso, dolente, disperato, inquietante – c'è nell'Illiria di molte anime, di molta cronaca, di molta  storia», Orio Vergani, 27 gennaio 1949, p. 2).     

Lo scorrere del tempo ha fatto il resto, affievolendo il ricordo della sua origine – lo dimostrano i tanti siti internet che spiegano da dove deriva il modo di dire (un esempio tra i tanti: C’è del marcio in Danimarca), o i repertori dedicati alle citazioni (vedi Barelli/Pennacchietti 2001, n. 539, ma «Something is rotten in the state of Denmark! dell’Hamlet (a. I, sc. 4)», ripresa in nota da «C’è del putrido in Danimarca!» si legge già in Fumagalli 1895, n. 1439) – e cristallizzando l’espressione nella forma C’è del marcio in Danimarca, attualmente di gran lunga la più diffusa (ma il vocabolario on line di Treccani riporta entrambe le varianti, sotto le rispettive voci, precisando a proposito di c’è del putrido in Danimarca, che la frase shakespeariana è «più nota con la traduz. c’è del marcio»).

 

Repertori lessicografici

DI = Wolfgang Schweickard, Deonomasticon Italicum. Dizionario storico dei derivati da nomi geografici e da nomi di persona, 4 voll., Tubingen, M. Niemeyer, Berlin-Boston, de Gruyter, 2002-2013, vol. I, Derivati da nomi geografici [A-E].

GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, diretto da Salvatore Battaglia [poi Giorgio Bàrberi Squarotti], 24 voll., Torino, UTET, 1961-2008.

Petrocchi 1887-1891 = Policarpo Petrocchi, Nòvo dizionàrio universale della lingua italiana (Milano, Fratelli Treves, 1887-1891, 2 voll.

OED = The Oxford English Dictionary, Oxford University Press, 19892 [1a ed. 1978] (consultabile in rete: https://www.oed.com).

Panzini 1905 = A. Panzini, Dizionario moderno, Milano, Hoepli, 1905.

 

Traduzioni italiane (elencate in base al nome del traduttore)

Carcano, Giulio, Opere di Shakspeare («Prima edizione illustrata»), Milano, Hoepli, 1875-1882, 12 voll., vol II [Amleto, Cimbelino, Otello], 1875.

Carcano, Giulio, Amleto. Tragedia di Guglielmo Shakspeare [sic], Milano, Coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, 1847.

Leoni, Michele, Amleto. Tragedia di G. Shakspeare, Firenze, per Vittorio Alauzet, 1814.

Montale, Eugenio, Montale traduce Amleto, di William Shakespeare, Milano, Longanesi, [1971].

Rusconi, Carlo, Teatro completo di Shakespeare, Padova, Coi tipi della Minerva, 2 voll., 1838-1839.

Rusconi, Carlo, Amleto. Principe di Danimarca. Tragedia di Shakspeare, Firenze, Le Monnier, 1867.

 

Altri riferimenti bibliografici

Barelli, Ettore, e Pennacchietti, Sergio, (edd.), Dizionario delle citazioni. 5000 citazioni da tutte le letterature antiche e moderne col testo originale, Milano, BUR, 20015 [1a ed. Rizzoli, 1992].

Fumagalli, Giuseppe, Chi l’ha detto?, Milano, Ulrico Hoepli, 18952 [1a ed. 1894].

La Farina, Giuseppe, Storia d’Italia dal 1815 al 1850, Torino, Società editrice italiana, 6 voll., 1851.

Massarani, Tullio, L’arte a Parigi, Roma, Tipografia del Senato, 1879.

Mazzini, Giuseppe, Giuseppe Mazzini a Luigi Napoleone, Londra, 1858 (versione inglese: To Louis Napoleon, London, Effingham Wilson, 1858).

Mazzini, Giuseppe, Scritti editi e inediti, Roma, Per cura degli editori, vol. X, Politica [VIII, 1858-59], introduzione di Aurelio Saffi (pp. I-CXXX), 1880.

Praz, Mario, Storia della letteratura inglese, Firenze, Sansoni, 19607 [1a ed. 1937].

Rusconi, Carlo, Teatro completo di Shakespeare, Padova, Coi tipi della Minerva, 2 voll., 1838-1839.

Sarti, Giovanni, Di certa critica e di certi critici (dal Piccolo italiano, 16 maggio), in Federico de Roberto, Rapisardi e Carducci. Polemica, Catania, Niccolò Giannotta, 1881.

Strafforello, Gustavo, Il nuovo Chi si aiuta Dio l’aiuta, Torino-Napoli, Unione tipografico-editrice, 1870.

Zuppetta. Luigi, Poche considerazioni dell'avvocato professore Luigi Zuppetta in difesa del sacerdote Raffaele Bara e di Vincenzo Rossi…, Napoli, Tipografia di V. Morano, 1878.

 

Il ciclo Per modo di dire. Un anno di frasi fatte è curato da Alessandro Aresti, Debora de Fazio, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro, Lucilla Pizzoli. Di seguito, l’elenco degli articoli già pubblicati.

 

Lucilla Pizzoli, Colorare i discorsi

Alessandro Aresti, Attaccare (un) bottone

Rosa Piro, Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Antonio Montinaro, Rompere il ghiaccio

Rocco Luigi Nichil, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Sul motto latino Per aspera ad astra (e non solo)

Debora de Fazio, Elementare, Watson!

Lucilla Pizzoli, Essere un carneade

Giorgio Marrapodi, Armata Brancaleone. Dal film alla lingua comune

 

 

Immagine: John Neville in Amleto (1959)

 

Crediti immagine: CBS Television, Public domain, via Wikimedia Commons

 


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