16 giugno 2020

Politica e lingua: parole divisive. Il caso di movida

 

Si è discusso a lungo sull’utilità di chiamare questa epidemia metaforicamente una guerra, sulla doppia natura di alcune parole (si veda positività o tampone), sulla maggiore o minore efficacia comunicativa dei prestiti stranieri come lockdown e pre-triage rispetto ad alternative italiane, sulla necessità della corretta interpretazione di parole semanticamente vaghe, come congiunto. La linguistica è diventata insomma più che in altri periodi terreno scivoloso per la politica.

Con l’allentamento dell’allerta contagio e delle misure possiamo parlare ora dell’utilizzo di una parola più “leggera”, che in questi giorni riempie media e giornali, su cui di nuovo è necessaria un’analisi a scanso di equivoci. Parliamo di movida.

 

A Madrid, dopo la morte di Francisco Franco

 

Movida è una parola entrata a far parte del vocabolario degli italiani a partire dal 1990. È però un termine preso dallo spagnolo, dal verbo mover, ‘muovere’. Movida è nella lingua spagnola infatti un participio passato al femminile, equivalente all’italiano ‘mossa, movimentata'.

Il processo di nominalizzazione che ha subìto tale verbo risale nella lingua spagnola agli anni Settanta/Ottanta, quando si è sentita l’esigenza di un termine preciso per riferirsi alla vitalità culturale e in generale al ridestamento giovanile favorito dalla caduta del regime franchista. Centro di quella che è passata alla storia come Movida madrileña fu appunto Madrid, le sue piazze e i suoi vicoli. Qui morì, nel 1975, Francisco Franco e con lui un regime dittatoriale che aveva silenziato col mezzo della censura le spinte moderniste per quasi quarant’anni; e qui perciò si sviluppò una rinascita nel segno di una controcultura sovversiva, istrionica, immorale, ma soprattutto libera rispetto ai modelli conservatori franchisti. A fotografare e farsi portavoce di questa ideologia sono stati numerosi artisti, musicisti e scrittori riuniti attorno a riviste indipendenti, come la più famosa La luna de Madrid. Tra questi spicca il regista Pedro Almodóvar, fra i primi esponenti della Movida madrileña raccontata soprattutto nei suoi primi lungometraggi.

 

Nell’italiano la parola movida è entrata negli anni Novanta prima con il significato originale riferendosi propriamente al fenomeno spagnolo, tanto che nelle prime attestazioni giornalistiche è riportata col la maiuscola (fonte GDLI); poi per estensione ha finito per assumere il significato di vita notturna e animata che caratterizza le grandi città e le riviere italiane.

Nel portale Treccani.it troviamo che “l'ispanismo, appena accolto in italiano, fu usato, oltre che nel significato proprio, in una serie di accezioni estensive che lo portarono tra l'altro a designare, specialmente nella lingua a effetto dei giornali, una qualsiasi persona che per vivacità ed estroversione sembrasse in sintonia con la stessa movida spagnola; poi la squadra di calcio rinnovata e vincente del Real Madrid; infine, scherzosamente, 'mossa' (diamoci una movida)”

 

Perdita e riconquista dell’aura politica

 

In Spagna il riversarsi per le strade, simbolo di un rapporto ricucito con i luoghi della città, ha perso presto la propria carica ideologica. Rimangono di quel periodo gli slogan (Madrid nunca duerme, ‘Madrid non dorme mai’, Esta noche todo el mundo a la calle, ‘Stasera tutti in strada’), i locali aperti fino a tarda notte e un’atmosfera dai toni libertini.

Anche nell’uso che si fa della parola movida in italiano non c’è più traccia di politica e nemmeno di cultura spagnola. Movida è sinonimo oggi di vita notturna, di divertimento nel segno di cocktail, discoteche e dj set fino all’alba, di situazioni piacevolmente, appunto, ‘animate’. Portatrice di un modo di fare divisivo fin dall’inizio, la parola non solo non ha più nessun legame con la politica, ma si è caricata di precisi riferimenti assumendo un’accezione quasi negativa sulla scia di un processo che oggi sembra toccare l’apice. Accanto ai presunti tradizionali motivi per additare la movida come pericolosa e molesta, oggi ce n’è un altro: il rischio assembramento e di conseguenza il rischio contagio.

 

“Covid a Brescia, ordinanza anti-movida” (Corriere.it 02/06/2020). “Movida, Confesercenti: “Vandalismo è un problema, servono più controlli dopo la chiusura dei locali” (Tvprato.it 4/06/2020); “Monopoli, rissa nel cuore della movida: feriti e caos per strada” (Il quotidiano italiano 4/06/2020); “Coronavirus, stretta sulla movida a Milano Marittima: vietati anche gli addii al celibato” (La Stampa 04/06/2020); “Bari, il lungomare è affollato come i Navigli: la movida cancella la Fase 2” (Repubblica.it 8/05/2020); “Gattinara in balia della baby-movida. E il sindaco bacchetta i vandali: “Troppi incivili”” (La Stampa/Top news 4/06/2020).

 

La quasi totalità dei titoli sui giornali dimostra che il termine movida compare sempre più spesso per segnalare comportamenti scorretti, da arginare, come l’abbandono di plastica e rifiuti per strada, la ressa, le risse, il vandalismo; ora anche il temuto assembramento. Il ricorso a suffissi e altre parole per specificare o modificare tale concetto (baby-movida, anti-movida) mostra che si tratta di un termine ormai sdoganato e diffuso. Si parla sui giornali anche di movida tranquilla, movida sicura, movida violenta, movida virale, movida organizzata, rischio movida.

 

Il risemantizzatore Covid-19

 

Con il crescere nei media dei richiami alla movida in questa seconda e terza fase dell’emergenza Covid-19, cresce anche il sospetto che il sostantivo abbia finito per comprendere troppi referenti anche diversi tra loro. Sintomo di questo fenomeno sono anche le foto a corredare questi articoli che ritraggono gruppi di persone, non necessariamente giovanissimi, a qualsiasi ora del giorno. Ci si chiede, appunto, leggendo i quotidiani, se sia davvero questo il termine appropriato per riferirsi sia alle uscite in gruppo degli adolescenti sia alle passeggiate sul lungomare delle famiglie e anche al solo ritrovarsi in piazza con gli amici in orari non sospetti. Sembra, perciò, che la tendenza sia quella di categorizzare sotto l’etichetta movida tutti gli atti sconsiderati o dannosi per l’ordine pubblico, tra cui oggi c’è pure ogni tipo di assembramento. Il termine nei titoli è non a caso sempre più frequentemente disposto in posizione di topic (o argomento), dislocato a sinistra, prima di notizie poco rassicuranti come quelle lette sopra. Molti italiani alla parola movida hanno storto il naso, mostrando il loro disappunto sui social, perché non riconoscono il loro atteggiamento e le loro abitudini in quello che i giornali chiamano con un termine fino a poco tempo fa molto specifico, ora forse usato con fare troppo superficiale.  

 

Come se significasse assembramento

 

Il rischio è che estendendo la parola ad altri contesti, quindi all’assembramento in generale, si estenda anche a questi la connotazione negativa, anche ad emergenza terminata, finendo per considerare dannoso il trekking o una semplice scampagnata in luoghi ameni che tendono ad affollarsi. Sembra emblematico a tal proposito il seguente titolo: “Laghetti e monti affollati come riviere: quando la “movida” trasloca sui sentieri” (Genova24.it 2/06/2020), in cui, leggendo l’articolo, a traslocare è assieme al traffico di persone anche un certo “fastidio da movida”. O questo articolo intitolato “Movida, vietate anche lattine e contenitori in vetro nei parchi” (Picenonews24.it 4/06/2020), in cui troviamo legato a movida un luogo, il parco, solitamente estraneo alla vita notturna e all’animatezza delle città.

 

Di nuovo la linguistica diventa terreno scivoloso per la politica. Le misure dette anti-movida, di cui in questi giorni si discute, comprendono norme di comportamento destinate a bar, pub, birrerie, ristoratori, parchi, luoghi d’incontro in ogni parte d’Italia, anche in paesini di provincia e relativi baretti in cui la parola movida non ha mai avuto modo di attecchire.

Movida, insomma, che, a partire dagli anni Novanta, indicava il viavai a ridosso di discoteche, pub e club, oggi è quasi sinonimo di assembramento in piazze, parchi o siti di interesse, fino a tre mesi fa fenomeno insospettabile, trascinante e anzi ben augurato per città e località turistiche.

 

Come conseguenza di questa generalizzazione e di una crescente stigmatizzazione in corso, è arrivata la risposta di chi invece dell’organizzazione della movida ha fatto un mestiere. Così, per esempio, le discoteche e i club di Roma si sono riuniti in difesa della movida organizzata, chiedendo di non confondere la movida con gli assembramenti di piazza. In un articolo pubblicato su Roma Today (3/06/2020) si legge: “L'uso della parola "movida", associata all'incontrollato riunirsi di persone nelle piazze o per le strade, ha mobilitato gli specialisti del settore che tengono a precisarne le differenze. [...] Per questo motivo questi locali si sono riuniti per denunciare l'approccio confusionario alla materia "movida", veicolata dai media – seppur a giusta causa – ma che sta alimentando un allarmismo che allontana il settore da un'ipotesi di ripartenza in sicurezza”.

 

 

Nell’articolo si cita il GDLI = Grande Dizionario della lingua italiana, a cura di Salvatore Battaglia, Torino, UTET, 1961-2002.

 

 

Immagine: Madrid di notte

 

 

Crediti immagine: Paolo Monti / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 

 

 

 

 

 


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