14 luglio 2020

Democrazia negoziale

Le parole della neopolitica

 

Il 17 giugno 2020, il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha preso parte agli Stati generali dell'Economia. I giornali hanno riferito che ha auspicato l’avvio di una democrazia negoziale in cui «il confronto con le parti sociali sia continuo», con la precisazione: «una democrazia negoziale in contrapposizione con le leadership personali e carismatiche, costruita su una grande alleanza pubblico-privato su cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma con cui esso dialoga incessantemente attraverso le rappresentanze di impresa, lavoro, professioni, terzo settore, ricerca e cultura».

Però, queste cose il Presidente di Confindustria non le ha dette nel suo discorso. L’idea è contenuta nella prefazione del volume a più mani «Italia 2030: proposte per lo sviluppo», firmata dallo stesso Bonomi e presentata agli Stati generali. Verosimilmente, l’ufficio stampa di Confindustria ha preferito rilanciare il volume, invece dell’intervento tenuto davanti al Presidente del Consiglio. Fatto sta che i giornali hanno rilanciato il tema della democrazia negoziale e l’espressione è entrata di forza nel dibattito politico, soprattutto in articoli critici di testate on line di sinistra, che si oppongono con forza alle posizioni di Confindustria.

 

«Grattando grattando»

 

Così, già il 18 giugno 2020, Franco Astengo, nell’articolo Democrazia negoziale e democrazia recitativa (apparso in «Contropiano», che si autodefinisce «Giornale comunista on line») ha sostenuto: «Non vorrei apparire semplicistico, ma lo schema della “Democrazia Negoziale” potrebbe essere accostato al “corporativismo”, quindi ben oltre la “concertazione” ancora reclamata dalla segretaria generale della CISL nell’incontro a Villa Pamphili con la Presidenza del Consiglio». Il giorno dopo, Giulio Cavalli in «Left» («l’unico giornale di sinistra»), nell’articolo La democrazia secondo Confindustria, ha preso in esame anche l’aspetto lessicale: «Carlo Bonomi si è lanciato perfino in un neologismo: “democrazia negoziale”. Quando mi è capitato di leggerlo ho pensato che la democrazia è democrazia, ed è contendibile per natura altrimenti non lo sarebbe poi ho letto ancora di più e mi sono accorto che sarebbe “una grande alleanza pubblico-privato” in cui “il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale” ma dialoga “incessantemente attraverso le rappresentanze del mondo dell’impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura”. È un fighissimo esercizio retorico ma in realtà, grattando grattando, significa che secondo Bonomi Confindustria dovrebbe essere la terza Camera dell’iter parlamentare. I cittadini votano un governo ma il governo deve essere avallato da loro. Forte, eh?»

 

Nel 2012

 

In realtà, democrazia negoziale non è un neologismo. Non solo perché appare nel «Mulino» n. 2 del 2020, in un articolo di Carlo Trigilia (Quale democrazia per la crisi italiana?), rifluito nel volume confindustriale («la democrazia negoziale potrebbe essere uno strumento più efficace di quella maggioritaria, che non ha dato buona prova nella Seconda Repubblica, per affrontare la crisi. Essa sembra inoltre meglio attrezzata per avviarsi sulla strada di uno sviluppo inclusivo, specie dopo lo shock del Coronavirus»), ma perché l’espressione è in uso, seppure sporadicamente, da quasi un decennio. Nella scheda editoriale, presente nel catalogo on line di Carocci, del libro di Alessio Lo Giudice, La democrazia infondata. Dal contratto sociale alla negoziazione degli interessi (2012), si legge: «Le odierne prassi di democrazia negoziale e concertata si servono di modelli concettuali di tipo contrattuale, che potrebbero far ipotizzare l’esistenza di una linea di continuità con le teorie moderne del contratto sociale. In realtà, la riflessione filosofica moderna, che si misurava con le questioni dell’origine e della giustificazione dell’ordine, prendeva in considerazione il patto sociale quale momento fondativo».

 

Accelerazione confindustriale

 

Democrazia negoziale non è dunque, a rigore, un neologismo, né un’invenzione del Presidente di Confindustria. È indubbio, però, che il comunicativamente attivo neopresidente di Confindustria sta avendo un ruolo importante nella diffusione, per ora ancora limitata, di questa espressione: l’ha sottratta alla cerchia esclusiva degli studiosi, per farne oggetto della comunicazione politica e ha provocato una piccola accelerazione del suo uso in ambienti diversi. Il 30 giugno 2020, per esempio, parlavano di democrazia negoziale il sito della Fondazione Pirelli («“Democrazia negoziale” e concretezza di governo per cercare di uscire da bassa crescita e alti squilibri») e Radio Radicale («Dalla concertazione alla democrazia negoziale? Quale ruolo delle parti sociali?»).

Sarà un fuoco di paglia, o sarà un’espressione che scomparirà e rinascerà in un movimento carsico che spesso caratterizza alcune espressioni politiche di uso elitario? O, al contrario, si consoliderà? Come sempre, è difficile dirlo. Ma è rilevante che, per una volta almeno, chi osserva il lessico politico si trovi a discutere una parola rilanciata da Confindustria. Non accadeva da molto tempo.

 

 

Le parole (o locuzioni) già trattate da Michele A. Cortelazzo: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revenge porn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo, sbruffoncella, rosicare, interlocuzione, rottamazione, ruspa, vaffa, sardine, Italia viva, Germanicum, spallata, non mollare, pieni poteri, zona protetta, ciuffetto, chiudere, riaprire, riapertura, Decreto Rilancio, congiunto, Stati generali

 

 

Immagine: Il palazzo della Confindustria all'EUR, Roma

 

 

Crediti immagine: Sergio D’Afflitto

 

 

 

 


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