21 ottobre 2020

Dittatura sanitaria

Le parole della neopolitica

 

Sabato 10 ottobre 2020 si sono tenute a Roma, in piazza San Giovanni e in piazza Bocca della Verità, due manifestazioni contro le misure adottate dal Governo per contrastare l’epidemia da Covid-19. La parola chiave utilizzata per indicare l’oggetto della protesta è stata dittatura sanitaria. L’ha usata la stampa per descrivere la protesta, ma l’hanno fatta propria, nelle risposte ai giornalisti, anche i partecipanti alle manifestazioni: i promotori, come il generale Pappalardo («Il movimento dei gilet arancioni parteciperà alla manifestazione con una folta delegazione. Conte continua a varare dpcm che ci conducono in uno stato di dittatura sanitaria e tecnocratica»), ma anche i semplici manifestanti («Siamo contro la dittatura sanitaria che è parte e strumento di una dittatura più grande»). Talvolta dittatura sanitaria si è ridotta a dittatura senza specificazioni (un cartello dei manifestanti affermava «Non sono negazionista. Sono qui perché non voglio la dittatura»).

 

Il recupero da parte della satira

 

La significatività e la diffusione di dittatura sanitaria sono ben rappresentate dal suo recupero da parte della satira, forma espressiva che spesso individua parole o locuzioni particolarmente rappresentative di una fase politica, più velocemente e lucidamente di quanto fanno linguisti e lessicografi. Andrea Pennacchi, su «Propaganda Live» del 9 ottobre, ha fatto dire al suo personaggio, il veneto Pojana, che «ci vorrebbe un Duce per liberarci da questa dittatura sanitaria»; Vauro, invece, intitola Dittatura sanitaria. I nuovi partigiani una vignetta del 12 ottobre 2020 per «Left», nella quale un paziente, invitato dal medico a dire «trentatré», ribatte «io dico quel cazzo che mi pare».

 

Un evergreen

 

L’introduzione dell’espressione nel dibattito sulle misure contro il coronavirus ha luogo, inizialmente, negli ambienti di destra, anche se poi si diffonde al di fuori di quell’area, tra quanti si oppongono alle imposizioni sanitarie, ritenute lesive della libertà individuale. Marcello Veneziani rivendica apertamente questa primogenitura, sulla «Verità» del 28 luglio 2020: «di dittatura sanitaria ne parlammo, credo per primi, il 15 marzo scorso» (e in effetti proprio sulla «Verità» del 15 marzo aveva scritto: «Dopo l’esperienza del virus, sappiamo che l’eventuale minaccia totalitaria che si annida nel futuro potrà essere una dittatura sanitaria. Dittatura globale e/o nazionale, giustificata da norme anticontagio»). Ma poco dopo è la volta di Roberto Fiore, il leader di «Forza Nuova», sostenere che «Bill Gates dice che le messe potrebbero essere sospese per 18 mesi o per sempre. Questo anticristo di Manhattan è il vero guru dei signori della dittatura sanitaria che impongono alle Regioni di vietare le messe» (riporta il virgolettato «Repubblica» del 7 aprile 2020).

Ma dittatura sanitaria non è un neologismo di quest’anno, né è un neologismo creato in ambienti chiaramente definibili come ambienti di destra. Semmai è una sorta di evergreen dei movimenti che si oppongono alla medicina ufficiale, a favore delle medicine alternative e in opposizione alle grandi imprese farmaceutiche (quelle da cui gemmano, tra l’altro, i movimenti no vax).

 

L’accusa a Grillo

 

L’espressione è in uso almeno dal 2002, quando appare nel libro, pubblicato on line, di Alberto R. Mondini, Kankropoli, La mafia del cancro: «Il discorso qui è più ampio: non si tratta di elencare i danni prodotti dalla medicina ufficiale, si tratta di constatare come un potere oligarchico e totalitarista imponga una dittatura sanitaria, usando, per i suoi scopi, mezzi coercitivi».

Da allora, dittatura sanitaria ha una vita continua, anche se sotterranea, che si sviluppa soprattutto su Internet. Nel 2019 persino Beppe Grillo è accusato, da Marcello Pamio, su «disinformazione.it», di avallarla: «Peccato che abbia firmato un patto scellerato, ideato da una mente scellerata e condiviso da politici scellerati, in cui punti ai punti 2 e 3 si richiede l’inasprimento della dittatura sanitaria nei confronti di chi non si piega ai diktat di un regime medico-sanitario nelle mani delle lobbies farmaceutiche!».

 

Oltre la destra

 

Insomma, quando nell’inverno del 2020 sono state disposte limitazioni alle libertà personali, per cercare di contenere la diffusione del virus SARS-CoV-2, gli oppositori di questa impostazione hanno trovato già in circolazione un’espressione polemica con cui etichettare questa politica a loro invisa. Dopo un primo momento, nel quale la diffusione di dittatura sanitaria è stata appannaggio di alcuni intellettuali o leader di destra, l’espressione si è fatta largo in strati più ampi di parlanti e ora è ampiamente utilizzata da chi si oppone all’attuale politica sanitaria, ma, sia pure in contesti puramente citazionali, anche da chi difende tale politica o, comunque, la guarda senza pregiudizi (un esempio lo possiamo ricavare da un post che ho appena letto in Facebook, dove il carattere di citazione di dittatura sanitaria è sottolineato dalle virgolette: «E mi pare ugualmente imbarazzante – e in malafede – usare espressioni come "dittatura sanitaria" e "delazione" a proposito dell'uscita di Speranza»).  

 

Le 41 parole (o locuzioni) già trattate da Michele A. Cortelazzo: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revenge porn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo, sbruffoncella, rosicare, interlocuzione, rottamazione, ruspa, vaffa, sardine, Italia viva, Germanicum, spallata, non mollare, pieni poteri, zona protetta, ciuffetto, chiudere, riaprire, riapertura, Decreto Rilancio, congiunto, Stati generali, democrazia negoziale, Paesi frugali, zecca, negazionista, Zaiastan

 

Immagine: Screenshot del monologo del Pojana di Andrea Pennacchi della quinta puntata di Propaganda Live

 


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