16 ottobre 2020

Resilienza, una parola alla moda

Dagli usi tecnici agli editti del Comune di Bugliano

 

PNRR è una sigla che sta per Piano nazionale di ripresa e resilienza. Si tratta del programma stilato dal governo Conte, presentato alle Camere e ora al vaglio del Comitato Tecnico di Valutazione, per ottenere i finanziamenti messi a disposizione dall’Europa nell’ottica del Recovery Fund. Il documento presenta diversi ambiti di intervento in cui si citano digitalizzazione, rafforzamento del sistema sanitario, transizione ecologica, economia circolare. Obiettivi virtuosi, racchiusi in una cornice in cui il termine resilienza spicca come un evento favolistico in un mondo ordinario come quello del linguaggio tecnico-istituzionale. Resilienza è tutt’altro che una parola nuova, ma gode oggi di una diffusa simpatia e una altrettanto più recente antipatia. Nuovo è comunque il ruolo che l’attuale governo le sta attribuendo, a conferma dell’ampliamento del ventaglio dei settori di utilizzo del termine. Nei dizionari se ne contano solitamente non più di due o tre, di cui i primi sono settori strettamente tecnologici.

 

resilienza [re-si-lièn-za] n.f.

1. (fis.) proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi, rappresentata dal rapporto tra il lavoro necessario per rompere una barretta di un materiale e la sezione della barretta stessa

2. capacità di resistere e di reagire di fronte a difficoltà, avversità, eventi negativi ecc.: resilienza sociale (cfr. garzantilinguistica.it)

 

Ecologia

 

A questi settori bisogna aggiungere anche e soprattutto l’ecologia. Le nuove sfumature di significato di cui la parola resilienza oggi si è arricchita sono state favorite dall’osservazione dei comportamenti di certe specie animali e vegetali in rapporto all’ambiente in cui vivono. Tra gli esempi oggi più citati, a provare la presenza della resilienza in natura, ci sono le piante, quelle che crescono su pendii franosi, gli arbusti sulle coste rocciose mediterranee, i formicai, ecc. In ecologia la resilienza è definita “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato; le alterazioni possono essere causate sia da eventi naturali, sia da attività antropiche. Solitamente, la r. è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie”. (cfr. Enciclopedia Treccani online).

 

Prima venne resiliente

 

Sembra comunque che nel corso della storia la vita della parola resilienza nella lingua italiana abbia goduto di due fasi diverse tra loro, di un prima e un dopo, su cui ha pesato la velocità di diffusione della ricerca scientifica e tecnologica e, quindi, dell’inglese.

La parola appare per la prima volta in italiano nel XVIII sec. col significato generico, non necessariamente legato ad un settore specifico, di capacità dei corpi di rimbalzare, di tornare indietro. L’accezione è legata alla sua origine latina: il verbo latino resilire, composto da re- + salire, ‘saltare’ si usava nel significato di ‘ritornare di colpo’, ‘rimbalzare indietro’, per estensione anche ‘ritirarsi’, ‘contrarsi’. Nel passaggio dal latino alle lingue italo-romanze però non è stato il verbo resilire ad avere la meglio, ma il participio presente resiliens, quindi resiliente, da cui resilienza (con la variante rara resilenza). Il latino resiliens comincia a circolare nella letteratura scientifica, redatta in latino fino al Seicento, per indicare “sia il rimbalzare di un oggetto, sia alcune caratteristiche interne legate all’elasticità dei corpi, come quella di assorbire l’energia di un urto contraendosi, o di riassumere la forma originaria una volta sottoposto a una deformazione” (L’elasticità di resilienza, accademiadellacrusca.it, 12/12/2014).

Tuttavia, ad eccezione di alcuni esempi, tra cui uno letterario di Primo Levi del 1982, l’italiano fino al XX sec. è costellato di pochissime attestazioni della parola resiliente.

 

Resilience e il "tecnologico" inglese

 

Il salto dal settore tecnico-scientifico alla larga consumazione resilienza l’ha fatto negli anni Dieci di questo secolo, quando gli italiani si sono svegliati bombardati sui canali social e sui tradizionali mezzi stampa dal nuovo vocabolo seducente. Complice è stato forse il più largo utilizzo che il verbo latino resilire e l’aggettivo resiliens hanno avuto nel francese e soprattutto nell’inglese.

“La familiarità dell’italiano con resilienza è senza dubbio minore rispetto, per esempio, all’inglese, nel quale abbondano le occorrenze letterarie storiche, certo sorrette dall’esistenza del già citato non specialistico to resile ‘respingere, rinunciare, ritirarsi, contrarsi’, dalla forte tradizione anglosassone di divulgazione scientifica, e, non ultima, da una precoce presenza sui giornali (nel senso psicologico di ‘spirito di adattamento’) resilience compare nell’Independent di New York già nel 1893: “The resilience and the elasticity of spirit which I had even ten years ago” (Oxford English Dictionary, www.oed.com)” (L’elasticità di resilienza, cit.).

È proprio esasperando questo significato di adattamento che resilienza è diventata nell’italiano una parola pass-partout, capace di funzionare in qualsiasi campo perché rappresenta forse una promessa, quella cioè di poter sopravvivere, cadere senza farsi male.

La scelta ora di adoperare resilienza come elemento della titolazione di una delicata strategia politico-economica nel contesto delle trattative europee nell’era post-Covid non desta meraviglia, ma apre comunque alla possibilità di aggiungere ai settori tradizionalmente interessati della metallurgia, della psicologia e dell’ecologia anche quello della politica economica, determinando nuove sfumature di significato.

 

In più, la psicologia

 

L’estensione del termine dalla tecnologia alla sfera psicologica dell’individuo ha infatti in parte aggiunto qualcosa al concetto. La resilienza è considerata oggi non solo come una predisposizione o una proprietà di cui gli uomini sono dotati, una proprietà della materia come quella di cui sono fatti alcuni tessuti per esempio, ma come una competenza che è possibile acquisire o rafforzare. Lo dimostra la quantità di libri, articoli e saggi che sono stati prodotti sul tema con finalità pedagogiche. La resilienza è infatti una strategia che permette non solo di farci superare una crisi, ma utile anche per prevenirla. Per non lasciarsi abbattere occorre sviluppare la capacità di “risalire” attivando risorse interne ed esterne, tra cui l’individuazione di persone giuste di cui circondarsi, la scelta di opporsi con fiducia in se stessi ai condizionamenti di ciò che accade, infine la capacità di trasformare un’esperienza avversa in opportunità di crescita e rafforzamento (cfr. La resilienza, di Domenico Di Lauro, Xenia Edizioni, 2012).

 

Economia

 

In economia sembra che la resilienza prenda forza soprattutto da questo concetto di prevenzione. In ambito finanziario, per esempio, la resilienza coincide con la capacità di tutelarsi con mezzi assicurativi con l’obiettivo di resistere meglio a eventi imprevisti. Un’altra accezione di resilienza in campo economico è quella sviluppata in seno al dibattito alimentato da Serge Latouche, economista e filosofo francese, ideologo della decrescita felice, una possibile risposta sostenibile e alternativa rispetto all’attuale sistema produttivo. La decrescita ha come obiettivo di sviluppare un modello economico che prenda spunto dalla resilienza, di cui troviamo esempi in natura che mostrano la  capacità di fronte a certe crisi di non soccombere, anzi di rinnovarsi. Resiliente è per Latouche il piccolo artigianato, che sopravvive fin dai tempi del neolitico, resilienti sono le imprese agricole a conduzione familiare. In questa narrazione, il termine resilienza non è completamente slegato dalle parole prevenzione e resistenza, ma aggiunge a queste il sema della perseveranza e un’idea di futuro e di benessere solidali; questa risposta può avvenire solo infatti con una graduale transizione sostenibile a livello comunitario (cfr. S. Latouche, La resilienza nell'Antropocene, Youtube, 1/04/2019).

 

Latouche è più vicino?

 

L’accelerazione e l’incertezza con cui le società si evolvono, imponendo risposte di emergenza ai cambiamenti inaspettati, motivano il successo odierno di questo concetto. Anche l’economia e la politica ne stanno sfruttando i poteri e così si aggiungono altre posizioni e quindi sfumature di significato alle accezioni di resilienza già valide in altri settori. Nelle linee guida alla ripartenza redatte dal governo nell’ambito del PNRR, il ricorso al concetto di resilienza sembra andare in una direzione vicina a quella auspicata da Latouche. La resilienza è raggiungibile, si legge, passando per una transizione verde e digitale, il miglioramento dell’efficienza energetica e la messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati, il miglioramento delle infrastrutture per la mobilità sostenibile, la promozione di un’economia circolare, il rafforzamento del sistema sanitario, il sostegno al reddito dei lavoratori, ecc. (http://www.politicheeuropee.gov.it/it/)

 

Next Generation EU

 

In verità è stata l’Unione Europea ad aver dettato la strada e aver definito il significato di resilienza che l’Italia sembra interpretare in questo senso. Il PNRR infatti risponde all’iniziativa della Commissione Europea, intitolata Next Generation EU (NGEU), di finanziare interventi all’interno di un disegno di rilancio e di transizione verso un’economia più sostenibile e meglio preparata a gestire crisi climatiche, economiche e sanitarie. È la Commissione Europea a stabilire i criteri con cui valutare la validità dei piani proposti da ogni Paese, secondo un regolamento intitolato Recovery and Resilience Facility Plan. La resilienza delle riforme proposte in Italia è quindi di fatto la Resilience pensata dall’Europa.

 

Se diventa un tatuaggio

 

Nel tradurre le volontà dell’Unione Europea in italiano, il governo Conte forse non sapeva che di questa parola, a dispetto della fortuna che ha avuto, gli italiani non sono tutti contenti. Rispetto a qualche anno fa, quando di resilienza si scriveva e si discuteva perché rappresentava un concetto inesplorato per la maggior parte della popolazione, oggi si contano molti più commenti di dissenso che lamentano un uso incontrollato e improprio del termine.

L’accusa più forte sostiene che il termine sia stato lanciato in pasto al marketing più feroce, tanto da essere diventato uno slogan senza più contenuto, uno degli hashtag più di tendenza sia che si parli di psicologia, di fitness, di trekking o di edilizia, di digitale.

Accanto ai già citati libri che ogni anno vengono pubblicati sull’argomento, sulla resilienza esistono in Italia corsi di formazione, webinar, workshop, tesi di laurea, progetti a scuola e nelle aziende, ma anche magliette, gadget e tatuaggi. Molti tatuaggi. Una moda lanciata sui social da alcuni noti influencer, tra cui l’imprenditore Gianluca Vacchi, che in poco tempo ha raccolto moltissimi imitatori, trasformandolo in un fenomeno di massa (si veda sul canale Youtube il video “Ecco i quasi 350 tatuaggi RESILIENZA che mi sono stati inviati o in cui sono stato taggato” pubblicato proprio dal profilo di Vacchi).

Non sono in pochi ora a prenderne le distanze. Su Twitter e Facebook cresce il dissenso e si moltiplicano le voci degli utenti che si mostrano non solo esausti per l’uso dilagante del termine, ma anche vigili rispetto a una possibile strumentalizzazione del concetto. Per alcuni italiani la resilienza si è evoluta così in poco tempo da bonus a malus: rispetto a una crisi, da abilità positiva di adattarsi e non soccombere ad essa, a impossibilità di evitarla o combatterla, accettandola passivamente.

 

Che ne dicono in quel di Bugliano

 

“La #resilienza è peggio del #COVID19 Ti fa accettare la crisi, invece di creare scenari che non contengano la crisi”; “Vogliono che noi sopportiamo di tutto e zitti. #resilienza. Ecco perché i #media lo ripetono in continuazione perché sono i servi del potere”; “Resistenza, testardaggine, duttilità, adattarsi alle situazioni avverse, capacità di flettersi senza rompersi. Il vocabolario degli italiani faceva benissimo a meno di #resilienza, oggi anche nei foglietti illustrativi delle medicine”; “Giornalisti e politici che usano la parola #resilienza mi sembrano le ragazzine che si tatuano il simbolo dell'infinito. Mi avete fatto odiare questa parola. Usate i sinonimi” (Twitter.it, #resilienza).

 

Qualche mese fa sui social circolava la notizia che il sindaco del Comune di Bugliano con un’ordinanza vietava l’utilizzo della parola resilienza” sia in forma scritta che orale in tutto il territorio comunale, con conseguente multa di 25 euro per chi avesse trasgredito.

A commento della foto si leggeva:

 

“Considerato che:

1) La quarantena causata dall’emergenza COVID-19 ha messo a dura prova la pazienza di tutti

2) Il sindaco ha avuto numerose lamentele da parte della cittadinanza

3) È necessario che i cittadini imparino a usare il dizionario dei sinonimi” (facebook.com/Comunedibugliano)

 

Il Comune di Bugliano non esiste; è il nome di un profilo satirico che, dalle sue pagine di Twitter e Facebook, dove conta più di 100 mila iscritti, ironizza sulle strambe vicende di un fantomatico comune del pisano. Non c’è mai stata nessuna ordinanza. Riguardo i tre punti citati nel documento, che si tratti di una bufala non c’è da giurarci.

 

Immagine: La vegetazione spontanea colonizza e degrada l'asfalto di un'autostrada polacca incompiuta e poco usata

 

Crediti immagine: Tomasz Kuran aka Meteor2017 / CC BY-SA (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0