16 settembre 2020

Il mantra dell’alimentazione mediterranea

A proposito di Cibum nostrum

 

Rispondere alle osservazioni che Antonello Ciccozzi pone al libro Cibum nostrum mito e rovina della dieta mediterranea (Deriveapprodi 2019) mi è nonostante tutto abbastanza facile perché sostanzialmente la critica avanzata è solo una, vale a dire quella di non essere un libro, anzi un saggio di antropologia dell’alimentazione. 

Sono perfettamente d’accordo con il professor Ciccozzi; non si tratta di un saggio di antropologia dell’alimentazione e soprattutto mai avrebbe voluto esserlo. Piuttosto mi sembra strano che il recensore indugi su questo elemento facendone una sorta di atto di accusa – talvolta devo dire sfiorato da un livore appena trattenuto – quando fino dalle prime pagine del libro la scelta stilistica adottata porta altrove vale a dire in quel terreno di contaminazione di cui oggi la nostra alimentazione appare intrisa e che nessuna disciplina da sola riesce a decifrare pienamente.

 

Narrazione e contaminazione

 

Cibum nostrum non è un libro che insegue una tesi rigorosa, tanto meno un libro di ricerca rivolto a studiosi o al mondo accademico; qualunque lettore, quando animato da curiosità, interesse e onestà intellettuale, può accorgersi che le tracce disseminate dall’autore portano sempre alla suggestione, alla provocazione, al ricordo personale, in un certo senso, come dicevo prima, al racconto appunto. Sì, Cibum nostrum è più vicino a una narrazione, esempio di una saggistica divulgativa contaminata da spunti e suggestioni come l’ultimo decisivo capitolo (“Ricette immateriali”) evidenzia nettamente e che il recensore ancora una volta neanche cita, quasi come se non lo avesse letto.

Quindi, a beneficio di ogni possibile lettore, Cibum nostrum non è un saggio di storia dell’alimentazione o di antropologia dell’alimentazione. Avessi voluto scriverlo con queste modalità (cosa che non escludo), vale a dire con ipotesi, tesi, denso apparato di note e corredo di ampia bibliografia e fonti originali, lo avrei fatto come ho fatto nel mio precedente lavoro sullo stesso tema, Storia dell’alimentazione tra caso necessità e cultura (Dedalo 1993), libro che ancora oggi, a distanza di anni, mi dicono abbia un suo qualche valore.

Tuttavia, e mi chiedo perché, anche questo è sfuggito alle attenzioni del recensore.

 

Perduti nel mare magnum

 

Alla fine, Cibum nostrum vuole essere solo un tentativo di raccontare in modi differenti quel mare magnum di cui è fatta la nostra alimentazione e in cui con evidenza ci stiamo perdendo. Guasti metabolici come pandemie, iperalimentazione e consumi fuori controllo, intolleranze e allergie alimentari come epidemie, sprechi alimentari come routine, pulsioni salutistiche mutevoli e contraddittorie, scelte alimentari estreme come atti di fede, tradizioni alimentari in disfacimento, perdita del senso collettivo del cibo, invadenza e necessità dell’industria alimentare, educazione alimentare spesso fallace, scelta del cibo come atto narcisistico, cibo ridotto a intrattenimento ludico e televisivo, disagio o sofferenza alimentare che in forme diverse riguarda ogni paese, enormi problemi ecologici e relativi a scelte sostenibili, modelli alimentari millenari ridotti talvolta a innocui mantra (è il caso dell’espressione alimentazione mediterranea)... Di questo e moltissimo altro è fatto il panorama in cui formiamo le nostre convinzioni, scegliamo il cibo per noi e i nostri figli, noi stessi viviamo.

Comunque sia, nel dialogo che ogni lettore instaura con un libro sta il senso profondo della scrittura. Come lettore sono rimasto particolarmente legato ai libri che mi hanno suscitato dubbi ed emozioni, di qualsiasi genere siano state. Resto convinto che se la lettura di un libro provoca qualche forma di gioia o al contrario, come sembra in questo caso, anche solo un qualche malmosto, allora è la prova che quel libro, mentre interroga il lettore, ha un senso, e per quanto piccola possiede una sua “verità”.

 

George Steiner

 

George Steiner, recentemente scomparso, è stato un grandissimo della cultura europea. Pagine illuminanti su qualunque campo abbia avvicinato, non solo la filologia e le letterature comparate di cui è stato autorità indiscussa. In un bellissimo libro (Errata, una vita sotto esame, Garzanti, 1998) Steiner dichiara come spesso scrivendo su temi a latere della sua specializzazione è stato considerato quasi come un “dilettante” e trattato con sospetto. Ecco in questa alta testimonianza trovo la convinzione che la ricerca di contaminazioni culturali, la necessità di abbattere steccati disciplinari, parrocchie ritenute esclusive, sperimentare approcci stilistici differenti abbia una sua profonda validità per comprendere realmente la realtà che viviamo.

 

 

Immagine: Frutta e fiasco di vino (1940)

 

Crediti immagine: Marie Egner / Public domain


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