14 maggio 2020

Una cameretta tutta per sé. Prima e dopo il virus, parole che diventano simboli

 

Non abbiamo mai osservato la nostra casa come stiamo facendo quest’anno; mai riflettuto come quest’anno su quello che significa poter lavorare in pantofole, sul privilegio di avere un giardino o un balcone, sulla serenità data dall’avere dei vicini amichevoli, sull’importanza stessa di avere una casa. Una casa che dopo due mesi può anche sembrarci angusta, soffocante, ma di cui abbiamo recuperato un valore semantico primitivo, quello di rifugio.

 

Quella casa è una capanna

 

La storia della parola casa suggerisce che probabilmente non è un salotto, il giardino, il numero dei bagni o la disposizione delle camere ad aver pesato su un concetto così importante per la storia dell’uomo. Il latino casa era presso i romani il termine per riferirsi a capanne o a costruzioni con tetto di paglia, propriamente a un abitacolo dotato di una copertura per ripararsi. Tra le attestazioni scritte latine più famose in cui compare casa troviamo il De bello Gallico di Giulio Cesare, opera del I sec. a.C. in cui il generale romano narra nel dettaglio la campagna militare condotta per la conquista della Gallia e nel quale fornisce moltissime informazioni riguardanti il territorio e i costumi delle popolazioni che vi abitavano.

Qui, in un passo del libro V, si legge: in casas, quae more gallico stramentis erant tectae, (“le capanne che, secondo l'uso gallico, avevano il tetto ricoperto di paglia”). Le abitazioni in cui vivevano le popolazioni celtiche, per cui Cesare non usa il termine domus ma casa, rappresentavano insomma per i romani qualcosa di diverso rispetto alla loro idea di abitazione, ma erano piuttosto appartenenti al mondo barbarico, nel senso di non ancora civilizzato all’uso romano. Non vi è dubbio che a Roma e nelle province romane per indicare la casa si usassero altri termini, primo fra tutti domus, ma anche villa o insula, in caso fossero abitazioni simili ad appartamenti disposte anche su più piani.  

 

Dal feudo agli affetti familiari

 

La fortuna di un termine dall’accezione in origine quasi negativa, dal referente poco elegante – casa era anche usato come sinonimo di “tugurio” e “abitazione rustica” – si deve forse proprio allo smantellamento del mondo romano e ad una riorganizzazione trasversalmente più modesta e povera del territorio e della società in epoca alto medievale, in cui ha prevalso a lungo il modello di villaggio rurale. Domus con il significato di casa rimane in italiano nell’aggettivo domestico, nel nome domicilio, nel sostantivo duomo, per il quale bisogna sottintendere Dei, quindi ‘la casa di Dio’. Casa e i suoi derivati nella documentazione romanza tardo-latina indicano piuttosto proprietà fondiarie, poderi (si veda anche l’italiano casale), umili dimore o tecnicismi con scopi giuridici. La pervasività del sistema feudale medievale nella nostra penisola potrebbe aver contribuito alla stabilizzazione di questa forma col significato più generale di ‘abitazione’ fino a inglobare la semantica degli affetti familiari.

 

La cameretta non più vezzeggiativa

 

A proposito di rifugio e ambienti domestici, a tempi più recenti risale invece un altro fenomeno di ampliamento semantico del quale sto cercando di seguire le tracce. È quello della cameretta.

Dalla derivazione nient’affatto oscura, cameretta sembrerebbe un nome trasparente perché si riconoscono gli elementi per tracciarne il significato: il sostantivo camera + il suffisso -etto, responsabile di un’alterazione con valore diminutivo o vezzeggiativo. A differenza di altri alterati con lo stesso suffisso (es. viaggetto, bacetto), per cameretta questo processo di suffissazione ha portato all’entrata nel lessico italiano di un nuovo lemma. Una forma linguistica diventa un lemma quando è capace di indicare un referente preciso e il cui significato non sia ricavabile dalla base della forma suffissata. Se per viaggetto infatti non si è compiuto il processo di lessicalizzazione e non esiste un’entrata nei dizionari perché possiamo facilmente risalire al significato aggiungendo alla base il valore vezzeggiativo del suffisso, per cameretta lo stesso valore non ci garantisce la corretta interpretazione perché cameretta non indica una camera più piccola o più carina di una camera normale, ma è “stanza da letto per bambini o l’insieme dei mobili che la arredano” (Nuovo De Mauro online). Lo stesso processo può dirsi per nomi quali calcetto o ceretta.

Nei dizionari alla voce cameretta compare anche una seconda accezione di tipo tecnico-scientifico: “apertura permanente del piano stradale che serve ad accedere alle tubature delle reti sotterranee di distribuzione dei servizi pubblici (acqua, gas, telefono e simili)” (Nuovo De Mauro online).

 

I figli e i bambini

 

Il valore vezzeggiativo e diminutivo originario del suffisso è in cameretta rintracciabile nell’insieme dei referenti legati a tale parola: bambini, letti e mobili più piccoli di quelli delle normali camere da letto, e poi giochi, disegni e un insieme di elementi fanciulleschi. Tra i nomi che più di frequente accompagnano cameretta vi sono figlio e bambino/bimbo (fonte LexIt.it) e le immagini che sui motori di ricerca compaiono digitando tale parola, provenienti nella maggior parte dei casi da cataloghi immobiliari, confermano la stabilità di questa prima accezione. L’accezione invece di ‘piccola stanza’ o ‘piccolo deposito’ con cui il termine compare a partire dal ’300 (fonte TLIO) è oggi mantenuta in parte o solo in alcuni contesti d’uso: la cameretta a cui facciamo riferimento oggi non è necessariamente più piccola di altre camere, ma è una forma autonoma per distinguere la camera da letto dei genitori da quella dei bambini.

 

L’ora dei millennial

 

A ricorrere a questa parola sembra tuttavia che negli ultimi anni siano, piuttosto che neogenitori e bambini, ragazzi tra i diciotto e i trent’anni, o adulti che parlano di ragazzi tra i diciotto e i trent’anni. Cameretta è infatti diventata una parola chiave potentissima per raccontare una generazione.

 

“Dal party-monster ai pigiama party, dalla pista al post. Ma una costante resta: cameretta place to be”. A seguire, “I Millennials confermano, il loro divertissement è totalmente diverso da quello di qualsiasi altra generazione”. (Marie Claire 12 febbraio 2017).

 

“Si pensa che Game of Thrones sia l’ultima serie tv che guarderemo tutti insieme, dopo inizierà definitivamente l’era dello streaming solitario in cameretta” (TheMillennial, 3 maggio 2019).

 

Questa cameretta, spesso associata alla parola millennials, è un contenitore di nuovi referenti, meno infantili e innocenti rispetto a quelli che potrebbero trovarsi nella sezione camerette sul sito dell’Ikea. Quelle a cui fanno riferimento i titoli dei giornali sopra citati non sono camere come quelle dei genitori, ma non sono nemmeno camerette con i letti a castello rosa e gli adesivi del Libro della giungla. Sono camerette in un altro senso. Sono luoghi che per il potente simbolismo stanno diventando metafore.

Dischi, giradischi, videogiochi, librerie e libri di ogni sorta, angolo yoga o angolo chitarra, giornali accatastati; sulle pareti cartoline e souvenir, ritagli, foto con gli amici, polaroid, locandine, cornici. Il letto e poi la scrivania, che col pc sempre aperto rappresenta una sorta di fucina. Questa è l’architettura e insieme l’essenza di quello che per molti ragazzi è diventato un modello, una comfort zone in un periodo storico in cui gli spazi pubblici tradizionali hanno perso forza comunicativa. A dispetto di chi accusa di disimpegno questa scelta di vita, evocando un periodo in cui il luogo dell’espressione giovanile erano le piazze, la narrazione delle piccole cose e del disagio del mondo “fuori”, anestetizzato con il ritorno ai miti dell’adolescenza, ha generato consensi diventando un copione di successo. A partire dal mondo musicale. Uno degli elementi su cui si insiste, per esempio, per la costruzione del mito di Billie Eilish, star indiscussa della scena pop mondiale, è proprio la cameretta, luogo in cui con il fratello ha inciso il suo primo album.

 

Themes from the cameretta

 

È infatti soprattutto il mondo della musica a farsi portavoce di questo mood. In Italia è stato Niccolò Contessa, con Il sorprendente album d’esordio de I Cani del 2011, a fare da megafono ad una poetica e con essa ad alcune parole. Tra queste, cameretta ha un ruolo primario, quasi fosse la parola chiave di un manifesto. Themes from the cameretta è infatti la prima traccia di questo album che ancora oggi è considerato insuperabile per aver fotografato -e dissacrato- meglio di tutti una sottocultura giovanile alternativa, che negli anni dieci in Italia chiamavamo hipster.

 

Dopo di lui (ma anche prima!) moltissimi altri artisti hanno cominciato a fare musica da e in cameretta e tramite Youtube, SoundCloud e altri canali a diffondere il verbo. Antologia della cameretta è per esempio il titolo di un album del 2017 dell’Officina della Camomilla, uno dei gruppi più famosi della scena indie, in cui sono raccolti demo, cover, registrazioni casalinghe e inediti mai proposti dal vivo. Di nuovo cameretta è la parola scelta come contenitore di un modo personale di essere e sentire.  

 

Decamerette in tempi di contagio

 

Cameretta è diventata parola d’ordine non solo per il mondo della musica. In piena emergenza coronavirus, costretti alla quarantena, un gruppo di ragazzi, da un’idea dell’autrice Natalia La Terza, ha lanciato Decamerette, una tv indipendente in onda su Youtube con un palinsesto quotidiano in cui ventenni e trentenni raccontano idee, storie, i loro studi, per lo più cose di cui sono appassionati. L’idea è di uscire dall’isolamento, farsi compagnia, comunicando le proprie esperienze dalla propria camera da letto, raccoglitore e nido di questi temi già prima del coronavirus. “Da cameretta a cameretta, le tue storie vanno in streaming. Con amore” è uno degli slogan.

Con lo stesso nome, una fusione tra Decameron e cameretta, Decameretta è il titolo di un profilo Instagram lanciato dalla cantante Malika Ayane, in cui ogni giorno vengono raccolti e postati i migliori contenuti già pubblicati altrove sulla base un tema lanciato dalla stessa Ayane. “È come se io e gli altri fossimo parte di una redazione giornalistica dove si respira un clima famigliare” (Corriere della sera 18 marzo 2020).

 

Non vi è dubbio sul fatto che si tratti di una parola di tendenza, destinata a entrare a far parte di un gergo che identifica un gruppo di giovani accomunati dagli stessi riferimenti culturali. Tuttavia, se il simbolismo crescente del termine è prerogativa di questi ultimi anni, la sua carica metaforica ha origini più antiche.

 

Camerette antiche: Petrarca, Ariosto, Virginia Woolf

 

“O cameretta che già fosti un porto

a le gravi tempeste mie diürne,

fonte se’ or di lagrime nocturne,

che ’l dí celate per vergogna porto”.

[Rerum vulgarium fragmenta 234]

 

La strofa è tratta dal Canzoniere di Petrarca. La cameretta è paesaggio che muta col mutare dei sentimenti del poeta: se in passato era stata un porto, il rifugio della mente in cui Petrarca trovava pace, è diventata ora il luogo delle lacrime, tenute nascoste di giorno per la vergogna. La chiave per interpretare il valore della cameretta in Petrarca è l’esperienza amorosa, vissuta come tormento. Ugualmente, una storia d’amore per Ludovico Ariosto conferisce alla cameretta il valore di rifugio in un senso però positivo: la propria stanza è luogo in cui godere di una notte in cui le stelle, gli occhi della donna, conducono il poeta in uno stato di pienezza e tranquillità.

 

“O caro albergo, o cameretta cara,

ch’in queste dolci tenebre mi servi

a goder d’ogni sol notte più chiara”

[Rime, Sonetto III]

 

Il cronotopo letterario della cameretta si riempie di altri significati con l’opera di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé (1929). Se la cameretta negli autori a partire dal ’300 – il primo forse a introdurre il topos di camera come luogo dell’affermazione dell’intellettuale è stato Dante nella Vita nova – rappresentava un rifugio e un tentativo di alienazione rispetto alla dimensione sociale, nel ’900 con Virginia Woolf diventa possibilità per le donne di ottenere un ruolo proprio nella società. La cameretta diventa allora l’obiettivo e l’emancipazione.

 

Dentro e fuori le pareti, oggi

 

Nella cameretta del Duemilaventi si fondono e si amplificano entrambi questi valori; la necessità di una propria dimensione riflessiva e creativa rappresenta da una parte la rottura con la società e la ricerca di un luogo ameno e dall’altra la possibilità di rafforzare una propria originale personalità capace di comunicare col mondo al di là delle quattro pareti.

 

 

Bibliografia

Sornicola, Rosanna (2011), Il lessema latino CASA e i suoi continuatori galloromanzi, Un problema di storia culturale, in Overbeck A., Schweickard W., Völker H. (edited by), Lexicon, Varietät, Philologie, Romanistische Studien Günter Holtus zum 65. Geburtstag, Berlin, De Gruyter, pp. 611-634.

Vecchi Galli, Paola (2007), Sussidiario di letteratura italiana, Archetipo Libri, Bologna. 

Woolf, Virginia (1929), Una stanza tutta per sé, Einaudi (ed. 2016; traduzione di Maria Antonietta Saracino), Torino.

 

Immagine: Virginia Woolf's bed at Monk's House

 

Crediti immagine: John Cummings / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)


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