20 luglio 2008

Ciclone

Terribili le notizie che arrivano dal Myanmar. Decine di migliaia di morti a causa del ciclone tropicale Nargis. Purtroppo, l’antica abitudine di battezzare, dando un nome di persona o un nome carezzevole cicloni, tifoni e uragani allo scopo di antropoformizzare – e dunque umanizzare – le scatenate forze della natura, non raggiunge il suo scopo apotropaico. Forse non tutti sanno che, per quanto riguarda gli uragani (vocabolo entrato nell’italiano scritto dal 1534, attraverso lo spagnolo huracán, da una voce indigena centroamericana arauaca: molti ispanismi sono penetrati in italiano nella prima metà del Cinquecento, in seguito alle scoperte geografiche e alle azioni di conquista territoriale nelle terre americane, che hanno avuto come protagonisti esploratori e truppe spagnole), per molti secoli è stata consuetudine chiamarli con il nome del santo cattolico festeggiato nel giorno in cui si verificavano. Ad esempio, quando l'uragano che colpì Puerto Rico il 13 settembre 1876 fu chiamato San Felipe. Quando un altro uragano colpì Puerto Rico lo stesso giorno, più di cinquanta anni dopo, fu battezzato San Felipe secondo. Nel 1953, la World Meteorological Organization (WMO) stabilì di adottare una serie di nomi femminili in rotazione, prevedendo di ritirare i nomi assegnati ad uragani particolarmente violenti e memorabili, facendo ruotare l’iniziale del nome ogni anno, in base all’alfabeto. Il politically correct americano portò a una modifica del criterio di scelta onomastica nel 1979, quando le organizzazioni femministe americane chiesero al WMO di aggiungere nomi maschili. La richiesta fu accolta e da allora la regola prevede un’alternanza tra nome maschile e nome femminile. Vennero aggiunti anche nomi francesi e spagnoli, per tener conto delle lingue usate nei paesi caraibici (vale a dire le storiche Indie occidentali citate nella definizione succitata, tratta dal Vocabolario Treccani), spesso colpiti dagli uragani. I 21 nomi previsti ogni anno (le lettere q, u, x, y e z non vengono usate) sono riutilizzati ogni 6 anni, tranne quelli ritirati (come Hugo o Andrew o Katrina). Quando un nome viene ritirato, il WMO sceglie un nuovo nome per rimpiazzarlo. È curioso e insieme triste dirlo, ma il WMO ha già pronto un elenco onomastico di tutti gli uragani previsti fino al 2010, vista la ciclicità del fenomeno. In questi giorni, i media rilanciano spesso indifferentemente i termini ciclone, uragano e tifone, a proposito del ciclone birmano Nargis. In realtà, come spiega bene il Vocabolario Treccani, esiste un tipo particolare e parziale di identità tra i fenomeni designati da ciclone (tropicale) e uragano e tifone, nel senso che ciclone (tropicale) è un iperonimo, cioè un nome generale che include le altre due specifiche denominazioni allo stesso subordinate (dette perciò iponimi, cioè, letteralmente ed etimologicamente, ‘che stanno sotto’): infatti gli uragani sono quella sottospecie di cicloni (tropicali) che avvengono nell’Atlantico settentrionale, nel Centro America e in Australia (in inglese, hurricane); i tifoni quella sottospecie di cicloni (tropicali) che avvengono nell’Oceano Indiano e nel Mar della Cina. Il ciclone Nargis, dunque, è un tifone, non un uragano. La parola ciclone recupera sì l’antico greco kúklos ‘cerchio’ (per via della forma delle sue volute e del moto circolare), ma attraverso il francese (e questo dall’inglese) cyclone, che, dal 1873, ci ha prestato la parola, in italiano adattata foneticamente. La parola tifone è una creazione italiana di epoca rinascimentale, quando i nostri dotti scienziati, per arricchire la terminologia scientifica, spesso pescavano nel grande serbatoio delle lingue classiche: in questo caso, il prelievo viene dal latino thyphōne(m), che a sua volta e a suo tempo, aveva preso dal greco tūphόn. Sia ciclone, sia uragano si sono prestati a un uso traslato, per designare una persona d’energia esuberante, eccessivamente dinamica o perfino esagitata, in grado di provocare scompiglio o turbamento. L’espressione occhio del ciclone, mentre in senso proprio indica la zona centrale relativamente calma all’interno del turbolentissimo fenomeno atmosferico, in senso figurato (attestato dal 1970 nell’italiano scritto) indica un ‘momento altamente critico e pericoloso’.

Definizione: sostantivo maschile [dall’inglese ciclone (1848), derivato del greco κύκλος «cerchio, giro»]. – In meteorologia, perturbazione atmosferica associata a un tipo barico costitutito da un’area di bassa pressione (area ciclonica), delimitata da isobare chiuse e di valore decrescente verso il centro, inclusa in una zona di aria più fredda e densa, per cui si determinano venti, accompagnati da precipitazioni, che ruotano, a causa della rotazione terrestre, in senso antiorario nell’emisfero boreale, e in senso orario in quello australe. Si distinguono cicloni tropicali (detti uragani nelle Indie occidentali, Australia e Atlantico settentrionale, tifoni nell’Oceano Indiano e Mar Cinese), più frequenti in autunno o nel periodo di inversione dei monsoni, con venti intensi e violenti, mentre al centro permane una zona di calma e di cielo sereno (occhio del ciclone); e cicloni extratropicali, più estesi, con venti meno intensi e regolari, che si formano sugli oceani nei mesi invernali, presumibilmente a causa dell’intrusione di masse d’aria polari fredde nelle zone temperate.

 

 

 

 

 

Immagine: Occhio del ciclone. Crediti: [Public Domain], attraverso Wikimedia Commons.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0