14 aprile 2009

Finanza creativa

Finanza creativa, si fa ma non si dice

In molti hanno imputato al ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti le scelte fatte, negli anni, attraverso varie legislature, in materia di conti pubblici. Si è parlato di “finanza creativa”, in genere con una certa ironia. Ma la locuzione, ricalcata sull’inglese “creative finance”, non piace a nessuno. Né agli avversari del ministro, né allo stesso Tremonti. Il quale, ad un certo punto, decide di sprigionare “creatività” linguistica in proprio, coniando i termini “mercatismo” e “mercatista”. Da “anti-mercatista”, quale dichiara di essere
 
Pare che dopo il terribile botto delle Borse, l’iridescente dissoluzione della «bolla finanziaria», e – venendo alle faccenduole di casa nostra – la conversione anti-mercatista del ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, sia particolarmente impopolare pronunciare la locuzione sostantivale finanza creativa, creatura lessicale cara al giornalismo e alla politica nostrane (prima attestazione in italiano: 1996). Quante mirabilie nascoste, in quell’aggettivo, di solito sposato con sostantivi che evocano l’ingegno artistico (scrittura creativa) e messo invece, in tempi recenti, all’ossimorico servizio della parola che si coniuga con la fredda e spietata ragioneria dei conti. Creativa, dunque, la finanza, non bastasse la vasta gamma di significati che già in sé si porta la parola, creatrice di numerose prospettive semantiche (citiamo dal Vocabolario on line della Treccani): 1. «I mezzi (patrimonio, reddito, credito) di cui si dispone per raggiungere i proprî fini e, più specificamente e comunemente, i mezzi (beni in natura, servizî personali e soprattutto denaro) di cui dispongono lo stato e gli altri enti pubblici»; 2. «Il complesso dell’attività finanziaria, e quindi dei varî fatti o atti, con cui un soggetto economico (imprenditore, società, banche, ecc.) si procura i mezzi – capitali monetarî, crediti, azioni, obbligazioni, ecc. – necessarî allo svolgimento e allo sviluppo della propria attività»; 3. «L’attività finanziaria dello stato volta a reperire, attraverso il prelievo fiscale, la liquidazione di attività o il ricorso all’indebitamento, le risorse finanziarie occorrenti per fare fronte alle spese»; 4. «Politica finanziaria, ossia l’insieme delle decisioni e dei provvedimenti relativi al bilancio pubblico». Si può pensare che, brillante e romantico che sia l’aggettivo, sotto al cappello della finanza creativa non possa trovare posto nulla di nuovo, anche se l’uso della locuzione ha attraversato tutte e quattro le principali accezioni proprie della nobile parola d’origine francese (finanza, in italiano dagli inizi del Cinquecento, da finance ‘risorse pecuniarie’, dal 1283 in francese, e ‘affari di denaro’, dal secolo XVI in francese). Tutte e cinque, anzi, includendo anche il significato di ‘mezzi economici di una persona, di una famiglia’ (al plurale), in quanto le nostre finanze di cittadini italiani certamente dalla finanza creativa sono state, in modo più o meno diretto, toccate.
 
Il bello è che, sin dagli esordi in italiano della locuzione, ricalcata su creative finance,cioè dall’inglese d’America, lingua internazionalizzata che veicola da tempo ogni innovazione lessicale determinata dalle innovazioni (e dalle astruserie) della finanza globale, la locuzione finanza creativa ha quasi subito assunto il significato peggiorativo che un po’ tutti conosciamo, di ‘intervento di tipo finanziario e contabile, che, di là dall’ingegnosità dei suoi meccanismi, si manifesta come espediente dagli effetti circoscritti, se non addirittura inefficaci’. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che l’espressione è nata moralmente ancipite, epicena, bifronte, mettendo accanto al significato di ‘gestione delle risorse e delle attività finanziarie ispirata a criterî innovativi e originali’ quello di ‘serie di pratiche di intermediazione finanziaria privata, per cui l’emittente cede a terzi un credito non esigibile, realizzando un guadagno che serve a coprire perdite pregresse’. Si sa: la degradazione semantica è un meccanismo potente, trasforma velocemente il bianco in nero, basta che ci sia un appiglio. Già durante il II Governo Berlusconi, l’espressione fu girata in senso ironico dall’opposizione nei confronti della politica del ministro Giulio Tremonti. Creativa? Sì, nel senso di «giochi di prestigio mozzafiato», «giochetti», «pannicelli caldi», secondo Eugenio Scalari, uno dei critici più, si potrebbe dire, fedeli di Tremonti.
 
Tanto che i «pannicelli caldi» stavano scomodi addosso allo stesso Tremonti, il quale, più che difendere le scelte sulle cartolarizzazioni (emissioni di titoli garantiti dal patrimonio e scontati presso il sistema bancario), sull’indicazione come copertura di spese dei maggiori incassi tributari che la stessa Legge Tremonti avrebbe prodotto, sull’alienazione di immobili Inps, sui quindici condoni, si è preoccupato a più riprese di controbattere rovesciando, guarda un po’, l’accusa di finanza creativa sui governi di centro-sinistra. Ecco due esempi: «Dini ha rotto il salvadanaio e ha sgraffignato il pallottoliere. Dopo un anno di finanza ‘creativa’ c’è il blackout sul vero stato dei conti pubblici» (Giulio Tremonti, intervistato da Federico Rampini nel 1996); «Sarei pericoloso a causa della “finanza creativa” applicata ai conti pubblici. Per la verità la finanza creativa è stata inventata nella scorsa legislatura [la XIII, dal 9 maggio 1996 al 9 marzo 2001: governi Prodi, D’Alema, D’Alema II, Amato II, ndR] e qui è stata fatta, sistematicamente e su vasta scala» (Giulio Tremonti, lettera al quotidiano «La Repubblica», 13 maggio 2005).
Insomma, chi l’ha fatta, questa benedetta finanza creativa? Tremonti o i suoi presunti detrattori? Sta di fatto che già nel 2003 Tremonti ha cominciato a lanciare una nuova parola d’ordine, in negativo: il mercatismo (col derivato mercatista), «sintesi inefficiente di liberalismo e comunismo» (da Lezione sulla politica, tenuta il 14 luglio 2007 a Padova, nella Scuola giovanile estiva di Forza Italia), una specie di ircocervo con la faccia della finanza selvaggia (e della banca spregiudicata) e il corpo del burocratismo eurocentrico. Finita la fase della finanza creativa, si apre una nuova fase, «empirica», all’insegna della formula «Market if possibile, government if necessary», da usare come balsamo per il «nuovo mondo, unico e globalizzato», uscito da un decennio improntato al «pensiero unico» del «mercato unico-mondo unico-uomo a taglia unica». Quasi quasi Tremonti, ora onomaturgo (creatore di parole) in proprio (visto che finanza creativa, almeno dal punto di vista lessicale, non è roba sua), si candida a libero pensatore post-global, attento ai cristiani valori della persona e ai valori conservatori del territorio e dell’ordine, dopo essere stato, peraltro, annoverato tra le schiere dei più dinamici globalizzatori euroscettici. Oltre che onomaturgo, Tremonti azzarda curiose, creative, interpretazioni politico-lessicali. Nella citata lezione, afferma: «Con il ’68 la sinistra ha “spogliato gli altari”. E, come si dice, se non credi più a niente, finisci per credere a qualsiasi cosa. È per questo che sono comparse parole nuove, come consumatore, come fitness (le palestre detassate in nome dell’impegno sociale a dimagrire, pianificato dal ministro Turco), come dressing (la nuova politica etico-ambientale di liberare i pubblici impiegati da un vincolo disciplinare che per la verità non c’è mai stato: il vincolo della cravatta). È il ’68 aggiornato». Credevamo che il fitness fosse nato negli Stati Uniti, che la cura del corpo efficiente e funzionale fosse praticata, almeno inizialmente, dagli yuppie metropolitani; che il dressing fosse un parto dell’aziendalismo di “squadra” promosso dai trainer motivazionali nelle corporation d’oltreoceano; che il consumismo da noi fosse nato e cresciuto ben prima del ’68, durante gli anni del cosiddetto boom economico. Niente da fare, la storia della lingua e la storia del costume vanno riscritte.
Scrive Guido Ceronetti: «Chi mette l’Economia prima degli angeli, sia impiccato subito a un enorme sbadiglio». Difficile decidere il destino di Giulio Tremonti. Non si capisce bene dove abbia messo e dove metta l’Economia. Degli angeli non sembra che si occupi. Le sue parole e le sue azioni, d’altra parte, sulla bocca non suscitano sbadigli. Ciascuno decida che piega far prendere alle proprie labbra, quando Tremonti crea.
 
Il lemma
Elaborato dalla redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani
 
finanza creativa locuzione sostantivale femminile [probabile calco dell’espressione inglese creative finance] – Nel linguaggio politico e giornalistico, modalità di intervento nel sistema finanziario pubblico messa in atto dalle autorità di governo competenti, col fine primario di sanare il debito pubblico, facendo leva su meccanismi e soluzioni contabili presentati e propagandati come innovativi. Per estensione, gestione delle risorse e delle attività finanziarie ispirata a criterî innovativi e originali (talora l’espressione è usata anche in senso ironico). In senso spregiativo, intervento di tipo finanziario e contabile, che, di là dall’ingegnosità dei suoi meccanismi, si manifesta come espediente dagli effetti circoscritti, se non addirittura inefficaci o, per certi versi, negativi.
 
Esempi d’uso
 
Dini ha rotto il salvadanaio e ha sgraffignato il pallottoliere. Dopo un anno di finanza ‘creativa’ c’è il blackout sul vero stato dei conti pubblici (Giulio Tremonti, intervistato da Federico Rampini)
«La Repubblica», 29 maggio 1996
 
Aveva ben ragione il presidente Ciampi a preoccuparsi del rispetto dell’articolo 81. La finanza creativa di Giulio Tremonti entrò infatti in funzione nel giugno successivo [dell’anno 2001, ndR] e introdusse elementi fortemente innovativi. Per esempio quello di indicare come copertura di spese i maggiori incassi tributari che la legge in questione avrebbe prodotto.
Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 8 settembre 2002
 
Se è vero che l’evoluzione o l’involuzione del linguaggio fiscale non ha mai avuto soste, bisogna anche riconoscere che una grande spinta all’utilizzo di neologismi si è avuta con la c.d. finanza creativa, inventata negli ultimi anni, e il cui merito va indubbiamente attribuito all’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
«Gazzetta del Sud», 21 ottobre 2004 (citato in G. Adamo-V. Della Valle, 2006 Parole Nuove, Sperling & Kupfer, Milano 2005)
 
Infine, sarei «pericoloso» a causa della «finanza creativa» applicata ai conti pubblici. Per la verità, la finanza creativa è stata inventata nella scorsa legislatura [vale a dire la XIII, dal 9 maggio 1996 al 9 marzo 2001: governi Prodi, D’Alema, D’Alema II, Amato II, ndR] e qui è stata fatta, sistematicamente e su vasta scala, per un importo cumulato stimabile pari ad oltre 120.000 miliardi di vecchie lire: dalle cartolarizzazioni di immobili e crediti, alla vendita dell’etere, agli swap sullo yen, eccetera.
Giulio Tremonti, lettera al quotidiano «La Repubblica», 13 maggio 2005
 
E sarà ancora il San Carlo a indicare la soluzione percorribile, il ricorso alla finanza creativa. La soluzione percorribile è alla base della gestione degli immobili pubblici da parte della Romeo. Perché la Romeo è anche certificatrice dei valori immobiliari del patrimonio pubblico a lei affidato e attraverso la Cosip anche certificatrice della congruità dei prezzi di appalto. E se un patrimonio stimato 1000 trovasse un certificatore qualificato che ne raddoppi i valori?
Gioacchino Lanza Tomasi, «La Repubblica» (edizione di Napoli), 23 dicembre 2008
 
 
 

 

 

 

 

 

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