17 novembre 2011

Liquido

Poco tempo fa, prima che scoppiasse tutto l’ambaradan, Angelino Alfano, segretario del Popolo delle libertà (Pdl), dopo aver dichiarata chiusa la campagna di tesseramento del partito, si è espresso in questo modo, non privo si sollecita enfasi gratulatoria: «E ringrazio in primo luogo il presidente Silvio Berlusconi che ha creduto e investito nel progetto di rilancio del nostro partito e che adesso può cogliere i risultati di un partito solido e collocato con convinzione a sostegno del governo da lui guidato. Lavoreremo ogni giorno per non deludere le aspettative di questo milione di cittadini che ha scelto di rendere ufficiale la propria adesione al Popolo della libertà e siamo sicuri che una nuova stagione di vittorie ci attende».Un milione e duecentomila iscritti al Pdl,un successo.
 
Alfano e il solido Pdl
 
Un partito solido, dice Alfano. Il quotidiano che riporta le dichiarazioni del delfino del Pdl, «Il Secolo d’Italia» ( http://rassegna.governo.it/ ), titola: «Più di un milione di iscritti: altro che “partito liquido”…». Solido contro liquido. Questo aggettivo liquido era stato ultimamente riferito in modo polemico al Pdl, per significarne lo scarso radicamento nel territorio, la verticalità leaderistica, l’assenza di organizzazione capillare e strutturata. Partito del leader (non Alfano…), partito d’opinione: non solido, come i partiti di massa d’antan, bensì liquido.
E sì che liquido, in questo politicoso significato specifico di ‘non strutturato, decentrato, diffuso e organizzato sul territorio’, riferito a un partito, è stato inizialmente affibbiato, tre anni fa, al neonato Partito democratico (Pd): onta delle onte, dunque, per il Pdl, trovarsi accomunati al Pd in qualche cosa di umano e terrestre. Salvo che ora, visti i tempi che corrono, il rischio, più che variare in densità materica e in tensione strutturale, iscritti o non iscritti, è quello di liquefarsi momentaneamente, partito e leader, sommersi dalla colata lavica della crisi. Questo liquido aggettivo del politichese, fluido e blobboso, non mortale ma ambiguo e un po’ inquietante, ha forse qualcosa a che fare più con il liquido quantistico (questo un sostantivo) descritto dalla fisica moderna, quel sistema di particelle che in determinate condizioni, per esempio a temperature molto basse, mostra a livello macroscopico comportamenti non continui. Nel caso del liquido aggettivo, che è stato usato per definire la forma del Pd e poi del Pdl, le reazioni quantistiche si producono, a quanto pare, a temperature alte. Temperature polemiche innescate dall’esterno e dalle fronde interne, per quanto riguarda il Pdl.
 
Il Pd nelle correnti
 
Dall’interno soprattutto, per quanto concerne invece il Pd. Quanto più il dibattito degli aderenti al Pd s’infiammò tra il 2008 e il 2009, si appalesò ciò che era già noto, e cioè che all’interno della nuova formazione, nata il 14 ottobre 2007, esistevano (ed esistono tutt’ora) diverse anime e che queste anime intendevano (e intendono) far sentire tutta la loro voce a partire dalla fase costituente, potremmo dire liquida per definizione, a quella più solida e consolidata degli schieramenti definiti – non pochi: dai Democratici Davvero di Rosi Bindi ai Semplicemente Democratici di Dario Franceschini, via via scomponendo e sub-aggregando in correnti fino ai “Rottamatori” di Matteo Renzi. Ma, volendo essere più precisi, più che la fisica quantistica, viene in mente l'empiriomonismo, variante dell’empiriocriticismo, elaborato dal filosofo ed economista russo Aleksandr Bogdanov (1873-1928). Se, sin da subito, l’allora ministro Pier Luigi Bersani, ex diessino confluito anche lui come tanti ex comunisti nel Pd, diceva che il Pd non può essere un partito liquido, poteva paradossalmente far pesare la sua opinione di più proprio perché la situazione era liquida e il Pd era sufficientemente liquido da essere manipolabile, regolabile, adattabile in un qualche modo o senso o direzione: e Bogdanov sarebbe stato d’accordo con il suo allievo riformista (una lontana parentela a spanne); lui, Bogdanov, che da sinistra fu accusato da Lenin di aver tradito i princìpi del materialismo dialettico.
 
Come diceva il compagno Bogdanov…
 
Che cosa diceva, in fondo, e sensatamente, Bogdanov? Diceva che se l’ambiente ha una struttura organizzativa già salda, offre una resistenza relativamente alta; se, viceversa, il suo grado di coesione interna è meno sviluppato, è corrispondentemente più flebile la resistenza opposta. Questi concetti, trasferiti da Bogdanov dall’osservazione della natura alla struttura dei partiti politici, sembrano valere ancor oggi nel momento in cui il Pd va costruendosi pezzo a pezzo e non sembra – leadership a parte – essere bloccato nelle sue articolazioni interne: offre ancora una resistenza non altissima a filosofie organizzative differenti da quelle che sembrano più pubblicizzate.
Quindi accade che Bersani – ironia del caso lessicale e semantico – si opponeva in una fase liquida all’ipotesi di un Pd liquido, ovvero privo di organizzazione gerarchica ma soprattutto di strutture controllate, se non decise, dal basso, da una base di iscritti, come è accaduto (quasi) fino ad oggi nei partiti di massa; come non è più accaduto da quando sono venuti alla ribalta da una parte i partiti del leader, di tipo aziendalistico (il capo, uno staff di pochi collaboratori coesi, agili strutture di servizio territoriali da mobilitare in momenti focali: elezioni, organizzazione di manifestazioni di piazza – di protesta come di sostegno –); dall’altra le formazioni politiche reticolari, capaci di mobilitarsi per specifici obiettivi in momenti puntuali, ricorrendo di norma al tam tam dei nuovi media.
 
Liquido, leggero o radicato?
 
Sembrava che il timore di Bersani (e di altri) fosse che il Pd come lo avrebbe voluto l’antagonista Walter Veltroni si configurasse come un partito del leader, all’americana, ma anche un po' alla Berlusconi, pur in assenza di aziende e aziendalismo, cioè fondato sul carisma e sul potere del leader. In due anni da segretario Bersani sembra invece aver battuto la strada del partito con sedi, iscritti, tessere, organismi intermedi di rappresentanza delegata che facciano sentire al leader il fiato sul collo dell’eventuale critica. Bersani ha sempre parlato del radicamento che il Pd deve avere; e vede male il Pd liquido o leggero (di partito leggero si è parlato già negli anni passati).
Restando ai paradossi prima politici che lessicali, non va però sottaciuto che l’anti-populistico Bersani è diventato anche lui un leader mediatico, capace di sfruttare scientemente l’appeal esercitato dal suo modo di presentarsi all’elettorato/platea (fondamentale l’esposizione ai media, eccezionale l’“aiutino” del comico Maurizio Crozza), facendo leva soprattutto sul linguaggio terra terra, condito di metafore improntate alla ruvida e schietta saggezza popolana (https://www.treccani.it/bersanese.html). Insomma, forse più leggero (visti i toni da farsa dei quasi-suoi “Oh ragassi…”) che liquido è anche Bersani: anzi, si può dire, celiando, che la sua figura di leader si è fatta più solida quanto più è stato leggero linguaggio e liquido e indistinto il target comunicativo di riferimento.
 
Bauman e i poppanti
 
Torniamo al nostro liquido. Se vogliamo nobilitare la faccenda, possiamo pensare che quel di diverso che liquido in senso politico contiene, rispetto ai significati-base del vocabolo, sia anche ripercosso dall’eco del liquido (dall’inglese liquid) che il sociologo Zygmunt Bauman ha adottato come chiave ermeneutica della realtà contemporanea (Liquid Modernity, saggio del 2000; poi, Liquid Love, 2003; Liquid Life, 2005; e Liquid World nel 2007). E di società liquida discutono oggi molti pensatori, sulla scorta del pensiero di Bauman.
In qualche modo, l’uso che di liquido si è fatto soprattutto a proposito del Pd risente, come un’aura non si sa bene se nobilitante o sminuente, del significato che liquido ha nell’espressione società liquida utilizzata da Bauman. In questa espressione, secondo un suo profondo esegeta, Umberto Galimberti, «le strutture che delimitano lo spazio delle scelte individuali si dissolvono, le istituzioni che garantiscono la continuità delle abitudini e dei comportamenti si scompongono, e le nuove forme sociali e istituzionali che le sostituiscono hanno poco tempo per solidificarsi». Chissà che ne direbbe Bogdanov, di questo liquido che sembra rimandare ai valori propri dell’aggettivo, e non soltanto a quello scientifico di quanto non ha «forma propria, e assume perciò quella del recipiente che lo contiene», ma anche a quello comune di ‘poco denso’, ‘fluido’, che adoperiamo per descrivere un sugo lento o un passatino per poppanti. L’importante è che i poppanti crescano e la politica da liquida non si trasformi in gas, asfissiante.
 
liquido aggettivo e sostantivo maschile [dal latino liquĭdus, derivato di liquere “esser liquido”] - (neologismo) 1. In ambito sociologico, per influsso di un nuovo significato dell’inglese liquid, si dice di quanto è caratterizzato dalla dissoluzione delle strutture che definiscono gli spazi dell’iniziativa e della scelta individuale e che garantiscono la conservazione e perpetuazione di usi e abitudini; per estensione, privo di regole e riferimenti solidi: società, mente liquida; amore liquido. 2. In politica, detto di partito privo di organizzazione strutturata, decentrata e diffusa sul territorio.
 
 
 
 
 
 
 
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