05 novembre 2009

Parkour

parkourparkùr› s. m., fr. [da parcours (du combatant) «percorso (di guerra)», con mutamento di c in k per influenza dell’ingl. park «parco», ma anche per contaminazione dal linguaggio giovanile]. – Pratica ludico-sportiva inventata nel 1998 in Francia da David Belle, e diffusasi nei centri urbani; consiste nell’affrontare un determinato percorso superando gli ostacoli che via via si presentano (muretti, scale, fossi, ecc.) con salti, capriole, arrampicate e varie altre acrobazie.

Questa parola rappresenta bene quali dilatati limiti possa oggi raggiungere la velocità di trasmissione di mode, costumi, stili di vita e annesse parole che li definiscono. Nel giro di pochi anni, da quando cioè si è diffuso – si badi bene – come pratica interclassista in Francia, dove nacque nelle periferie di Parigi verso la fine degli anni Ottanta, le parkour (con la tipica k giovanilistica di Kikka ti voglio, kiamami tu ecc., nota in Francia come in Italia, seppure influenzata, in questo caso, dalla k dell’inglese park; ma la denominazione è successiva agli anni dell’effettiva nascita della pratica), cioè le parcours ‘il percorso della gara, del circuito’, il correre, saltare, arrampicarsi, volteggiare per strada lungo un percorso metropolitano, cercando di toccare terra coi piedi il meno possibile e usando gli ostacoli come trampolini e catapulte per rilanciarsi oltre e in avanti, subito si diffonde oltremanica, poi oltreoceano e infine in tutto il mondo, laddove esistano teen ager compressi negli spazi cementizi delle grandi metropoli – da Helsinki a Singapore, insomma.

 

Una volta c’erano gli yamakasi
 
Nel 2002 parkour, sport e parola, trasmigra in Gran Bretagna, nel 2003 è già arrivato nell’italiano scritto della rete (che in genere è anticipatore rispetto a quello delle testate giornalistiche ufficiali su carta). Parkourists in inglese si chiamano i praticanti del parkour. In francese, sono detti traceurs, in quanto tracciano un percorso, un itinerario determinato. Il padre di tutti i traceurs è unanimemente riconosciuto in David Belle, il giovane vigile del fuoco che verso la fine degli anni Ottanta cominciò a praticare in un ambiente urbano (a Lisse, un sobborgo di Parigi) le tecniche apprese giocando da bambino nei boschi della campagna francese. Belle perfezionò un tipo di attività che di lì a poco avrebbe avuto un tale successo da meritarsi l’attenzione del mondo del cinema: è stato il regista Ariel Zeitoun a dedicare al parkour il film, prodotto da Luc Besson, Yamakasi. Les samouraï des temps modernes (2001; it. Yamakasi. I nuovi samurai, 2003), nel quale recita una parte lo stesso Belle (e altre ne avrà in altri film, anche di Besson, sempre da traceur, parkourist o semplice acrobata della corsa metropolitana). Yamakasi, parola di lingua lingala (ceppo bantu dell’Africa centrale) che significa ‘spirito forte’, era il termine col quale si autodefiniva, negli anni Ottanta, un gruppo di incipienti parkourist francesi, tra i quali, naturalmente, spiccava David Belle.
 
Creatività di strada
 
La caratteristica del parkour dovrebbe essere eminentemente ludica. Partita come pratica relativamente povera nei ghetti metropolitani di Parigi (che cosa occorre, in fondo, per darsi alla corsa acrobatica? Muscoli, cervello, allenamento e un paio di buone scarpette), come altre forme di espressione creativa giovanile di strada (si pensi alla break dance negli anni Ottanta o al rap) si è poi diffusa tra i giovani delle classi sociali benestanti ed è diventata contemporaneamente un’attività redditizia, stimolando le menti creative del marketing aziendale, impegnato nel settore dell’abbigliamento sportivo e del fitness. Va ricordato che il pullulare di fenomeni di costume e di consumo dalle caratteristiche ben identificabili, cui correlare un preciso target di riferimento, abbina perfettamente i conformismi identitari di nicchia – sia che nascano nei loft modaioli, sia che emergano dai sobborghi malfamati – e le strategie di marketing e di mercato. In questo contesto, diventa fondamentale l’attribuzione di un nome (quasi un nome-marchio: nel suo sito, David Belle scrive di “Le Parkour by David Bellewww.wmaker.net), suggestivo e calzante, che discrimini, precisi e identifichi una disciplina da un’altra simile. Parkour è quasi free running (la locuzione è attestata per la prima volta nell’italiano della Rete nel 2004), ma non proprio, perché quest’ultimo si preoccupa più della bellezza che dell’efficacia dei movimenti e non disdegna scenari rurali, oltre che urbani; è parente, in qualche modo, dello street stunt (la locuzione è formata sul modello di street party, street parade, street dancing, street food, tutte attestate in italiano dal 2000 in poi), ma se ne differenzia, è chiaro, perché gli ardimenti acrobatici, in questo caso, sono messi in moto, appunto, da biker, cioè motociclisti. Per non parlare del running (dal 1992 la parola entra in italiano; deriva dal verbo to run ‘correre’), tutt’altra cosa, certo, anche se comunque si corre pure qui e, di norma, si corre nei parchi cittadini: si tratta della vecchia corsa trasformata in un’attività semi-bionica degna dell’era del digital fitness (con tute speciali, scarpette innestate di congegni di rilevazione digitale, contapassi e cardiofrequenzimetri da polso).
 
Siamo parkourist o tracciatori?
 
Tornando al parkour e alle parole per definire chi pratica tale disciplina, da noi sembra che possa prendere piede, almeno tra gli addetti ai lavori, accanto al francese traceur, anche la parola italianissima tracciatore (già esistente, riferito a persona, nel significato di ‘chi è incaricato di tracciare il percorso nello sci alpino’), che traduce per l’appunto traceur, ‘chi pratica il parkour’, in quanto ogni percorso è concepito autonomamente dal singolo individuo per ciò che riguarda le modalità di esecuzione delle figure e l’approccio agli ostacoli. Dagli appassionati viene messa in evidenza la motivazione della competizione con sé stessi, più che con gli altri, che sono considerati compagni d’avventura e di esperienza. È proprio David Belle a sottolineare (www.wmaker.net) la matrice di filosofia quotidiana sottostante, che consisterebbe nella ricerca del modo stilizzato ed esteticamente rilevante di affrontare le difficoltà e le paure che l’ambiente (e la mente umana che dall’ambiente circostante è condizionata) frappongono alla libera espressione di sé stessi: «Le but du Parkour est de surmonter l’obstacle qu’il soit physique ou mental en rendant le pratiquant plus fort, plus agile et plus sûr de lui, afin de pouvoir tout simplement continuer à avancer sans rester bloqué au pied du mur...».
In Italia i tracciatori o traceurs, insomma, coloro che praticano il parkour, secondo quanto detta lo stile dei movimenti giovanili hip hop, si riuniscono in crew (dal 1995 nell’italiano scritto), cioè in compagnie, in gruppi che si scambiano esperienze e informazioni, dandosi appuntamenti attraverso siti e blog in rete. E lungo le sinapsi della rete, oggi, corrono e saltano le mode e le parole di moda tra la gioventù tecnologica metropolitana.
 

 

 

 

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