14 aprile 2020

La (s)fortuna di chiamarsi positivo

Una riflessione linguistica

 

Una delle cose che ricorderemo di questo momento è senz’altro la velocità con cui abbiamo dovuto imparare la convivenza con noi stessi e con gli arredi di casa. Con più o meno facilità e più o meno retorica, abbiamo trasformato la nostra casa nel nostro ufficio, nella nostra palestra, nel nostro paradiso e nel nostro inferno.

Cosa stavamo facendo prima? Com’era? Dove andavamo? Non l’abbiamo dimenticato, ma prevale la necessità di improvvisare un’altra normalità, di adattarsi a altri ritmi e cercare altre coordinate per affrontare il presente in casa e quello che sarà una volta usciti dall’isolamento (sul perché è preferibile all’inglese lockdown una riflessione di Claudio Marazzini sul sito dell’Accademia della Crusca; link). Al prima ci pensiamo in termini nostalgici, consapevoli che a quelle cose non ritorneremo o ritorneremo in forme alternative. L’attenzione è tutta su cosa ci aspetta, su come evitare il contagio, su quali saranno le prime cose che faremo appena passata l’emergenza, su come dovremo reimpostare gli scenari sociali, politici e ambientali. C’entra in questo la fiducia nel futuro, l’epicità del gesto di rialzarsi e insieme c’entra l’infelice condanna all’oblio della normalità.

In sostanza, nel giro di pochissimi giorni abbiamo tutti ereditato un “c’era una volta”, un insieme di abitudini e stili di vita entrati immediatamente nel repertorio delle storie da raccontare alle prossime generazioni e che ci rendono di fatto testimoni e cronisti. Perché c’è, è chiaro, un prima e un dopo il coronavirus. Come c’è un prima e un dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Un prima e un dopo le grandi guerre.

 

Guerre e birre

 

Per l’emergenza in corso abbiamo evocato un lessico bellico. Gli ospedali sono diventati campi di battaglia o trincee. E poi si parla di eroi, di soldati, di caduti, di armi, di lotta. E ovviamente c’è il nemico; lo chiamiamo invisibile. L’esistenza di un dibattito in corso sull’utilizzo della metafora della guerra ai tempi del coronavirus riaccende le luci sull’importanza della lingua e delle scelte linguistiche che operiamo. Le parole guerra, trincea, bollettino di guerra, usate da giornalisti e politici riflettono il modo in cui concettualizziamo un nuovo scenario di cui non avevamo mai fatto esperienza. La metafora è proprio questo: adattare un termine con cui abbiamo familiarità ad un referente nuovo, che non sappiamo nominare. Quello che però sottovalutiamo è la reazione alle parole. La metafora è un mezzo potente con cui impariamo a conoscere il mondo, ma non è strettamente aderente alla realtà. Chiamare infatti allo stesso modo gli scontri tra Israele e Palestina, il conflitto in Siria e l’emergenza che stiamo vivendo in questi giorni rischia di appiattire una complessità che è diversa per ciascuna situazione.

Tutto questo per dire che il dibattito in corso sull’affidabilità di un lessico bellico non è solo un esercizio per umanisti in pausa. Il significato e l’influenza delle parole non appartengono agli studiosi. Le parole agiscono e esistono a prescindere dall’esistenza di un dibattito intorno ad esse. Ci stiamo chiedendo, tra l’altro, se un dibattito sulle parole ha senso e ha priorità nella vita delle persone in un mondo in cui una nota marca di birra messicana, la Corona, perde l’8% nella borsa di New York, nella prima settimana dal primo contagio in Europa, perché la popolazione ha improvvisamente smesso di consumarla a causa di una casuale omonimia con il nome, peraltro impreciso, con cui i giornali di tutto il mondo si riferiscono al virus, la cui corretta denominazione è SARS-CoV-2.

 

Messaggi ambigui

 

Per contenere l’infodemia e per ribadire l’importanza dell’uso corretto della lingua, il portale della Treccani, in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità, ha selezionato, illustrandone il preciso significato, alcune delle parole cruciali per comprendere l'emergenza sanitaria in corso. Tra le parole presentate ci sono virus, pandemia, paziente zero, contagio e infodemia, per l’appunto.

Tra le altre parole che, accanto a queste, costellano le pagine dei giornali ce n’è una di cui incuriosisce la duplice natura. Positivo. Caso positivo. Persone positive. L’aggettivo, declinato in tutti i modi, è affiancato di solito da numeri purtroppo ancora alti. Accanto a decesso, è il termine che più ci affligge nella narrazione quotidiana. Positivo è per tutti sinonimo di infettato da SARS-CoV-2.

Capita però anche di accogliere questo aggettivo con un sorriso, per esempio alla vista dei tanti messaggi di speranza in cui positivo è l’atteggiamento che auguriamo di mantenere oppure di fronte a notizie in controtendenza rispetto alla cronaca di questi giorni. Restiamo positivi. C’è qualcosa di positivo in tempi tragici (Il Manifesto, 2/04/2020) O ancora, con uno spirito positivo e ottimista si consiglia alle coppie di affrontare la cancellazione di un matrimonio saltato a causa del virus (su BolognaToday, 3/04/2020).

La necessità e la frequenza di entrambe le accezioni nella narrazione determinano la concentrazione del termine nelle pagine dei giornali, sui quali a volte si rischia di imbattersi in interpretazioni semantiche dubbie.

Sulle pagine di MBNews, un quotidiano online della provincia di Monza e della Brianza, il 2 aprile appare il titolo: Giornata positiva per la Lombardia. Ad annunciarlo il presidente della Regione, Attilio Fontana. Nel sottotitolo vengono riportate le parole di Fontana: I numeri sono in linea e si sta verificando quello che hanno previsto i nostri esperti. Bisogna quindi mantenere la massima attenzione altrimenti la linea di positività rischia di invertirsi. A quale positività si riferisce nella seconda parte? Il ricorso al termine linea farebbe pensare al numero dei contagi; tuttavia la positività nella prima parte, nel titolo, si riferisce senza dubbio a sentimenti ottimistici.

 

Che cosa viene posto?

 

Come fa poi la stessa parola a scatenare contemporaneamente due reazioni contrapposte?

Ricostruiamo allora l’evoluzione storica della parola provando a rintracciare i due significati.

Il termine positivus, compare nel latino tardo col significato di ‘che viene posto’ e deriva dal participio passato del verbo ponere, ovvero porre. Nelle sue prime apparizioni l’aggettivo ha il significato di ‘reale, fattuale, che esiste perché dato dall’esperienza’. Questa accezione la si ritrova ancora oggi in campi quali il diritto (il diritto positivo, l’insieme delle norme giuridiche vigenti), o in espressioni grammaticali come aggettivo di grado positivo, cioè aggettivo nel suo stato normale, senza alterazioni di grado.

La nozione di positività come attinenza alla realtà dei fatti è stata sfruttata soprattutto nelle discipline scientifiche e le stesse hanno adottato, in contrapposizione, il termine negativo come la negazione dello stato naturale, dello stato positivo.

Dal vocabolario online della Treccani:  

 

«Positivo. [...] 5. a. In chimica, catalizzatore p., che accelera la velocità di una reazione [...]. b. In microbiologia e in citologia, di organismi o cellule o loro parti, che si colorano con alcune reazioni tipiche: batterî gram-positivi. c. In elettrologia, elettricità p., quella caratteristica del vetro strofinato con panno di lana e, su scala microscopica, caratteristica dei protoni, e quindi dei nuclei atomici; cariche p., quelle cui è dovuta l’elettricità positiva; polo p. di una pila, di un generatore, quello a potenziale elettrico maggiore rispetto all’altro; ecc. d. In matematica, numero p., ogni numero reale maggiore di zero, contrassegnato dal segno + (che si usa omettere quando ciò non possa generare equivoci); in geometria, verso p. su una retta (o, più in generale, su una curva), uno dei due orientamenti di cui è suscettibile la retta, fissato convenzionalmente: per una retta posta di fronte all’osservatore è, di solito, quello che va da sinistra verso destra; e. In ottica, lente p., lo stesso che lente convergente».

 

In alcune di queste definizioni si può cogliere un’altra sfumatura di significato, quella dell’accrescimento, determinata comunque dalla semantica d’origine: il verbo porre interpretato come sinonimo di aggiungere. Il Battaglia, o il Grande Dizionario della Lingua Italiana, riporta come prima accezione di positivo proprio quella che lo oppone a privativo: “qualcosa che esiste in sé, in assoluto; che rappresenta un accrescimento e non una semplice privazione; che concorre attivamente a determinare un fenomeno”.

L’opposizione positivo-negativo si compie anche in campo medico. La positività è qui intesa come la conferma di una diagnosi, il giudizio affermativo rispetto a una previsione di malattia, con la conseguenza di una condizione sfavorevole per il soggetto esaminato, che, per estensione, diventa egli stesso il positivo. È questa la prima accezione di positivo qui considerata.

 

Sotto l’ala del Positivismo

 

Al di fuori dei linguaggi settoriali, positivo è poi sinonimo di buono, favorevole, vantaggioso e anche di “certo, corrispondente alla verità, assodato, comprovato” (dal Battaglia).

Il ricorso alle parole positivo e positività intese, invece, come condizione di chi è predisposto all’ottimismo viene considerato un uso estensivo del termine: tale significato non ha uno stretto legame con l’etimo della parola, ma è emerso dall’ampliamento dei contesti d’uso del termine. Nel caso di positivo si potrebbe per esempio individuare nel Positivismo di inizio Ottocento il momento a partire dal quale l’aggettivo positivo ha assunto anche il significato di ‘fiducioso, ottimista’.

Il Positivismo, una corrente filosofica del XIX secolo destinata a influenzare tutte le discipline culturali, politiche e economiche, di cui Henri de Saint-Simon e Auguste Comte rappresentano i principali esponenti, nasce in opposizione alla metafisica e all’idealismo, individuando nel mondo empirico, verificabile, tangibile, positivo appunto, l’unico aspetto che merita di essere indagato dall’uomo. È la scienza l’unico mondo possibile. Questa fiducia nello sviluppo scientifico, responsabile dell’espansione dell’industrializzazione in tutta Europa, alimenta il mito del progresso. Animata da questo slancio, la classe media ottocentesca ripone nello sviluppo economico e nelle conquiste della scienza le basi per lo sviluppo sociale e culturale dell’umanità.

Una persona che aderisce al Positivismo è, di conseguenza, anche una persona che ha fiducia nei mezzi propri e altrui. Tuttavia, il positivo su cui Comte e i suoi seguaci basano la definizione della loro corrente filosofica ha un preciso referente, dallo stesso Comte indicato nei suoi Opuscoli di filosofia sociale e discorsi sul positivismo:

 

 «[…] nella sua accezione più antica e più comune, la parola positivo designa il reale, in opposizione al chimerico: da questo punto di vista, essa conviene pienamente al nuovo spirito filosofico, così caratterizzato dalla sua costante consacrazione alle ricerche veramente accessibili alla nostra intelligenza, con l’esclusione permanente degli impenetrabili misteri di cui si occupava soprattutto la sua infanzia. In un secondo senso, questo termine fondamentale indica il contrasto dell’utile con l’inutile: allora ricorda, in filosofia, la destinazione necessaria di tutte le nostre sane speculazioni al miglioramento continuo della nostra vera condizione, individuale e collettiva, invece che alla vana soddisfazione di una sterile curiosità. In un terzo significato questa felice espressione è frequentemente usata per qualificare l’opposizione tra la certezza e l’indecisione: essa indica così l’attitudine caratteristica di una tale filosofia a costituire spontaneamente l’armonia logica nell’individuo e la comunione spirituale nell’intera specie, invece di quei dubbi indefiniti e di quelle discussioni interminabili che doveva suscitare l’antico regime mentale. Una quarta ordinaria accezione, troppo spesso confusa con la precedente, consiste nell’opporre il preciso al vago: questo senso richiama la tendenza costante del vero spirito filosofico ad ottenere dappertutto il grado di precisione compatibile con la natura dei fenomeni e dei nostri veri bisogni […]. Bisogna infine notare un quinto significato, meno usato degli altri, quando si usa la parola positivo come il contrario di negativo. Sotto questo aspetto, indica una delle più eminenti proprietà della vera filosofia moderna, mostrandola destinata soprattutto, per sua natura, non a distruggere ma ad organizzare».

 

Ottimismo o positività?

 

Lo spirito positivo che avrebbe dovuto animare l’uomo e la società per Comte è un’inclinazione alla costruzione, in opposizione alla demolizione o alla critica, con azioni positive, vale a dire buone, vantaggiose, favorevoli e utili al raggiungimento di uno scopo. È questa spinta creatrice ad aver di conseguenza ispirato nell’uomo fiducia. Ed è ancora questo spirito che si augura quando ci proponiamo di mantenere un atteggiamento positivo o di pensare positivo, perché è da tale radice storico-linguistica che deriva l’accezione della positività che ci fa oggi sorridere e sperare.

La ricetta è quindi diffondere positività nel suo significato originario, di fiduciosa operosità, da non confondere con semplice ottimismo che, si può dire, è anzi una conseguenza di atteggiamenti positivi. La differenza tra ottimismo e positività è infatti proprio la differenza tra un atteggiamento sì di fiducia ma rispettivamente da una parte passivo e dall’altro attivo.

Essere positivi, come ci insegna l’etimologia della parola, è più che essere ottimisti o speranzosi. Significa continuare ad agire mantenendo un atteggiamento costruttivo, operativo, propositivo. Non cedere alla tentazione di demolizione degli sforzi che comunque si stanno compiendo. Cercare di motivare sé stessi e gli altri, di sostenerli nelle difficoltà, nei momenti di smarrimento, di considerare gli aspetti vantaggiosi piuttosto che quelli sconvenienti di un gesto. Una predisposizione da conservare poi anche nella nuova normalità che comunque arriverà.

 

Testi citati

Claudio Marazzini, In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus - II puntata, in accademiadellacrusca.it (2/04/2020).

Auguste Comte, 1909, Discours sur l’esprit positif, Paris: Schleicher, p. 50 (ed. italiana: Auguste Comte, Opuscoli di filosofia sociale e discorsi sul positivismo, Firenze, Sansoni, 1969).

 

 

 


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